Si sta facendo notte, di Emilia Zazza

Si sta facendo notte, libro di esor­dio di Emilia Zazza uscito per Italic Pequod, è un romanzo osti­nato; nel senso che si ostina a farsi domande, a porsi in modo critico nei con­fronti della città di Roma, questo cuore pul­sante di cui spesso ci si riem­pie la bocca a sproposito.

Il faro dell’autrice è indub­bi­a­mente Pier Paolo Pasolini (ma forse anche Andrea Car­raro) e ben salda pure la volontà di scan­sion­are, attra­verso l’uso di un dialetto mis­urato e inci­sivo, un mondo – quello della per­ife­ria e delle sue sto­rie – che sem­bra di giorno in giorno andare per­dendo le sue radici, e des­ti­nato a un’inesorabile caduta.

Le facce di Si sta facendo notte sono quelle di Pino, der Moretto, e di Mustafà, amici da sem­pre con le loro vite così vicine eppure così lon­tane, legati al loro quartiere (il Pigneto) che amano per con­sue­tu­dine e che al tempo stesso, in fondo, stanno com­in­ciando a odi­are per la sua con­tinua trasfor­mazione, popo­lato com’è di nuovi arrivati fighetti e soprat­tutto di stranieri che appaiono sem­pre più minac­ciosi e pronti a infas­tidirli. I tempi dello spir­ito di quartiere sol­i­dale e gen­eroso sem­brano ormai irri­me­di­a­bil­mente lontani.

Emilia Zazza rac­conta una sto­ria di grande senso nar­ra­tivo, che ha il prezioso dono di far riflet­tere e assieme di leg­gersi con grande godi­bil­ità, senza inutili sofismi e art­efici; scrive per il mag­nifico piacere di rac­con­tare una fac­cia a volte trascu­rata della sua città, in un crescendo di sug­ges­tioni ed emozioni che deraglia nella para­dos­sale quanto trag­ica scena finale.

Emilia Zazza è nata a Roma. Suoi rac­conti e saggi sono apparsi in quo­tid­i­ani, riv­iste e antolo­gie. Col­lab­ora con Nuovi Argo­menti. Scrive per la tele­vi­sione ed è autrice del doc­u­men­tario Ter­mini Under­ground pre­sen­tato al Fes­ti­val del Cin­ema di Roma-Alice nella Città. Si sta facendo notte è il suo primo romanzo.

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17/11/2011

Elisabeth, intervista a Paolo Sortino

Conosco Paolo Sortino da diversi anni, da quando in una lunga e tele­fonata mi parlò per la prima volta del romanzo che avrebbe voluto scri­vere, anzi che stava già scrivendo. C’erano sì dubbi, con­trad­dizioni, ma venni via da quella tele­fonata con la certezza che quelle parole sareb­bero divenute pro­prio quel romanzo. Senza nes­sun dub­bio.
Ritrovarmi qualche anno più tardi fra le mani il libro di Paolo tra le mani per leg­gerlo, e poi per recen­sirlo, mi emoziona, come mi emoziona sem­pre vedere real­iz­zate le idee, che siano le mie o quelle degli altri.
La sto­ria di cui vi ho par­lato ha a che fare con la gen­esi di Elis­a­beth (Ein­audi, col­lana Super­co­ralli,  2011), romanzo d’esordio appunto di Paolo Sortino, che ho avuto modo di intervistare:

Caro Paolo, per iniziare, ti vor­rei chiedere così d’acchito se Elis­a­beth è davvero un romanzo sulla felic­ità o se invece è un’immersione dis­sim­u­lata nel dolore di essere vivi?

Sì, è un libro sulla felic­ità, quindi un’inevitabile e affatto dis­sim­u­lata immer­sione nel dolore. Spesso è già doloroso tentare di esprimere la felicità.

Spesso appena si è finito di scri­vere un romanzo, si hanno un paio di per­sone di cui ci si fida molto alle quali farlo leg­gere in anteprima per avere una loro impres­sione di let­tura. È stato così anche per te, o hai prefer­ito che la forza di Elis­a­beth si river­sasse su di loro nello stesso momento che questo accadeva anche con tutti gli altri lettori?

Curioso che tu me lo chieda. Soli­ta­mente ho ben due let­tori implic­iti che sfi­anco tenen­doli al tele­fono lunghissime ore, ma la stesura di Elis­a­beth fer­men­tava più velo­ce­mente di quanto io stesso potessi leg­gere loro. Una volta abboz­zata la strut­tura, l’impalcatura alla quale fis­sare i car­dini della sto­ria, la nar­razione si è river­sata nelle pagine con forza e veloc­ità. Dunque quei miei due let­tori hanno potuto capirci qual­cosa vera­mente solo a pub­bli­cazione avvenuta.

