Malafede, di Maurizio Cotrona

recen­sione di Fed­erico Ligotti

Malafede, romanzo di Mau­r­izio Cotrona, edito da Lan­tana, è vox loquens, nome par­lante nel titolo. Malafede è un quartiere di fan­ta­sia costru­ito da Cal­t­a­girone alle propag­gini infette e malariche di Roma sud, ma atten­zione: davvero un bel quartiere, lindo e ordi­nato come in certe sit­com tedesche. In apparenza, è il posto ide­ale per vivere. Una Magliana post­mod­erna e luc­ci­cante, dove i condòmini si iden­ti­f­i­cano con i numeri degli interni (1, 5, 7…) e si lan­ciano strali di cel­lu­losa nell’interno degli ascen­sori, dove prevale la metafisica ster­ile del numero e sono vietati i rap­porti inter­per­son­ali, dove «è ris­chioso sognare ciò che non si può mis­urare in minuti o chilometri».

Uno dei bilo­cali è occu­pato da Gior­dano e Vit­to­ria, gio­vane cop­pia di forzati esuli taran­tini: Gior­dano è un patito di dvd e videogames che scrive mail con cui rac­cogliere tes­ti­mo­ni­anze degli amici sull’interpretazione del con­cetto di “felic­ità”; Vit­to­ria è una donna algida ma irrev­o­ca­bil­mente depressa, mono­ma­ni­aca dell’ordine casalingo, non sop­porta la puzza degli stranieri sugli auto­bus e sulla metro. I due pro­tag­o­nisti odi­ano vis­ceral­mente Roma, non fanno mai l’amore ma sono pre­murosi badanti l’uno per l’altra: lui tira avanti la baracca con un ottimo stipen­dio da dipen­dente (pre­cario) min­is­te­ri­ale e prova a mit­i­gare la mor­tale apa­tia di lei con preziosi regali; lei lavora 12 ore al giorno per 400 euro al mese in uno stu­dio di com­mer­cial­isti, lava, stira, cucina e pulisce casa, solo per lui. I rap­porti fra i due andranno lenta­mente dis­gre­gan­dosi, men­tre l’ossessione per l’enumerazione della realtà e il tripu­dio della mate­ri­al­ità dell’esistente pren­der­anno il posto di ogni sem­biante di umana fiammella.

Il tempo della nar­razione prende i passi nell’aprile 2007: sono in arrivo l’uragano della ten­sione ban­car­ot­tiera, la crisi apoc­alit­tica della sovrap­pro­duzione neoliberista e il buco nero del deb­ito pub­blico che man­der­anno in ginoc­chio l’Italia, Paese cresci­uto e pom­pato in decenni di malaf­fare. E nella più totale malafede.

Cotrona descrive con moret­tiano dis­in­canto e una levi­gata spi­etatezza alla O’Connor, l’imputridimento delle coscienze di più gen­er­azioni di ital­iani, quelle dei figli e, soprat­tutto, quelle dei padri, stra­volte dal rimorso. Lo fa con una scrit­tura densa, tra­boc­cante e sug­ges­tiva, dove il gusto bizan­tino dell’enumerazione si mit­iga con la lucidis­sima anal­isi sull’agonia di un’Italia malata.
Da antolo­gia le ultime pagine, quando l’incedere niet­zschi­ano dei dis­corsi di Gior­dano dialoga — come si fosse in un film di Bergman– con la Morte che assume le sem­bianze della madre.

Mau­r­izio Cotrona è nato a Taranto nel 1973. Da cinque anni vive e lavora a Roma, sta­bil­mente in attesa di sta­bi­liz­zazione. Nel 2005 ha pub­bli­cato Ho sog­nato che qual­cuno mi amava. Scrive rego­lar­mente per i siti bombacarta.com, booksbrothers.it, puntoacapo.biz e sul suo blog per­son­ale: buonafede.wordpress.com.

