D’estro – Massimiliano D’Epiro

d’estro
Ci sono libri che nascono dal basso, e D’estro è senz’altro uno di questi. Dopo essere riemersi da un prologo che è una dolorosa dichiarazione d’intenti, si cominciano ad inforcare, uno dopo l’altro, quarantanove capitoli brevi, a volte brevissimi: tessere ad incastro di un mosaico dalle fattezze cinematografiche. La voce è quella di un bambino di dodici anni di cui non sappiamo neanche il nome.
La storia è, anche, quella di un padre che se ne è andato di casa tempo addietro e di una madre affetta da “ipermnesi assoluta”, disturbo che la porta a credere ogni giorno di avere un’età diversa. Il ventre molle e abbagliante dove tutto si addensa è Roma; una Roma fine anni Ottanta, coi suoi personaggi ad intarsio: volgare e generosa, bigotta e depravata, acida, sfaticata.
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Il libro d’esordio di Matteo Righetto, sin dalla sua veste grafica e dalle sue dimensioni si presenta come un’opera agile, definita e compatta. E primizia di quel movimento tutto italiano e autodefinitosi Sugarpulp, di cui Righetto è uno dei creatori. Affondare le proprie radici nella natura fiera e selvaggia del Nordest, una terra epica, per certi aspetti ancora arcaica, e che tuttavia ha saputo assecondare i processi di una modernizzazione necessaria e perseguita, talora, anche impietosamente.

Lei, lui, l’altro. Un intreccio antico come il mondo, eppure in questo valido esordio Caterina Falconi riesce a tessere una storia che tiene il lettore stretto alle pagine sin dal fortunato incipit: «Silvia abitava in una cittadina antica che aderiva come una cuffia alla cima di una collina tondeggiante». La incontriamo subito Silvia, e in un attimo comprendiamo il suo sacrificato destino: nata in una famiglia attenta solo alla superficie, si affaccia alla vita con azioni maldestre e decisioni confuse che la porteranno a scegliere un’esistenza accanto a Marco, un uomo che non ama e che mortifica i suoi entusiasmi.