Già dal titolo del romanzo il let­tore si trova a met­tere nel pro­prio obi­et­tivo appunto Elis­a­beth. Ti chiedo invece di Josef Fritzl. In che misura è lui il vero pro­tag­o­nista del romanzo, in quanto, almeno appar­ente­mente, unica causa del dolore e della vita reclusa della figlia Elisabeth?

Sono sin­ce­ra­mente con­vinto che Josef non sia (stato) l’unica causa della sof­ferenza di Elis­a­beth. Cer­ta­mente egli è il “mostro” gen­er­ato dal sonno della ragione, ma quest’ultimo è il vero pro­tag­o­nista insieme a Elis­a­beth. Il sonno antropo­logico nel quale son­nec­chi­ano le soci­età mod­erne. Quella aus­tri­aca, in questo senso, è un esem­pio per­fetto: è una delle pochissime al mondo ad aver posto nella Cos­ti­tuzione il con­cetto di “neu­tral­ità eterna” dichiarando di asten­ersi da qual­si­asi con­flitto bel­lico sarebbe scop­pi­ato nel mondo. Ebbene, questo atteggia­mento, sep­pure det­tato dall’analisi stor­ica del pro­prio ruolo nell’ascesa del nazismo, e dunque dal pen­ti­mento che ne è venuto fuori, l’Austria ha di fatto rimosso il con­cetto implic­ito di ‘con­flitto’, il quale invece sta alla base di ogni evoluzione o riv­o­luzione antropo­log­ica dei popoli. Un tipico esem­pio di come i val­ori morali, anche quelli più paci­fici, siano dele­teri per l’intelligenza crit­ica e la capac­ità di rivedere i pro­pri com­por­ta­menti. Come il pen­siero che stava alla base del nazismo, anche questo è ide­o­logico, poiché mira a con­cretiz­zare una qualche forma di purezza. Ancora una volta quella aus­tri­aca nella fat­tispecie, e con essa anche altre cul­ture, si auto­de­nun­ciano puri­tane. Diversa e uguale da quella ari­ana, la ricerca della purezza non porta che a prog­etti di iso­la­mento, forme diverse di bunker, ora psi­co­logici, ora di altre forme e nature, ma tutti pari­menti dev­as­tanti per l’individuo.

Nel tuo romanzo sbaglio o un ruolo niente affatto mar­ginale è ricop­erto dalla visione dello spazio, dalla dimen­sione per così dire architet­ton­ica, della casa, del bunker, e questo sem­bra avere una inevitabile ricaduta anche sulle parabole emo­tive dei per­son­aggi che in essa si trovano a muoversi?

Dici bene. Il romanzo sug­gerisce la visione del mondo come una sorta di mod­ello atom­ico bina­rio, nel senso che vi sono due nuclei intorno ai quali grav­i­tano i fatti. Il primo nucleo che sco­pri­amo è che l’individuazione dei desideri pro­fondi (dell’individuo e della soci­età) è com­pito sem­pre nec­es­sario per com­pren­dere ragioni e des­tini, ma resterebbe poca cosa se non ci accostas­simo al sec­ondo nucleo della ques­tione: il fatto che i desideri non solo mod­i­f­i­cano il mondo cir­costante, come dire le utopie e i sogni che nutri­amo, ma pure che il mondo (che già è il risul­tato di adat­ta­menti e trasfor­mazioni com­piuti da sogni e desideri prece­denti ai nos­tri, nutriti da per­sone vis­sute prima di noi) è in grado di mod­i­fi­care quei nos­tri stessi desideri e le nos­tre aspi­razioni. L’uomo e il mondo crescono insieme, non c’è l’uno senza l’altro.
Architet­tura, quindi, non come sem­plice sitemazione dello spazio da abitare, com­pen­e­trazione di ele­menti diversi di pae­sag­gio, ma costruzione del mondo che dovrà accogliere i desideri e i loro sig­ni­fi­cati, sapendo che da essi verrà rimodel­lato. Josef costru­isce un mondo in base ai suoi desideri, proce­dendo per fedeltà a se stesso, Elis­a­beth per visioni e revi­sioni, e infedele a se stessa mod­i­fica il mondo cir­costante. Il bunker che ho nar­rato è l’esempio di questo doppio scam­bio tra uomo e ambi­ente. Nel suo sforzo d’amore migliore, Josef a un certo punto arriva a pre­oc­cu­parsi e pren­dersi cura dei desideri della figlia, ma non com­prende che i desideri di questa sono nati nel mondo aperto del gia­r­dini e della luce del sole. Amarla in modo com­pleto (in modo sano, nel senso di “intero”) sig­ni­ficherebbe amare il mondo in cui sono nati quei desideri, quindi non sep­a­rarla da quello. È l’errore che i gen­i­tori com­met­tono più spesso: amare i figli ma non il loro mondo. Elis­a­beth, per­son­ag­gio del mio romanzo, ci pone una ques­tione: siamo sicuri che dob­bi­amo con­tin­uare a costru­ire, a pro­trarre mod­elli “edi­f­i­canti” di soci­età, vale a dire real­iz­zare i nos­tri desideri mat­tone su mat­tone? Io e Elis­a­beth rite­ni­amo real­iz­zati i nos­tri desideri già in quanto tali, prog­etti inte­ri­ori, nutriti di sper­anza e intel­letto. Abbi­amo speso sec­oli a costru­ire il mondo che abbi­amo, ora vor­remmo che esso mod­i­fichi i nos­tri desideri, i nos­tri pen­sieri, i nos­tri sen­ti­menti. Vor­remmo insomma essere inter­ro­gati da ciò che abbi­amo cre­ato. Assumerci una qualche responsabilità.