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23/03/2012

Tutta la bellezza deve morire, di Luigi Pingitore

recen­sione di Mara Bevilac­qua

«Il futuro non potrà mai com­petere con questo.»
Questo è un pre­sente di una Bellezza acce­cante, quella sel­vat­ica e sem­piterna di un pae­sag­gio riarso dal sole e dal sale, di una gioventù che esplode in tutte le movenze e manda in loop il cervello, sover­chi­ato dall’assenza di risposte per l’unica domanda che conta: come sarà il nos­tro futuro?
I pro­tag­o­nisti di Tutta la bellezza deve morire sono in sei: Pier, Dario, Sil­via, Luca, Liv e Francesca. Hanno dician­nove, vent’anni. Hanno il mondo in mano e fanno quello che vogliono. Hanno un mare-grembo che li riprende e li fa rinascere ogni qual volta ne sen­tano il bisogno. Hanno un sole che prosci­uga e stordisce e li ama. Vogliono essere liberi ma sono ter­ror­iz­zati dall’idea di scegliere e di crescere. Hanno il mondo in mano ma sono come il coniglio che salta in mezzo alla car­reg­giata e rimane acce­cato dalla luce.
Sono il ful­cro da cui irra­dia una Bellezza che fa invidia agli adulti intorno a loro. Sono un cumulo di teorie, di desideri incerti, di sicurezze pre­coci. Dario che vuole andare a Lon­dra, Pier ammaliato dalle parole di Rim­baud, Liv che vuole una cica­trice sul suo corpo da favola, Luca che pesca coi gesti pre­cisi del padre, Francesca che non si trova più.
Sono la cli­max della per­fezione estet­ica e una volta rag­giunto il punto più alto inizia inevitabil­mente la parabola dis­cen­dente.
«Bisogna solo rifi­utare. […] Rifi­utare non è rin­un­ciare.»
Nell’atto dell’ennesimo tuffo, in procinto di desider­are di nuovo che il mare lo tenga con sé, Pier ha un’epifania: si può dire no, ci si può tirare indi­etro e non fare una cosa. Non deve nem­meno dirlo, dichiararlo, gli basta sapere di potere dire di no.
Di fronte alle infi­nite pos­si­bil­ità che si aprono a vent’anni Pier, Dario, Sil­via, Luca, Liv e Francesca rifi­u­tano.
Tutta la Bellezza, alla fine, deve morire.
«Ci pensi mai al futuro?»
[…]
«Che cazzo è il futuro?»

L’autore è sceneg­gia­tore e reg­ista e ciò che scrive e descrive è cesel­lato chiara­mente. Inquad­ra­ture, scorci, sce­nari, per­son­aggi: uno stile molto visivo, ricco di det­tagli e immag­ini pre­cise («Il padre versa il vino a due uomini che si intrat­ten­gono con lui e gli pog­giano la mano sulla spalla. I due uomini alzano il bic­chiere prima di bere. Anche il padre alza il suo, ma lo fa con­tro­voglia, poi butta giù molto velo­ce­mente. Chiede agli uomini se ne vogliono ancora ma loro rifi­u­tano.»)
Lo stile di Pin­gi­tore riesce a ricreare, con la cadenza delle frasi e il peso delle sin­gole parole («I grilli bom­bar­dano le orec­chie. E non c’è altro. Ma questa non è pace. È qual­cosa di più, di più denso e mis­te­rioso e molle e com­pli­cato.»), l’atmosfera neb­u­losa dei pomeriggi estivi in cui il solleone attutisce ogni cosa e non per­me­tte di pen­sare chiara­mente. Il suo romanzo pro­cede per cer­chi con­cen­trici fino ad arrivare al punto: le vite di questi ragazzi si restringono man mano che i loro pen­sieri accen­nati, un po’ informi, oscil­lanti tra lo stato di sen­sazioni e quello di realtà, si rap­pren­dono fino alla solid­ità della scelta irreversibile.

 

Luigi Pin­gi­tore vive e lavora a Napoli. Ha pub­bli­cato numerosi rac­conti e poe­sie. È sceneg­gia­tore e regista.

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01/02/2012

Si sta facendo notte, di Emilia Zazza

Si sta facendo notte, libro di esor­dio di Emilia Zazza uscito per Italic Pequod, è un romanzo osti­nato; nel senso che si ostina a farsi domande, a porsi in modo critico nei con­fronti della città di Roma, questo cuore pul­sante di cui spesso ci si riem­pie la bocca a sproposito.

Il faro dell’autrice è indub­bi­a­mente Pier Paolo Pasolini (ma forse anche Andrea Car­raro) e ben salda pure la volontà di scan­sion­are, attra­verso l’uso di un dialetto mis­urato e inci­sivo, un mondo – quello della per­ife­ria e delle sue sto­rie – che sem­bra di giorno in giorno andare per­dendo le sue radici, e des­ti­nato a un’inesorabile caduta.

