Non resterà la notte, di Giacomo Lopez

Roma, pomerig­gio del 24 dicem­bre. Sabina – romana, ven­tisette anni, al quarto mese di gravi­danza – esce di casa senza meta: è furiosa per­ché ha appena saputo che Ste­fano, il suo com­pagno, la sera dovrà coprire un turno di lavoro e quindi non potrà pas­sare la Vig­ilia di Natale insieme a lei. Ha bisogno di aria fresca per sbol­lire la rab­bia e si dirige verso Villa Pam­phili. Si inoltra fra i viali, fra rif­les­sioni sulla sua vita attuale e ricordi del pas­sato. Com­in­cia a fare buio e, con­tro ogni log­ica o buon senso, non si decide a tornare verso casa. Anzi, sente il bisogno di riposare e si sdraia su una riparata radura erbosa, e si addor­menta. Questo è l’antefatto di Non resterà la notte di Gia­como Lopez edito da Marsilio.

Al risveg­lio, il dramma: Sabina non vede più. Com­in­cia così la sua lotta con­tro i lim­iti psichici e fisici: oltre alla vista, Sabina ha perso la voce in seguito a un urlo ani­male che segna l’inizio della sua reazione allo smar­ri­mento iniziale. Sabina dovrà affrontare prove esten­u­anti. Passa la notte, fra fan­tasmi della memo­ria e minacce reali. Quando ormai è giunto il mat­tino, Sabina cade nel laghetto della villa: siamo al cul­mine del dramma e della dis­per­azione, ma per for­tuna villa Pam­phili com­in­cia a ripopo­larsi e qual­cuno final­mente la soc­corre. È la rinascita: «Li per­don­ava tutti, sua madre, suo padre, Ste­fano, anche Mar­tino che sei mesi prima l’aveva las­ci­ata sola. Non ce l’aveva più con loro. Li per­don­ava per sempre.»

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08/02/2010

Il Nemico, di Emanuele Tonon

A com­porre la matura prova d’esordio di Emanuele Tonon sono due rac­conti: l’agonia di un padre che muore di fab­brica, lo strazio di una cop­pia inca­pace di avere un bambino.

Il padre e il figlio, in sin­tesi. Le prime due parti dell’unico vol­ume entro cui, in orig­ine, avrebbe dovuto con­verg­ere anche un terzo rac­conto, così da repli­care pien­amente lo statuto trinitario.

Sfondo caus­tico e alien­ante è il nordest operaio delle fab­briche, dei padroni cui si regalano mez­zore e vite non dovute, dove a logo­rare la carne sono i nas­tri abra­sivi, le polveri e le sega­ture indus­tri­ali, il vino al veleno. Dove la ricerca della felic­ità non è che una tim­ida ten­sione, già in partenza dis­il­lusa, votata a coin­cidere con un fal­li­mento annun­ci­ato. La riv­e­lazione è l’assenza, il vuoto. Del divino quanto del morale. Ogni moto di aggres­sione, di rivalsa, di vital­ità, finisce per sce­mare nell’inutilità di un grido senza eco. Ster­ile, morto.

Libro del dolore Il nemico, con­danna aperta a dio, alla sua irrev­o­ca­bile lati­tanza, o meglio inesistenza: la classe operaia non va in paradiso.

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08/02/2010

Intervista a Gianfranco Franchi

Incon­tro Gian­franco Franchi a Mon­teverde, nel quartiere che dà il nome al suo libro. Non mi aspet­tavo il ragazzo robusto, che mi ritrovo davanti: spalle larghe, viso ben squadrato, pelle chiara, occhi acuti e mai eva­sivi, il sigaro infor­cato fra le dita. Mi spiega che ha com­in­ci­ato col sigaro da pochi giorni, per­ché con le sigarette ci andava giù pesante. Cam­mini­amo un po’ per il quartiere, è domenica pomerig­gio: ser­rande abbas­sate, strade quasi deserte e un solo bar aperto nel quale ci sediamo.

Cos’ha di spe­ciale Monteverde?