Un altro aspetto di rif­les­sione del romanzo viene per me dagli oggetti: nell’era del take-away, il loro potere evoca­tivo, la loro dev­as­tante forza allu­siva come nel caso delle famose madeleines prous­tiane ha ancora un senso narrativo?

Vivi­amo di oggetti nel ten­ta­tivo di ren­dere quanto più tan­gi­bile il sen­ti­mento che abbi­amo della realtà, vale a dire che ten­ti­amo di mate­ri­al­iz­zare quanto abbi­amo den­tro, poiché sap­pi­amo che è l’interiorità la realtà per eccel­lenza, in quanto ultima deter­mi­nazione del percettibile e dell’esperibile, come dire l’essenza, quanto più è sito in pro­fon­dità nelle cose eccel­lenti — e noi siamo eccel­lenti, non in quanto esseri umani, ma in quanto esseri, fosse solo dal punto di vista evo­lu­tivo e genetico, né più né meno di un qual­si­asi veg­e­tale o di un ani­male, o di una pietra, ovvi­a­mente (solo che noi abbi­amo il prob­lema della coscienza). La con­fu­sione che si con­tinua ad avere in questi anni tra ciò che è arte e ciò che è design, ad esem­pio, credo sia indica­tiva. Pare che ogni estet­ica (ogni dover essere) si sia ridotta alla sua prog­et­tual­ità (cioè si deve non-essere-del-tutto). Il fas­cino e la seduzione hanno preso tutto lo spazio e il tempo della nos­tra mente, con­t­a­m­i­nato tutti i mate­ri­ali a cui attin­giamo quando creiamo qual­cosa di mate­ri­ale o di intel­let­tuale. Così l’esperienza è mutata in sim­u­lazione, il trauma che la fonda è diven­tato attesa esta­t­ica, in sparizione di chi guarda den­tro l’oggetto guardato, e la fun­zion­al­ità di un sis­tema dato si è fatta più astratta e per­fezion­ata in ter­mini di dinamismo con­cettuale, di lin­guag­gio, sfu­mando nel grado dell’autreferenzialità o peg­gio dell’autoregolazione. È come se ogni oggetto che pro­du­ci­amo per­me­ttesse a cias­cun indi­viduo di sen­tirsi teo­retico, pratico, e insieme comodo, con­fi­dente, flu­ido in casa sua, e però sis­tem­atico, fun­zionale, sin­tetico e più auto­matico (avremmo risposto alla domanda di R. Hamil­ton, sebbene sem­pre val­ida: Cosa rende le case di oggi così diverse, così affasci­nanti?). Siamo rius­citi a ren­dere i sim­boli oggetti, e ogni oggetto sim­bolo di qualcos’altro, finendo col can­cel­lare sia l’uno che l’altro per come li abbi­amo sem­pre pen­sati, a van­tag­gio della vis­i­bil­ità della nos­tra inte­ri­or­ità (dob­bi­amo esprimerci, sem­pre e comunque!). Così ogni cosa è insuf­fi­ciente a sod­dis­fare la nos­tra felic­ità, e “avere tutto” non spaventa più, anzi è implic­ito che è solo l’inizio, la cifra che rap­p­re­senta lo zero di una ricerca che non avendo mai fine non com­in­cia mai vera­mente. Inoltre ogni cosa, sot­tratta della sua antica iden­tità, viag­gia più leg­gera nel nos­tro uni­verso sen­ti­men­tale (il quale è una sorta di ver­sione sot­tovuoto del mondo mate­ri­ale, per cui una piuma e una sfera di piombo hanno lo stesso peso). Credo che il deside­rio incon­fess­abile del nos­tro tempo sia quello di sos­ti­tuire il nos­tro sis­tema ner­voso con uno di fibre ottiche, per­ché ren­derebbe tutto dinam­ico e traspar­ente; avremmo la pos­si­bil­ità di river­sare il mondo este­ri­ore in quello inte­ri­ore, e vicev­ersa, molto più velo­ce­mente e meno sogget­tivo (elim­inare la coscienza). Se inter­preto bene un certo deside­rio di massa, credo che vogliamo diventare delle mac­chine, cioè un nulla ordi­nato, piacevol­mente inutile ma fun­zio­nante. A questo propos­ito, e in mer­ito al sen­ti­mento che avremmo degli oggetti, indico due testi che sono stati fon­da­men­tali per la stesura di Elis­a­beth e del mio prossimo lavoro: Le cose di Georges Perec, e il sag­gio di Bau­drillard con­tenuto nel cat­a­l­ogo della mostra di Andy Warhol Pen­titi e non pec­care più! allestita nel 2006 presso il Chiostro del Bra­mante a Roma, edito da Skira.

