D’estro – Massimiliano D’Epiro

d’estro
Ci sono libri che nascono dal basso, e D’estro è senz’altro uno di questi. Dopo essere riemersi da un prologo che è una dolorosa dichiarazione d’intenti, si cominciano ad inforcare, uno dopo l’altro, quarantanove capitoli brevi, a volte brevissimi: tessere ad incastro di un mosaico dalle fattezze cinematografiche. La voce è quella di un bambino di dodici anni di cui non sappiamo neanche il nome.
La storia è, anche, quella di un padre che se ne è andato di casa tempo addietro e di una madre affetta da “ipermnesi assoluta”, disturbo che la porta a credere ogni giorno di avere un’età diversa. Il ventre molle e abbagliante dove tutto si addensa è Roma; una Roma fine anni Ottanta, coi suoi personaggi ad intarsio: volgare e generosa, bigotta e depravata, acida, sfaticata.
«L’oro prima stava sottotera. Adesso sta sotto i vestiti. È la stessa cosa. Io lo cerco, gli altri no. È solo questa la differenza». Ogni situazione è un flash, un calcinaccio, ma anche una storia, una parabola. «L’amore significa ancora soldi. Ancora e ancora». Ciascuno fotte l’altro, inesorabilmente, come un meccanismo ad orologeria. Eppure ci si può ritrovare a piangere per la morte di Tommaso Moro Scuro “er Tombarolo”, al suo funerale o a riflettere sulla fine oltremodo dolorosa di Cristiano, detto Orma. Per il protagonista «scoprire da solo le cose è un po’ inventarle»; è un piccolo demiurgo cittadino, un irresistibile esploratore del degrado, un incursore nella marginalità. Sauber (questo il falso nome che ad un certo punto della storia assumerà) è un finto candido «se io non sono sesso, nessuno potrà comprarmi», un novello Rigoletto che la sa davvero lunga sulla fenomenologia umana, perché «non serve saper pescare quando hai l’esca che pesca». Massimiliano D’Epiro ci consegna un romanzo che si legge di slancio, dalla scrittura generosa, «ammalata di ricordi» come una vecchia canzone di Gabriella Ferri. Non mancano le forzature, i momenti in cui il narratore si lascia prendere la mano nel raccontare le gesta di certi personaggi, o alcuni artefici ormai già visti come gli elenchi di dolci, marche e medicinali, ma sanno emergere anche i pregi, come le riflessioni rivelatrici sui temi forti della vita, il frequente uso di un dialetto romanesco quasi mai artificioso o le impietose descrizioni, come quella del Lucertola, «tempestato da un muschio di pus sulle mascelle». Un romanzo che è una malattia, un virus, un contagio. Un doloroso contagio, laddove «il dolore è capire che non morirai in quel momento esatto in cui soffri come un cane». E come un ennesimo oggetto–feticcio che sembra fuoriuscire dal corpo da allegrochirurgo dell’ottima copertina (opera di Tiziano Lucci), l’appendice ci fa ritornare al basso, all’inferno, dopo essercene sollevati appena un soffio.
Note biografiche
Massimiliano D’Epiro è nato nel 1973 a Roma. Ha scritto e diretto con Danilo Proietti il film per il cinema Polvere, prodotto dalla Kubla Khan, in uscita nelle sale. Ha inoltre firmato la regia di videoclip di importanti musicisti italiani, ottenendo numerosi riconoscimenti anche in ambito internazionale
Note editoriali
Albatros Il Filo 2009 (Gli speciali)
pp. 185
€ 13,00
ISBN: 978–88-567‑0962-9
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