Le facce di Si sta facendo notte sono quelle di Pino, der Moretto, e di Mustafà, amici da sem­pre con le loro vite così vicine eppure così lon­tane, legati al loro quartiere (il Pigneto) che amano per con­sue­tu­dine e che al tempo stesso, in fondo, stanno com­in­ciando a odi­are per la sua con­tinua trasfor­mazione, popo­lato com’è di nuovi arrivati fighetti e soprat­tutto di stranieri che appaiono sem­pre più minac­ciosi e pronti a infas­tidirli. I tempi dello spir­ito di quartiere sol­i­dale e gen­eroso sem­brano ormai irri­me­di­a­bil­mente lontani.

Emilia Zazza rac­conta una sto­ria di grande senso nar­ra­tivo, che ha il prezioso dono di far riflet­tere e assieme di leg­gersi con grande godi­bil­ità, senza inutili sofismi e art­efici; scrive per il mag­nifico piacere di rac­con­tare una fac­cia a volte trascu­rata della sua città, in un crescendo di sug­ges­tioni ed emozioni che deraglia nella para­dos­sale quanto trag­ica scena finale.

Emilia Zazza è nata a Roma. Suoi rac­conti e saggi sono apparsi in quo­tid­i­ani, riv­iste e antolo­gie. Col­lab­ora con Nuovi Argo­menti. Scrive per la tele­vi­sione ed è autrice del doc­u­men­tario Ter­mini Under­ground pre­sen­tato al Fes­ti­val del Cin­ema di Roma-Alice nella Città. Si sta facendo notte è il suo primo romanzo.

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17/11/2011

Elisabeth, intervista a Paolo Sortino

Conosco Paolo Sortino da diversi anni, da quando in una lunga e tele­fonata mi parlò per la prima volta del romanzo che avrebbe voluto scri­vere, anzi che stava già scrivendo. C’erano sì dubbi, con­trad­dizioni, ma venni via da quella tele­fonata con la certezza che quelle parole sareb­bero divenute pro­prio quel romanzo. Senza nes­sun dub­bio.
Ritrovarmi qualche anno più tardi fra le mani il libro di Paolo tra le mani per leg­gerlo, e poi per recen­sirlo, mi emoziona, come mi emoziona sem­pre vedere real­iz­zate le idee, che siano le mie o quelle degli altri.
La sto­ria di cui vi ho par­lato ha a che fare con la gen­esi di Elis­a­beth (Ein­audi, col­lana Super­co­ralli,  2011), romanzo d’esordio appunto di Paolo Sortino, che ho avuto modo di intervistare:

Caro Paolo, per iniziare, ti vor­rei chiedere così d’acchito se Elis­a­beth è davvero un romanzo sulla felic­ità o se invece è un’immersione dis­sim­u­lata nel dolore di essere vivi?

Sì, è un libro sulla felic­ità, quindi un’inevitabile e affatto dis­sim­u­lata immer­sione nel dolore. Spesso è già doloroso tentare di esprimere la felicità.

Spesso appena si è finito di scri­vere un romanzo, si hanno un paio di per­sone di cui ci si fida molto alle quali farlo leg­gere in anteprima per avere una loro impres­sione di let­tura. È stato così anche per te, o hai prefer­ito che la forza di Elis­a­beth si river­sasse su di loro nello stesso momento che questo accadeva anche con tutti gli altri lettori?

Curioso che tu me lo chieda. Soli­ta­mente ho ben due let­tori implic­iti che sfi­anco tenen­doli al tele­fono lunghissime ore, ma la stesura di Elis­a­beth fer­men­tava più velo­ce­mente di quanto io stesso potessi leg­gere loro. Una volta abboz­zata la strut­tura, l’impalcatura alla quale fis­sare i car­dini della sto­ria, la nar­razione si è river­sata nelle pagine con forza e veloc­ità. Dunque quei miei due let­tori hanno potuto capirci qual­cosa vera­mente solo a pub­bli­cazione avvenuta.

Già dal titolo del romanzo il let­tore si trova a met­tere nel pro­prio obi­et­tivo appunto Elis­a­beth. Ti chiedo invece di Josef Fritzl. In che misura è lui il vero pro­tag­o­nista del romanzo, in quanto, almeno appar­ente­mente, unica causa del dolore e della vita reclusa della figlia Elisabeth?