Con questo libro hai scritto un romanzo furiosa­mente mas­si­mal­ista. Il tuo è anche un seg­nale politico ai tuoi col­leghi scrit­tori, in par­ti­co­lare a quelli della tua gen­er­azione, o invece tutto è nato da una sem­plice urgenza nar­ra­tiva che chiedeva di trovare un suo nat­u­rale esito?

Non riconosco nes­sun ter­mine della tua domanda. Nulla in scrit­tura è nat­u­rale, tutto è con­tronatura, e se si lavora bene è anche tutto con­tro­cul­tura. Quindi nes­sun esito nat­u­rale, nel libro, nes­sun risul­tato che non sia pura­mente lin­guis­tico. La mia gen­er­azione? Detesto ogni gen­er­azione, non ne riconosco alcuna (nel libro tutte le gen­er­azioni sono descritte da Josef in quanto derive, sono degen­er­azioni, e in questo sono con lui). Non sop­porto nem­meno le inizia­tive che si svol­gono in nome delle gen­er­azioni, odio le riv­o­luzioni e le reazioni. In quanto scrit­tore non ho col­leghi, quindi ogni mia azione non può avere sig­ni­fi­cato o senso politico. Se ce l’ha dipende dal fatto che da parte mia c’è impegno. Impegno non civile, sia chiaro — non sop­porto nem­meno quello — parlo di impegno a scri­vere, qual­si­asi cosa possa sig­nifi­care. Politico è fare al meglio ciò che si fa. Se tutti facessero bene il pro­prio lavoro la soci­età sarebbe per­fetta senza bisogno di ricor­rere alle ide­olo­gie. Della domanda apprezzo l’osservazione sul mas­si­mal­ismo: a dif­ferenza delle arti plas­tiche, dove il min­i­mal­ismo e il mas­si­mal­ismo sono dele­teri per­ché hanno la pretesa di creare ordine instau­rando ger­ar­chie nello spazio anziché nella percezione, e dunque sono ottusa­mente ide­o­logici, in let­ter­atura hanno fun­zione stilis­tica e per­sua­siva, vale a dire che sono stru­menti di potere, non meno del real­ismo, ad esem­pio. Sono stato mas­si­mal­ista in questo libro speci­fico per aderenza agli aspetti che ho voluto rac­con­tare delle per­son­al­ità, quindi lo sono stato per scelta. Qual­cuno ha par­lato di lin­gua barocca, altri — con la fac­cia come il culo — di lin­gua piatta. La lin­gua che ho elab­o­rato per Elis­a­beth non è barocca, direi sem­plice­mente vol­u­met­rica poiché ha inter­rogato il bunker. Dovessi però forzarmi a uti­liz­zare la sto­ria dell’architettura o dell’arte come metafore, direi che la mia scrit­tura è più sim­ile al baroc­chetto, vale a dire che prende del barocco la volontà di solid­i­fi­care il movi­mento, le tor­sioni dei corpi, il pen­siero zampil­lante o i suoi fal­li­menti a cas­cata, ma con­tem­po­ranea­mente ho ricer­cato una soluzione, una dis­ten­sione del vis­i­bile e dell’esperibile verso un qualche tipo di lib­ertà, che prob­a­bil­mente, ancora una volta, cor­risponde al punto di fuga della prospet­tiva, poichè un per­son­ag­gio è libero se sono liberi i suoi orizzonti.

Infine una curiosità sulla cop­er­tina. L’immagine di Mimmo Jodice che si staglia sul bianco dei Super­co­ralli ein­au­di­ani incute a primo impatto un certo tim­ore, ma poi più la si guarda e più ci sem­bra di stare guardando qual­cosa a noi famil­iare. Rac­con­taci un po’ come è nata questa scelta e se le sen­sazioni che l’hanno gui­data erano in qualche modo anche di questo tipo?

