Bonding — Antonio L. Falbo
Bonding è la storia di un delitto e di un castigo, dove l’evoluzione introspettiva di quest’ultimo ha un peso ben più rilevante dell’evento delittuoso in sé.
Il dog-sitter Henry «non dorme bene» e si tormenta. Nell’evolversi della sua ossessione è centrale il rapporto con la madre: bonding è infatti il legame primigenio che si instaura tra una mamma e un neonato.
La progressiva malattia della madre lo destabilizza e lo conduce a una perdita del controllo sulle sue azioni e a compiere un crimine. La sua punizione non è tanto il carcere in cui deve scontare materialmente la sua pena, ma il profondo senso di colpa che prova per il suo gesto.
Gli altri personaggi, funzionali alla storia, si muovono non intorno a lui, ma quasi dentro di lui: sono esternazioni della sua colpa, del suo dolore e — dall’uscita di prigione in poi — anche della sua voglia di rinascita. «Sento di essere come una voragine oscura che risucchia tutto quanto gli graviti intorno: Angela, Iris, mia madre, Miriam, Josef, le sue unghie, tutto».
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Gabriele (come già nell’ultimo libro di Demetrio Paolin il protagonista sembra voler rimandare all’autore) è un regista televisivo impegnato sul set della sua prima produzione cinematografica: un film sul cannibalismo le cui riprese vengono interrotte dalla sparizione dell’attore principale, e finisce così per ritrovarsi, prima sulle tracce, e poi direttamente coinvolto, nelle azioni di un serial killer, un maniaco dalle fantasie mistico-apocalittiche.
Liquidare un libro secondo il genere è la smania frequente del recensore, quasi un istinto omicida. E irresistibile, almeno prima facie, è la tentazione d’incollare al romanzo di
Rumeni
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