Sono sin­ce­ra­mente con­vinto che Josef non sia (stato) l’unica causa della sof­ferenza di Elis­a­beth. Cer­ta­mente egli è il “mostro” gen­er­ato dal sonno della ragione, ma quest’ultimo è il vero pro­tag­o­nista insieme a Elis­a­beth. Il sonno antropo­logico nel quale son­nec­chi­ano le soci­età mod­erne. Quella aus­tri­aca, in questo senso, è un esem­pio per­fetto: è una delle pochissime al mondo ad aver posto nella Cos­ti­tuzione il con­cetto di “neu­tral­ità eterna” dichiarando di asten­ersi da qual­si­asi con­flitto bel­lico sarebbe scop­pi­ato nel mondo. Ebbene, questo atteggia­mento, sep­pure det­tato dall’analisi stor­ica del pro­prio ruolo nell’ascesa del nazismo, e dunque dal pen­ti­mento che ne è venuto fuori, l’Austria ha di fatto rimosso il con­cetto implic­ito di ‘con­flitto’, il quale invece sta alla base di ogni evoluzione o riv­o­luzione antropo­log­ica dei popoli. Un tipico esem­pio di come i val­ori morali, anche quelli più paci­fici, siano dele­teri per l’intelligenza crit­ica e la capac­ità di rivedere i pro­pri com­por­ta­menti. Come il pen­siero che stava alla base del nazismo, anche questo è ide­o­logico, poiché mira a con­cretiz­zare una qualche forma di purezza. Ancora una volta quella aus­tri­aca nella fat­tispecie, e con essa anche altre cul­ture, si auto­de­nun­ciano puri­tane. Diversa e uguale da quella ari­ana, la ricerca della purezza non porta che a prog­etti di iso­la­mento, forme diverse di bunker, ora psi­co­logici, ora di altre forme e nature, ma tutti pari­menti dev­as­tanti per l’individuo.

Nel tuo romanzo sbaglio o un ruolo niente affatto mar­ginale è ricop­erto dalla visione dello spazio, dalla dimen­sione per così dire architet­ton­ica, della casa, del bunker, e questo sem­bra avere una inevitabile ricaduta anche sulle parabole emo­tive dei per­son­aggi che in essa si trovano a muoversi?

Dici bene. Il romanzo sug­gerisce la visione del mondo come una sorta di mod­ello atom­ico bina­rio, nel senso che vi sono due nuclei intorno ai quali grav­i­tano i fatti. Il primo nucleo che sco­pri­amo è che l’individuazione dei desideri pro­fondi (dell’individuo e della soci­età) è com­pito sem­pre nec­es­sario per com­pren­dere ragioni e des­tini, ma resterebbe poca cosa se non ci accostas­simo al sec­ondo nucleo della ques­tione: il fatto che i desideri non solo mod­i­f­i­cano il mondo cir­costante, come dire le utopie e i sogni che nutri­amo, ma pure che il mondo (che già è il risul­tato di adat­ta­menti e trasfor­mazioni com­piuti da sogni e desideri prece­denti ai nos­tri, nutriti da per­sone vis­sute prima di noi) è in grado di mod­i­fi­care quei nos­tri stessi desideri e le nos­tre aspi­razioni. L’uomo e il mondo crescono insieme, non c’è l’uno senza l’altro.
Architet­tura, quindi, non come sem­plice sitemazione dello spazio da abitare, com­pen­e­trazione di ele­menti diversi di pae­sag­gio, ma costruzione del mondo che dovrà accogliere i desideri e i loro sig­ni­fi­cati, sapendo che da essi verrà rimodel­lato. Josef costru­isce un mondo in base ai suoi desideri, proce­dendo per fedeltà a se stesso, Elis­a­beth per visioni e revi­sioni, e infedele a se stessa mod­i­fica il mondo cir­costante. Il bunker che ho nar­rato è l’esempio di questo doppio scam­bio tra uomo e ambi­ente. Nel suo sforzo d’amore migliore, Josef a un certo punto arriva a pre­oc­cu­parsi e pren­dersi cura dei desideri della figlia, ma non com­prende che i desideri di questa sono nati nel mondo aperto del gia­r­dini e della luce del sole. Amarla in modo com­pleto (in modo sano, nel senso di “intero”) sig­ni­ficherebbe amare il mondo in cui sono nati quei desideri, quindi non sep­a­rarla da quello. È l’errore che i gen­i­tori com­met­tono più spesso: amare i figli ma non il loro mondo. Elis­a­beth, per­son­ag­gio del mio romanzo, ci pone una ques­tione: siamo sicuri che dob­bi­amo con­tin­uare a costru­ire, a pro­trarre mod­elli “edi­f­i­canti” di soci­età, vale a dire real­iz­zare i nos­tri desideri mat­tone su mat­tone? Io e Elis­a­beth rite­ni­amo real­iz­zati i nos­tri desideri già in quanto tali, prog­etti inte­ri­ori, nutriti di sper­anza e intel­letto. Abbi­amo speso sec­oli a costru­ire il mondo che abbi­amo, ora vor­remmo che esso mod­i­fichi i nos­tri desideri, i nos­tri pen­sieri, i nos­tri sen­ti­menti. Vor­remmo insomma essere inter­ro­gati da ciò che abbi­amo cre­ato. Assumerci una qualche responsabilità.