Quando con l’editore abbi­amo com­in­ci­ato a prog­ettare il libro nella sua veste grafica, ho pro­posto un’immagine nella quale mi ero imbat­tuto casual­mente. Si tratta di una fotografia di Luca Adami, artista romano, un vero tal­ento, che ritraeva in prim­is­simo piano una porta soc­chiusa dalla quale fuo­rius­ci­vano, scom­poste, brac­cia e gambe di corpi di sesso diverso. L’editore avanzò la pro­posta della fotografia di Mimmo Jodice, e la scelta è stata dif­fi­cile per un po’ di tempo. Poi ho visto in quest’ultima una sin­tesi di quello che era il libro, pub­bli­ciz­zato quale mito mod­erno, e l’abbiamo preferita a quella di Adami. Colgo l’occasione per dire che il rifer­i­mento al mito non è ques­tione stilis­tica, come qual­cuno ha gius­ta­mente osser­vato. Il mio stile non è nem­meno lon­tana­mente parag­o­nabile a quelli dei maetri della mitolo­gia — per­fetti, viene da dire, pro­prio per­ché gli stili ogni volta si fran­tu­mano, non ci sono più, tanto da non esserci più l’autore (se è vero che lo stile è l’autore senza l’opera), così da farci apparire i testi come se si fos­sero scritti da soli, e “veri sem­pre”, anche a dis­tanza di tanti sec­oli come avviene anche per i Van­geli. Ciò che di Elis­a­beth con­tribuisce a far sì che di mito si possa par­lare, oltre a una certa quan­tità di arche­tipi rin­no­vati (che nel loro insieme di espe­rienze mirano a imporsi in quanto “mod­elli” anche per il sen­tire di oggi), è l’atemporalità che si res­pira nelle pagine ded­i­cate al bunker. Lo stu­dio dello stile resta un car­dine fon­da­men­tale dell’analisi di un opera in ogni epoca, ma il ten­ta­tivo di scar­dinare il tempo è il solo vero bina­rio su cui viag­gia ogni capac­ità mitopoietica.

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10/10/2011

Troppo umana speranza, di Alessandro Mari

recen­sione di Sil­via Cassanelli

 

«Menar merda non è poi una mala occu­pazione; pec­cato, certo, non si fa, e di lavoro se ne ha ogni mese, chè la terra vuol calore, acqua e nutri­mento in cam­bio della vita data a ogni seme, e niente c’è di meglio che colat­ic­cio impas­tato ad altre più cor­pose deiezioni, il tutto alacre­mente benedetto. All’opportuno vol­gere di luna capric­ciosa, così si scava per sem­i­nare: è suf­fi­ciente affon­dare l’indice o il medio nel ter­ric­cio della cas­setta dove si pog­giano i semi a dimora, affinché cres­cano in ger­mogli da ripi­antar poi negli orti­celli; oppure scegliere la vanga e altri più sofisti­cati attrezzi per aprire solchi e fendi­ture nel tes­suto dei campi. La terra tutto accetta, paziente e ad ali­men­ta­rla il nec­es­sario e col giusto irriga­mento ogni ferita saprà rimar­ginarsi, e farà dono dei suoi frutti».

Il nar­ra­tore descrive così il lavoro del pro­tag­o­nista di Troppo Umana Sper­anza. Colom­bino, un gio­vane orfano cresci­uto nella cam­pagna lom­barda durante l’Ottocento, com­pie una man­sione umilis­sima ma impor­tante, trasporta un carro con lo sterco per fer­til­iz­zare i campi. Lo scrit­tore sot­to­linea in questo modo la forza rigen­er­a­trice,  quasi salv­i­fica di tale com­pito, infatti lo sterco guarirà e farà frut­ti­fi­care la terra. Il pro­tag­o­nista viene descritto come un ragazzo buono e umile, che, bersaglio degli scherzi dei bam­bini, è chiam­ato il menamerda. Legge la Bib­bia ed è cresci­uto da un prete che presto lo las­cia solo e in questo modo inizia il suo viag­gio alla ricerca di se stesso e della pro­pria felic­ità, la sua trasfor­mazione in una vera e pro­pria figura cristica; com­in­cia a portare una barba “alla nazarena” e riesce a uscire da una pro­fonda fossa diven­tata quasi una sorta di tomba dalla quale invece si salverà. Ten­terà poi di real­iz­zare il suo sogno quello di sposare l’amata Vit­to­rina. Infatti come dice il nar­ra­tore: «La pas­sione era al cen­tro del suo mondo. In un certo senso, lui la dimorava come fosse una regione anziché una con­dizione. Così era nato. Nella sua lin­gua l’amore che gli agi­tava l’animo, al quale il suo animo sog­giaceva, poteva mer­i­tarsi l’onore di quel ter­mine, pas­sione, il medes­imo per sof­ferenza, il pati­mento fisico e spir­i­tuale. Sof­ferenza e deside­rio, entrambi arde­vano in Colombino».

