Tu che te ne andrai ovunque – Ilaria Rossetti
Citazione del verso conclusivo di À une raison di Rimbaud, Tu che te ne andrai ovunque è la formula dominante del romanzo d’esordio di Ilaria Rossetti, denominatore comune dei personaggi, leitmotiv a base di abbandoni e distacchi, in derive incessantemente traumatiche che pongono al centro il rapporto tra padri e figli. Sviluppato nell’arco di un’unica giornata milanese, in un maggio diafano e insolitamente afoso, tre voci raccontano la propria storia, mentre ognuna s’intreccia con l’altra. Nico è scontato professore liceale di italiano, disilluso, inadatto, aggiogato al ricordo del padre (misteriosamente scomparso anni prima) e condannato a scontare un rancore d’infanzia mai risolto; sua sorella Eva, violinista per matrimoni, stende una lunga lettera per l’uomo che ama, nel tentativo estremo di ricominciare una vita insieme, nonostante tutto; Argo, venditore porta a porta insoddisfatto, anche lui segnato da un passato doloroso, saltuariamente sostituisce il prete della chiesa di quartiere per arrotondare di cento euro al mese, dietro mentite spoglie che si estendono ben oltre la finta tonaca, in una vita interamente di riflesso, mai davvero sua. Una pila di libri bruciata in aula, il colpo di un revolver e l’arrivo di Ari – una bambina con uno zaino inviolabile sulle spalle – danno inizio a un romanzo ad orologeria, un complicato susseguirsi di coincidenze dove le vite dei protagonisti, fino a quel secondo sospese, inespresse nella loro statica insoddisfazione, trovano l’innesco per precipitare verso un finale che, se non restituirà loro altro che la verità, finirà comunque per segnare un passaggio profondo e l’ennesimo trauma. Sfondo contemporaneo, un confronto solo tratteggiato fra cultura occidentale e islamica, dove quest’ultima fornisce indirettamente le due trovate drammatiche che segnano l’inizio e la fine del libro, non senza qualche azzardo. Di una tenuta non sempre all’altezza, la complessità dell’intreccio non compensa una prevedibilità piuttosto lineare. Si riceve l’impressione che le coincidenze siano troppe, ognuna esageratamente funzionale ad un finale a sorpresa che, proprio per questo, non sorprende molto. Riconoscibile è lo sforzo di generare tensioni destinate a detonare solo alla fine, salvo nascere, talvolta, soffocate già in partenza. Una scrittura educata, corretta, ma non ancora a fuoco, poco incisiva. Non convincono in particolare i dialoghi sbrigativi e contestualmente poco plausibili, incapaci di gettare vera luce sulla profondità solo sfiorata dei protagonisti. In tal senso, l’intero romanzo pare costantemente schiacciato dall’onere di promettere molto e la capacità di mantenere poco. Ha un sapore acerbo e promettente, gradevole negli intenti ma nella sostanza ancora in nuce; un testo che dilapida espedienti e risparmia in sospensione della credulità. Restano il coraggio di una trama ambiziosa, l’aver colto l’oggetto e il tema, ma l’esito suona di traguardo mancato, depositandosi solo sulla superficie e non avvicinando appieno la portata ambita e annunciata. Concesse le attenuanti d’esordio e la giovane età dell’autrice, il banco di prova può dirsi superato, sia pure con qualche doverosa riserva.
Nota biografica
Ilaria Rossetti è nata a Lodi nel 1987. Premio Subway 2006, nel 2007 conquista il premio Campiello Giovani con il racconto La leggerezza del rumore e nel 2008 il premio LOGOS indetto dalla Giulio Perrone Editore.
Nota editoriali
Giulio Perrone Editore 2009
pp. 288
€ 15,00
ISBN: 978–88-6004–140-1
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