Un altro aspetto di rif­les­sione del romanzo viene per me dagli oggetti: nell’era del take-away, il loro potere evoca­tivo, la loro dev­as­tante forza allu­siva come nel caso delle famose madeleines prous­tiane ha ancora un senso narrativo?

Vivi­amo di oggetti nel ten­ta­tivo di ren­dere quanto più tan­gi­bile il sen­ti­mento che abbi­amo della realtà, vale a dire che ten­ti­amo di mate­ri­al­iz­zare quanto abbi­amo den­tro, poiché sap­pi­amo che è l’interiorità la realtà per eccel­lenza, in quanto ultima deter­mi­nazione del percettibile e dell’esperibile, come dire l’essenza, quanto più è sito in pro­fon­dità nelle cose eccel­lenti — e noi siamo eccel­lenti, non in quanto esseri umani, ma in quanto esseri, fosse solo dal punto di vista evo­lu­tivo e genetico, né più né meno di un qual­si­asi veg­e­tale o di un ani­male, o di una pietra, ovvi­a­mente (solo che noi abbi­amo il prob­lema della coscienza). La con­fu­sione che si con­tinua ad avere in questi anni tra ciò che è arte e ciò che è design, ad esem­pio, credo sia indica­tiva. Pare che ogni estet­ica (ogni dover essere) si sia ridotta alla sua prog­et­tual­ità (cioè si deve non-essere-del-tutto). Il fas­cino e la seduzione hanno preso tutto lo spazio e il tempo della nos­tra mente, con­t­a­m­i­nato tutti i mate­ri­ali a cui attin­giamo quando creiamo qual­cosa di mate­ri­ale o di intel­let­tuale. Così l’esperienza è mutata in sim­u­lazione, il trauma che la fonda è diven­tato attesa esta­t­ica, in sparizione di chi guarda den­tro l’oggetto guardato, e la fun­zion­al­ità di un sis­tema dato si è fatta più astratta e per­fezion­ata in ter­mini di dinamismo con­cettuale, di lin­guag­gio, sfu­mando nel grado dell’autreferenzialità o peg­gio dell’autoregolazione. È come se ogni oggetto che pro­du­ci­amo per­me­ttesse a cias­cun indi­viduo di sen­tirsi teo­retico, pratico, e insieme comodo, con­fi­dente, flu­ido in casa sua, e però sis­tem­atico, fun­zionale, sin­tetico e più auto­matico (avremmo risposto alla domanda di R. Hamil­ton, sebbene sem­pre val­ida: Cosa rende le case di oggi così diverse, così affasci­nanti?). Siamo rius­citi a ren­dere i sim­boli oggetti, e ogni oggetto sim­bolo di qualcos’altro, finendo col can­cel­lare sia l’uno che l’altro per come li abbi­amo sem­pre pen­sati, a van­tag­gio della vis­i­bil­ità della nos­tra inte­ri­or­ità (dob­bi­amo esprimerci, sem­pre e comunque!). Così ogni cosa è insuf­fi­ciente a sod­dis­fare la nos­tra felic­ità, e “avere tutto” non spaventa più, anzi è implic­ito che è solo l’inizio, la cifra che rap­p­re­senta lo zero di una ricerca che non avendo mai fine non com­in­cia mai vera­mente. Inoltre ogni cosa, sot­tratta della sua antica iden­tità, viag­gia più leg­gera nel nos­tro uni­verso sen­ti­men­tale (il quale è una sorta di ver­sione sot­tovuoto del mondo mate­ri­ale, per cui una piuma e una sfera di piombo hanno lo stesso peso). Credo che il deside­rio incon­fess­abile del nos­tro tempo sia quello di sos­ti­tuire il nos­tro sis­tema ner­voso con uno di fibre ottiche, per­ché ren­derebbe tutto dinam­ico e traspar­ente; avremmo la pos­si­bil­ità di river­sare il mondo este­ri­ore in quello inte­ri­ore, e vicev­ersa, molto più velo­ce­mente e meno sogget­tivo (elim­inare la coscienza). Se inter­preto bene un certo deside­rio di massa, credo che vogliamo diventare delle mac­chine, cioè un nulla ordi­nato, piacevol­mente inutile ma fun­zio­nante. A questo propos­ito, e in mer­ito al sen­ti­mento che avremmo degli oggetti, indico due testi che sono stati fon­da­men­tali per la stesura di Elis­a­beth e del mio prossimo lavoro: Le cose di Georges Perec, e il sag­gio di Bau­drillard con­tenuto nel cat­a­l­ogo della mostra di Andy Warhol Pen­titi e non pec­care più! allestita nel 2006 presso il Chiostro del Bra­mante a Roma, edito da Skira.