Sicu­ra­mente la sto­ria. Questo è l’ottavo colle, extramoe­nia, si face­vano dei riti che a Roma non erano per­me­ssi. Qui com­batté Garibaldi. Geografi­ca­mente è un posto strate­gico per­ché è vicino al Vat­i­cano, ma gli volta le spalle. E poi questo è il quartiere degli artisti, degli scrit­tori: Pasolini, per citarne uno soltanto. Mon­teverde è den­tro la città, ma allo stesso tempo è dis­tinto, con­fi­nante. La sua par­ti­co­lar­ità è la natura di frontiera.

È una natura che appar­tiene anche a te?

Credo di aver inte­ri­or­iz­zato la fron­tiera. Non è un caso che sia la mia orig­ine istri­ana, che la mia res­i­denza romana, siano due espres­sioni di questa con­dizione. Non avere una sola res­i­denza ti pre­dispone all’apprendimento. Dici­amo che io ho imparato, appunto, a fare mio qual­cosa che non mi apparteneva, ma di cui adesso mi sento espres­sione. In fondo il pae­sag­gio e il ter­ri­to­rio rac­con­tano la sto­ria delle persone.

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03/02/2010

Prima che sia giorno — Giulio Messina

«Tua nonna sta morendo, ver­rai a ved­erla?». Com­in­cia così il romanzo d’esordio di Giulio Messina, con una domanda, una per­en­to­ria mozione dei sentimenti.

L’io nar­rante è un dician­novenne della Roma bene che rimane anon­imo per tutto corso del romanzo. Rac­conta un’estate che ha inizio tra le vie e i locali romani e si con­clude poi tragi­ca­mente in Por­to­gallo, dopo aver attra­ver­sato la Spagna. Insieme a lui, un pic­colo gruppo di amici, tra i quali emerge la figura di Joseph, il suo migliore amico forse, e al quale è legato a filo doppio da un ambiguo sen­ti­mento di amore e odio.

Il pro­tag­o­nista attra­versa le emozioni umane, le sente spesso vicinis­sime, senza che mai però queste ries­cano a riguardarlo o a colpirlo. È peren­nemente estra­neo alla vita, ina­datto ad agire, come sep­a­rato dal mondo da qualche cen­timetro di vuoto for­matosi intorno a lui. La sua rou­tine costel­lata di strisce di coca, canne, alcool, sco­pate, inutili viaggi e azioni dis­trut­tive, si dis­solve prima che sia giorno, e anche l’azione appar­ente­mente più nat­u­rale, come quella di andare a rivedere la nonna un’ultima volta prima che questa muoia, si riv­ela un osta­colo insor­montabile. E il più banale degli avven­i­menti diventa allora il pretesto per farlo rin­un­ciare al suo proposito.

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03/02/2010

Bonding — Antonio L. Falbo

Bond­ing è la sto­ria di un delitto e di un cas­tigo, dove l’evoluzione intro­spet­tiva di quest’ultimo ha un peso ben più ril­e­vante dell’evento delit­tu­oso in sé.
Il dog-sitter Henry «non dorme bene» e si tor­menta. Nell’evolversi della sua osses­sione è cen­trale il rap­porto con la madre: bond­ing è infatti il legame prim­i­ge­nio che si instaura tra una mamma e un neonato.

La pro­gres­siva malat­tia della madre lo desta­bi­lizza e lo con­duce a una perdita del con­trollo sulle sue azioni e a com­piere un crim­ine. La sua punizione non è tanto il carcere in cui deve scon­tare mate­rial­mente la sua pena, ma il pro­fondo senso di colpa che prova per il suo gesto.

Gli altri per­son­aggi, fun­zion­ali alla sto­ria, si muovono non intorno a lui, ma quasi den­tro di lui: sono ester­nazioni della sua colpa, del suo dolore e — dall’uscita di pri­gione in poi — anche della sua voglia di rinascita. «Sento di essere come una vor­agine oscura che risuc­chia tutto quanto gli grav­iti intorno: Angela, Iris, mia madre, Miriam, Josef, le sue unghie, tutto».

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29/01/2010