Sono io che me ne vado – Violetta Bellocchio

La cop­er­tina curata da Manuele Scalia fa buona eco a quanto pre­cisato già dal titolo e rilan­cia l’avvertimento: è lei ad andarsene, a decidere, a impugnare saldo il for­cone, a man­tenere il pos­sesso dell’ultima parola. È Layla, pro­tag­o­nista del romanzo d’esordio di Vio­letta Bel­loc­chio, a fis­sare subito la prima regola della sua sto­ria, a scegliere come e quando rac­con­tarla. Lo fa in prima per­sona, riv­olta ad un tu indefinito, inter­locu­tore muto, let­tore al di qua delle pagine e des­ti­natario opaco, quasi fino alla con­clu­sione, di una let­tera che vale come con­fes­sione, a patto d’intenderla al netto di qual­si­asi pen­ti­mento o richi­esta di reden­zione. Com­piuti 28 anni, la ragazza abban­dona la metropoli, slac­cia ogni con­tatto e si trasferisce in una frazione defi­lata della Ver­silia, nella casa ered­i­tata dal nonno e presto tradotta in bed & break­fast. Qui s’imbatte in Sean, ingag­giato prima come web designer, poi accolto come rifer­i­mento costante, tut­to­fare, gre­gario, con­traltare di una dialet­tica tra servo e padrona con­dotta prin­ci­pal­mente sul piano ver­bale, in dialoghi urticanti da bat­tuta pronta, al mas­simo dell’amara ten­sione iron­ica che li avvic­ina, a poco a poco, irri­me­di­a­bil­mente. Layla si pro­fessa cat­tiva, con 32 vite rov­inate alle spalle e par­ti­co­lari pas­satempi, fra cui il poligono di tiro pare il più innocuo, svilup­pando il rac­conto sulla doppia trac­cia del pas­sato, tra un col­le­gio per ragazze dif­fi­cili, un trauma, alcune ami­cizie, con­flitti famil­iari, spasi­manti puniti, e del pre­sente, abi­tato dagli ospiti bis­lac­chi del bed & break­fast, lungo un intero anno, con ipotesi di vam­piri, un metodo anti-adulteri e la ricostruzione stor­ica di finti delitti insieme a Sean. A una trama min­i­male, quasi priva di intrec­cio, danno vera polpa le infi­nite immag­ini evo­cate durante il rac­conto, sem­pre sul procinto di las­cia­rci inten­dere chi sia davvero Layla, quale la sua vera natura, prima di smen­tirci al capi­tolo suc­ces­sivo. Un dedalo di false piste che incalza la curiosità, sug­gerendo un’opera prima noir, poi got­ica, a tratti roman­tica, infine pop. Della vio­lenza che ci aspet­ti­amo ad esem­pio, sulla scia di una cat­tive­ria tanto annun­ci­ata, resta solo una blanda sim­u­lazione, un ammicco. Come sullo sfondo geografico dal sapore di una Rim­ini post-cannibalesca, rin­trac­ciamo niente più della noia provin­ciale, perfino grade­v­ole, di una Ver­silia vam­piresca, car­i­cat­u­rale, kietsch, come la mag­gior parte delle sue com­parse. Ogni rifer­i­mento eso­terico, crim­i­nale o cru­ento, finisce col ridursi a inno­cente opera esposta in un museo della tor­tura per tur­isti, ogni minac­cia si riv­ela bat­tuta caus­tica o poco altro di più. E tra la pas­sione per attrici mete­ore di decenni ormai sepolti, popo­lari serie tele­vi­sive e sotto-cultura di serie B, come com­pressi in una cor­nice vis­tosa, riescono comunque ad emerg­ere con effi­ca­cia i veri temi del libro. Vera costante è la sto­ria come tale, cui la pro­tag­o­nista spesso allude quasi per ras­si­cu­rare il let­tore, invi­tarlo a non perdere di vista il punto. Come insiste sull’importanza di rac­con­tare la stessa sto­ria sec­ondo una ricetta pre­cisa, così da risultare cred­i­bile. Vio­letta Bel­loc­chio è fedele alla regola, dis­tribuisce a dovere sug­ges­tioni, det­tagli, citazioni, senza mai scen­dere nel pro­fondo, man­te­nendo il con­tenuto sull’accenno provo­ca­to­rio, più che sulle sue pos­si­bili ed estreme con­seguenze. Scrive solo ciò che occorre, deci­dendo ritmo e cadenza, con­vin­cen­doci a seguirla senza alcuna irri­tazione, tradotto ormai anche il pub­blico in servo con­sen­ziente del suo gioco, pre­mi­ato da un finale dove il cer­chio si chi­ude bene, fun­ziona. Una scrit­tura asciutta e paratat­tica, visiva, capace di aggan­ciare l’attenzione del let­tore veloce, neo-enciclopedico, aned­dotico dai con­sumi rapidi e subito inci­sivi, più a suo agio con un blog da scor­rere sullo schermo che alla carta da decantare. Altra chi­ave non trascur­abile sta nella musica del libro, dove tra mil­lan­tati coun­try, goth, speed-metal e altri generi for­tu­nata­mente di nic­chia, la colonna sonora dom­i­nante assegna il pri­mato al rock melense e «da quindi­cenni roman­tiche» degli Stone Roses. Bel­loc­chio rac­conta una sto­ria che diverte e stuzzica, senza cedere un istante alla ten­tazione, con­sueta a molta della gio­vane nar­ra­tiva ital­iana, di del­e­gare al pro­tag­o­nista in prima sin­go­lare il com­pito di sciogliere i nodi del pro­prio biografismo, e di questo le siamo infini­ta­mente grati.

Nota biografica
Vio­letta Bel­loc­chio è nata nel 1977, ha lavo­rato per “Rolling Stone”, Radio 2, “Grazia”, “Marie Claire”, “Link” e la Mostra del Cin­ema di Venezia. Autrice di alcuni blog (tra cui Rimozione da Tiffany) e della voce “Alli­ga­tore” per il “Dizionario affet­tivo della lin­gua ital­iana” (Fan­dango, 2008), il suo pro­gramma tele­vi­sivo prefer­ito è Pimp my ride, e al momento sta lavo­rando al sec­ondo romanzo. Alcuni dei suoi rac­conti fig­u­rano nelle antolo­gie “Ho visto cose…” (Riz­zoli, 2008), “I con­fini della realtà” (Mon­dadori, 2008) e “Voi non ci sarete – Cronache della fine del mondo” (Agen­zia X, 2009).

Nota edi­to­ri­ale
Mon­dadori 2009 (Strade blu)
pp. 352
€ 18,00
ISBN: 978–88-04–58157-4

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Paolo Grassi

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06 2009

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