Con questo libro hai scritto un romanzo furiosa­mente mas­si­mal­ista. Il tuo è anche un seg­nale politico ai tuoi col­leghi scrit­tori, in par­ti­co­lare a quelli della tua gen­er­azione, o invece tutto è nato da una sem­plice urgenza nar­ra­tiva che chiedeva di trovare un suo nat­u­rale esito?

Non riconosco nes­sun ter­mine della tua domanda. Nulla in scrit­tura è nat­u­rale, tutto è con­tronatura, e se si lavora bene è anche tutto con­tro­cul­tura. Quindi nes­sun esito nat­u­rale, nel libro, nes­sun risul­tato che non sia pura­mente lin­guis­tico. La mia gen­er­azione? Detesto ogni gen­er­azione, non ne riconosco alcuna (nel libro tutte le gen­er­azioni sono descritte da Josef in quanto derive, sono degen­er­azioni, e in questo sono con lui). Non sop­porto nem­meno le inizia­tive che si svol­gono in nome delle gen­er­azioni, odio le riv­o­luzioni e le reazioni. In quanto scrit­tore non ho col­leghi, quindi ogni mia azione non può avere sig­ni­fi­cato o senso politico. Se ce l’ha dipende dal fatto che da parte mia c’è impegno. Impegno non civile, sia chiaro — non sop­porto nem­meno quello — parlo di impegno a scri­vere, qual­si­asi cosa possa sig­nifi­care. Politico è fare al meglio ciò che si fa. Se tutti facessero bene il pro­prio lavoro la soci­età sarebbe per­fetta senza bisogno di ricor­rere alle ide­olo­gie. Della domanda apprezzo l’osservazione sul mas­si­mal­ismo: a dif­ferenza delle arti plas­tiche, dove il min­i­mal­ismo e il mas­si­mal­ismo sono dele­teri per­ché hanno la pretesa di creare ordine instau­rando ger­ar­chie nello spazio anziché nella percezione, e dunque sono ottusa­mente ide­o­logici, in let­ter­atura hanno fun­zione stilis­tica e per­sua­siva, vale a dire che sono stru­menti di potere, non meno del real­ismo, ad esem­pio. Sono stato mas­si­mal­ista in questo libro speci­fico per aderenza agli aspetti che ho voluto rac­con­tare delle per­son­al­ità, quindi lo sono stato per scelta. Qual­cuno ha par­lato di lin­gua barocca, altri — con la fac­cia come il culo — di lin­gua piatta. La lin­gua che ho elab­o­rato per Elis­a­beth non è barocca, direi sem­plice­mente vol­u­met­rica poiché ha inter­rogato il bunker. Dovessi però forzarmi a uti­liz­zare la sto­ria dell’architettura o dell’arte come metafore, direi che la mia scrit­tura è più sim­ile al baroc­chetto, vale a dire che prende del barocco la volontà di solid­i­fi­care il movi­mento, le tor­sioni dei corpi, il pen­siero zampil­lante o i suoi fal­li­menti a cas­cata, ma con­tem­po­ranea­mente ho ricer­cato una soluzione, una dis­ten­sione del vis­i­bile e dell’esperibile verso un qualche tipo di lib­ertà, che prob­a­bil­mente, ancora una volta, cor­risponde al punto di fuga della prospet­tiva, poichè un per­son­ag­gio è libero se sono liberi i suoi orizzonti.