Alessan­dro Mari descrive le ster­mi­nate dis­tese della cam­pagna lom­barda, la vita delle per­sone dell’epoca, un pic­colo mondo rurale carat­ter­iz­zato da una reli­giosità popo­lare: ad esem­pio ci sono cre­denze come la benedi­zione dello sterco per ottenere rac­colti copiosi o il portare faz­zo­letti ann­o­dati al collo affinché San Bia­gio inter­venga per placare il malanno.

Questo romanzo poi rac­conta le vicende di altri gio­vani. Quella del pit­tore Lisander, espo­nente del gruppo cul­tur­ale dei Roman­tici Di Sbieco, il quale vor­rebbe diventare cal­lotip­ista, una specie di fotografo. Per man­ten­ersi dipinge ritratti alle sig­nore dell’alta borgh­e­sia milanese e per guadag­narci qual­cosa diventa il loro amante. Quella di Leda, una monaca che vive intrap­po­lata in un mondo osses­sion­ato dai ricordi del suo ex fidan­zato, Lorenzo. Insieme a una com­pagna riesce a scap­pare e diventa così una spia incar­i­cata di ped­inare Giuseppe Mazz­ini. Un altro filone del rac­conto è inoltre quello di Josè e Aninha, e ambi­en­tata in Brasile durante il con­flitto dei far­ra­pos.

Alessan­dro Mari rac­conta un pezzo di sto­ria ital­iana vis­suta in prima per­sona dalla gente comuni: ci sono i grandi per­son­aggi come Giuseppe Garibaldi, Anita, Mazz­ini, accanto però agli umili, i veri pro­tag­o­nisti degli accadi­menti. Il gio­vane scrit­tore usa un lin­guag­gio carat­ter­iz­zato dal plurilin­guismo. Ci con­duce in vari luoghi, ad esem­pio in Brasile, Lom­bar­dia oppure a Gen­ova. E uti­lizza parole brasil­iane (come: capitão, Josè, far­ra­pos, carpin­teiro), o ter­mini dialet­tali pro­pri delle regioni descritte. Tal­volta, il lin­guag­gio è aulico e carat­ter­iz­zato da ter­mini arcaici per descri­vere meglio l’epoca e i per­son­aggi, e la costruzione del peri­odo com­p­lessa, con un fre­quente uso dell’ipotassi.

 

Alessan­dro Mari è nato nel 1980 a Busto Arsizio. Si è lau­re­ato con una tesi su Thomas Pyn­chon. Ha com­in­ci­ato gio­vanis­simo a lavo­rare per l’editoria, come let­tore, tradut­tore e ghost­writer. Troppo umana sper­anza è il suo primo romanzo.

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11/07/2011

Settanta acrilico, trenta lana, di Viola Di Grado

recen­sione di Chiara Rea


Set­tanta acril­ico, trenta lana è la sto­ria di Camelia che, in seguito alla trag­ica morte del padre, si trova imp­ri­gion­ata nella trap­pola di silen­zio e dolore che la madre costru­isce intorno a sé. Camelia e la madre abi­tano a Leeds, una città gri­gia e piovosa dove l’inverno sem­bra non avere mai fine («l’inverno è com­in­ci­ato da così tanto tempo che nes­suno è abbas­tanza vec­chio da aver visto cosa c’era prima») e le con­dizioni atmos­feriche trasfor­mano il tempo in una spi­rale senza uscita. La madre, ele­gante e bel­lis­sima flautista, si rinchi­ude in un mutismo malato, si riduce allo stato brado, smet­tendo di lavarsi e di pren­dersi cura di sé, e passa il tempo a fotogra­fare buchi con una polaroid. Comu­nica con la figlia solo attra­verso lo sguardo. Camelia – che prima della morte del padre stava per com­in­ciare l’università e trasferirsi in un appar­ta­mento tutto suo – abdica alla pro­pria vita, costretta a pren­dersi cura della madre, e si las­cia trascinare da lei in un pan­tano di emozioni stroz­zate e silenzi impenetrabili.

La gio­vanis­sima Camelia, ormai assue­fatta a questa vita ridotta ai min­imi ter­mini, tra­duce man­u­ali di istruzione di lava­trici e rara­mente esce dalla casa «asse­di­ata dalla muffa accanto al cimitero». Decapita fiori e rac­coglie vestiti difet­tosi nella spaz­zatura per poi sot­to­porli a oper­azioni chirur­giche al fine di miglio­rarli stor­piandoli ancora di più. Un giorno però, viene risuc­chi­ata fuori dal suo buco nero e incon­tra Wen, un ragazzo cinese che lavora nel negozio da cui proven­gono gli abiti difet­tosi. Gra­zie alle lezioni di cinese di Wen, Camelia riemerg­erà piano piano dal suo bara­tro e tornerà a par­lare impara­ndo un’altra lin­gua, ricostru­irà il suo mondo andato in pezzi attra­verso la com­pi­utezza degli sim­boli grafici cinesi, inter­preterà la realtà gra­zie alle chi­avi degli ideogrammi. E si innamor­erà. Ma se tutto sem­bra vol­gere per il meglio e la pri­mav­era pare essere alle porte con la sua luce acce­cante, il let­tore non deve farsi illu­sioni: la salvezza non arriverà e, anzi, alla ripresa della vita seguirà nuo­va­mente la morte.