Infine una curiosità sulla cop­er­tina. L’immagine di Mimmo Jodice che si staglia sul bianco dei Super­co­ralli ein­au­di­ani incute a primo impatto un certo tim­ore, ma poi più la si guarda e più ci sem­bra di stare guardando qual­cosa a noi famil­iare. Rac­con­taci un po’ come è nata questa scelta e se le sen­sazioni che l’hanno gui­data erano in qualche modo anche di questo tipo?

Quando con l’editore abbi­amo com­in­ci­ato a prog­ettare il libro nella sua veste grafica, ho pro­posto un’immagine nella quale mi ero imbat­tuto casual­mente. Si tratta di una fotografia di Luca Adami, artista romano, un vero tal­ento, che ritraeva in prim­is­simo piano una porta soc­chiusa dalla quale fuo­rius­ci­vano, scom­poste, brac­cia e gambe di corpi di sesso diverso. L’editore avanzò la pro­posta della fotografia di Mimmo Jodice, e la scelta è stata dif­fi­cile per un po’ di tempo. Poi ho visto in quest’ultima una sin­tesi di quello che era il libro, pub­bli­ciz­zato quale mito mod­erno, e l’abbiamo preferita a quella di Adami. Colgo l’occasione per dire che il rifer­i­mento al mito non è ques­tione stilis­tica, come qual­cuno ha gius­ta­mente osser­vato. Il mio stile non è nem­meno lon­tana­mente parag­o­nabile a quelli dei maetri della mitolo­gia — per­fetti, viene da dire, pro­prio per­ché gli stili ogni volta si fran­tu­mano, non ci sono più, tanto da non esserci più l’autore (se è vero che lo stile è l’autore senza l’opera), così da farci apparire i testi come se si fos­sero scritti da soli, e “veri sem­pre”, anche a dis­tanza di tanti sec­oli come avviene anche per i Van­geli. Ciò che di Elis­a­beth con­tribuisce a far sì che di mito si possa par­lare, oltre a una certa quan­tità di arche­tipi rin­no­vati (che nel loro insieme di espe­rienze mirano a imporsi in quanto “mod­elli” anche per il sen­tire di oggi), è l’atemporalità che si res­pira nelle pagine ded­i­cate al bunker. Lo stu­dio dello stile resta un car­dine fon­da­men­tale dell’analisi di un opera in ogni epoca, ma il ten­ta­tivo di scar­dinare il tempo è il solo vero bina­rio su cui viag­gia ogni capac­ità mitopoietica.

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10/10/2011

Troppo umana speranza, di Alessandro Mari

recen­sione di Sil­via Cassanelli

 

«Menar merda non è poi una mala occu­pazione; pec­cato, certo, non si fa, e di lavoro se ne ha ogni mese, chè la terra vuol calore, acqua e nutri­mento in cam­bio della vita data a ogni seme, e niente c’è di meglio che colat­ic­cio impas­tato ad altre più cor­pose deiezioni, il tutto alacre­mente benedetto. All’opportuno vol­gere di luna capric­ciosa, così si scava per sem­i­nare: è suf­fi­ciente affon­dare l’indice o il medio nel ter­ric­cio della cas­setta dove si pog­giano i semi a dimora, affinché cres­cano in ger­mogli da ripi­antar poi negli orti­celli; oppure scegliere la vanga e altri più sofisti­cati attrezzi per aprire solchi e fendi­ture nel tes­suto dei campi. La terra tutto accetta, paziente e ad ali­men­ta­rla il nec­es­sario e col giusto irriga­mento ogni ferita saprà rimar­ginarsi, e farà dono dei suoi frutti».

Il nar­ra­tore descrive così il lavoro del pro­tag­o­nista di Troppo Umana Sper­anza. Colom­bino, un gio­vane orfano cresci­uto nella cam­pagna lom­barda durante l’Ottocento, com­pie una man­sione umilis­sima ma impor­tante, trasporta un carro con lo sterco per fer­til­iz­zare i campi. Lo scrit­tore sot­to­linea in questo modo la forza rigen­er­a­trice,  quasi salv­i­fica di tale com­pito, infatti lo sterco guarirà e farà frut­ti­fi­care la terra. Il pro­tag­o­nista viene descritto come un ragazzo buono e umile, che, bersaglio degli scherzi dei bam­bini, è chiam­ato il menamerda. Legge la Bib­bia ed è cresci­uto da un prete che presto lo las­cia solo e in questo modo inizia il suo viag­gio alla ricerca di se stesso e della pro­pria felic­ità, la sua trasfor­mazione in una vera e pro­pria figura cristica; com­in­cia a portare una barba “alla nazarena” e riesce a uscire da una pro­fonda fossa diven­tata quasi una sorta di tomba dalla quale invece si salverà. Ten­terà poi di real­iz­zare il suo sogno quello di sposare l’amata Vit­to­rina. Infatti come dice il nar­ra­tore: «La pas­sione era al cen­tro del suo mondo. In un certo senso, lui la dimorava come fosse una regione anziché una con­dizione. Così era nato. Nella sua lin­gua l’amore che gli agi­tava l’animo, al quale il suo animo sog­giaceva, poteva mer­i­tarsi l’onore di quel ter­mine, pas­sione, il medes­imo per sof­ferenza, il pati­mento fisico e spir­i­tuale. Sof­ferenza e deside­rio, entrambi arde­vano in Colombino».

Alessan­dro Mari descrive le ster­mi­nate dis­tese della cam­pagna lom­barda, la vita delle per­sone dell’epoca, un pic­colo mondo rurale carat­ter­iz­zato da una reli­giosità popo­lare: ad esem­pio ci sono cre­denze come la benedi­zione dello sterco per ottenere rac­colti copiosi o il portare faz­zo­letti ann­o­dati al collo affinché San Bia­gio inter­venga per placare il malanno.

Questo romanzo poi rac­conta le vicende di altri gio­vani. Quella del pit­tore Lisander, espo­nente del gruppo cul­tur­ale dei Roman­tici Di Sbieco, il quale vor­rebbe diventare cal­lotip­ista, una specie di fotografo. Per man­ten­ersi dipinge ritratti alle sig­nore dell’alta borgh­e­sia milanese e per guadag­narci qual­cosa diventa il loro amante. Quella di Leda, una monaca che vive intrap­po­lata in un mondo osses­sion­ato dai ricordi del suo ex fidan­zato, Lorenzo. Insieme a una com­pagna riesce a scap­pare e diventa così una spia incar­i­cata di ped­inare Giuseppe Mazz­ini. Un altro filone del rac­conto è inoltre quello di Josè e Aninha, e ambi­en­tata in Brasile durante il con­flitto dei far­ra­pos.

Alessan­dro Mari rac­conta un pezzo di sto­ria ital­iana vis­suta in prima per­sona dalla gente comuni: ci sono i grandi per­son­aggi come Giuseppe Garibaldi, Anita, Mazz­ini, accanto però agli umili, i veri pro­tag­o­nisti degli accadi­menti. Il gio­vane scrit­tore usa un lin­guag­gio carat­ter­iz­zato dal plurilin­guismo. Ci con­duce in vari luoghi, ad esem­pio in Brasile, Lom­bar­dia oppure a Gen­ova. E uti­lizza parole brasil­iane (come: capitão, Josè, far­ra­pos, carpin­teiro), o ter­mini dialet­tali pro­pri delle regioni descritte. Tal­volta, il lin­guag­gio è aulico e carat­ter­iz­zato da ter­mini arcaici per descri­vere meglio l’epoca e i per­son­aggi, e la costruzione del peri­odo com­p­lessa, con un fre­quente uso dell’ipotassi.

 

Alessan­dro Mari è nato nel 1980 a Busto Arsizio. Si è lau­re­ato con una tesi su Thomas Pyn­chon. Ha com­in­ci­ato gio­vanis­simo a lavo­rare per l’editoria, come let­tore, tradut­tore e ghost­writer. Troppo umana sper­anza è il suo primo romanzo.

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11/07/2011