Set­tanta acril­ico, trenta lana è il romanzo di esor­dio di Viola Di Grado, ven­titreenne catanese dai lunghi capelli biondi e dalle lab­bra dip­inte di nero, che ha riscosso finora critiche entu­si­as­tiche. Parag­o­nata nella quarta di cop­er­tina ad Amélie Nothomb e Elena Fer­rante, la Di Grado ricorda di più gli esordi di Isabella San­tacroce: atmos­fere cupe al lim­ite del mor­boso, un certo deside­rio di scioc­care il let­tore, una scrit­tura evoca­tiva e tesa alla ricerca del ter­mine giusto, della com­bi­nazione di parole insolita. Ma se la San­tacroce, sep­pur in maniera mar­ginale e con le deb­ite dis­tinzioni, si inseriva nella vivace scia dei Can­ni­bali e quindi in un con­testo let­ter­ario più ampio, la Di Grado sem­bra piut­tosto sboc­ciare da quella sot­to­cul­tura ado­lescen­ziale che ha por­tato alla nascita del fenom­eno “emo”, da quella gen­er­azione cresci­uta con i film di Tim Bur­ton e con un gusto un po’ mor­boso e un po’ gio­coso del cupo, del dark, della negazione di sé attra­verso il mar­to­ri­a­mento del pro­prio corpo, di un dolore che spesso non trova mezzi pro­fondi per esprimersi rima­nendo così – almeno in apparenza – poco più che una ferita super­fi­ciale. E così appare anche il romanzo della Di Grado: una scia di dolore che si ferma spesso in super­fi­cie e non sem­pre va a fondo. Allo stesso modo anche la ricerca lin­guis­tica che opera la gio­vane scrit­trice troppo spesso risulta poco più che un eser­cizio di stile, lo sforzo di ottenere l’effetto a tutti costi, di scar­dinare l’impianto solido della lin­gua ital­iana forzan­done le regole, le immag­ini, la tradizione: la Di Grado gioca con la lin­gua, cerca nuovi modi per com­binare le parole, nuove strade per ricom­porre la sin­tassi, e lo fa con esiti tal­volta inter­es­santi, ma spesso anche non troppo felici, cre­ando immag­ini a volte poet­iche, a volte dis­tur­banti, tal­volta forzate. Certo, la voce della Di Grado si dis­tingue net­ta­mente da molti altri gio­vani scrit­tori ital­iani, ma non basta questa mani­a­cale atten­zione per la lin­gua a creare uno stile vero e pro­prio: una certa debolezza della scrit­tura della Di Grado si riv­ela infatti pro­prio nei dialoghi, dove i giochi di parole sono assenti.

Oltre alla lin­gua, e più che la sto­ria, ciò che colpisce è una sorta di coerenza interna al testo, fatta di rimandi e cor­rispon­denze, di ele­menti che ritor­nano sotto men­tite spoglie, che riecheg­giano e si ripetono: la vita vista attra­verso i buchi, le rif­les­sioni sul lin­guag­gio e la sua assenza, sull’espressione e il silen­zio, sull’incomunicabilità. Il tutto però è intriso di rifer­i­menti alla cul­tura pop del nos­tro tempo (musica, cin­ema, immag­i­nario) che in un certo senso banal­iz­zano anche le sug­ges­tioni più incisive.

 

Viola Di Grado è nata a Cata­nia ven­titré anni  fa, è lau­re­ata in lingue ori­en­tali a Torino e stu­dia a Londra.

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16/06/2011

La vita accanto, di Mariapia Veladiano

recen­sione di Milena Aquilanti

 

L’arrivo di un figlio è da sem­pre con­sid­er­ato una benedi­zione, per qual­si­asi famiglia. Un bam­bino riempe di gioia i gen­i­tori che lo hanno atteso e fan­tas­ti­cato su di lui, che rimar­reb­bero per ore a guardarlo dormire, come estasiati. Che suc­ced­erebbe però se il tanto atteso par­golo, fosse brutto, di una brut­tezza tale da far pen­sare a una punizione div­ina?
Il romanzo di Mari­apia Vela­di­ano, La vita accanto,  pone fin dalle sue prime righe questa domanda.
La nascita della bam­bina tanto desider­ata, getta nell’oscurità la vita di una ben­es­tante famiglia vicentina, a causa della sua enorme e irrepara­bile brut­tezza.
La pro­tag­o­nista, che riv­el­erà di chia­marsi Rebecca solo dopo alcuni capi­toli, vive la sua vita in punta di piedi, con­sapev­ole che il suo aspetto este­ri­ore è il motivo per il quale non riceve amore dai gen­i­tori. La madre, una donna bel­lis­sima, si è chiusa in un for­tis­sima depres­sione post par­tum, che le impedisce di accud­ire la figlia e la fa vivere in una sorta di esistenza par­al­lela, e il padre, anche lui un uomo bel­lis­simo, nonché sti­mato gine­col­ogo, non si affatto prodi­gato per sbloc­care la situ­azione famil­iare, ma ha com­pen­sato le sue assenze e la sua povertà di affetto con l’assunzione di una tata, Mad­dalena.
La pic­cola Rebecca vive la sua infanzia quasi murata den­tro casa, non le è per­me­sso di uscire se non la sera e ben cop­erta, in com­pag­nia della bella zia Erminia, gemella del padre e con­certista. Pro­prio dalla zia Erminia arrivano i primi gesti di affetto e con­sid­er­azione, ai quali la pic­cola Rebecca si attacca con dis­per­azione, e sem­pre dalla zia la pic­cola inizia ad appren­dere lo stu­dio del pianoforte, sua con­so­lazione nei momenti più tristi.
Gli anni trascor­rono in fretta e, rag­giunta l’età sco­lare, la bam­bina deve affrontare per la prima volta il mondo esterno. L’ aspetto fisico di Rebecca ter­ror­izza tutti i suoi com­pagni di classe, tranne una bam­bina, Lucilla, che diven­terà la sua unica amica; è a lei che Rebecca rac­conta il suo sogno di diventare una con­certista.
La vita della pic­cola pro­tag­o­nista però viene improvvisa­mente scon­volta dal sui­cidio materno. Solo Mad­dalena, la maes­tra Albertina e Lucilla le saranno di con­forto; nes­suno, nem­meno il padre, avrà un gesto d’amore nei suoi con­fronti.
Se gli anni delle ele­men­tari trascorro con una certa seren­ità, con le scuole medie, e ancor di più con le supe­ri­ori, tutto cam­bia. Emar­ginata dai com­pagni, non solo per la sua brut­tezza ma anche per la sua bravura a scuola, Rebecca trova sol­lievo solo quando può suonare il pianoforte.
Super­ato l’esame di ammis­sione del con­ser­va­to­rio, inizia a pren­dere lezioni dal mae­stro De Lel­lis, e in casa sua fa conoscenza della sig­nora De Lel­lis, madre del suo mae­stro e, in pas­sato, grande con­certista. La donna che di primo impatto sem­bra un po’ svi­tata, in realtà dimostra di conoscere molte cose su Rebecca e su sua madre.
Spinta dalla sig­nora De Lel­lis, la ragazza decide di entrare final­mente nella stanza materna, fatta chi­ud­ere dal padre subito dopo il sui­cidio. In questa stanza trova i diari della madre, e nel leg­gerli capisce di essere stata amata dalla donna, la quale però non è mai rius­cita ad esternare il suo affetto. E’ sem­pre dai diari che  Rebecca viene a sapere che la  madre ogni notte, fino al suo sui­cidio, parlava con una sig­nora in riva al fiume, che altri non è che la sig­nora De Lol­lis.  Quando tutto sem­bra andare per il meglio, ecco di nuovo una sec­onda svolta nel romanzo. La ragazza subisce un atto di vio­lenza dai suoi com­pagni di classe che la denudano e la umil­iano , cospar­gen­dola di succo d’arancia.
Rebecca cerca di par­lare con il padre, per ottenere gius­tizia, ma non viene cre­duta.  Solo molti anni dopo, quando ormai sarà un’affermata con­certista, rius­cirà di nuovo a par­lare della vio­lenza subita con l’amica Lucilla.
La vita accanto è dunque un pro­fondo excur­sus sulla vita della pro­tag­o­nista, Rebecca, che crede di non mer­i­tarsi l’amore degli altri per via del suo aspetto orri­bile. Con uno stile fresco, leg­gero, Mari­apia Vela­di­ano rac­conta il dramma di questa donna dell’ombra come si potrebbe rac­con­tare una favola, inserendo qua e là anche dei per­son­aggi buffi che non riescono a fare a meno di strap­parci un dis­creto sorriso.

 

Mari­apia Vela­di­ano, vicentina, è lau­re­ata in filosofia e teolo­gia ed insegna Let­tere. “La vita accanto”, pub­bli­cato da Ein­audi, è il suo primo romanzo, ed è il vinci­tore del pre­mio Calvino 2010.

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18/05/2011