Argomenti per l’inferno — Ade Zeno
«Guardami, pa’, guardami. Non posso muovere quasi nulla di me. Sono una cosa a metà, un abbozzo, un disegno uscito male». Così si descrive Franz, protagonista e voce narrante del libro d’esordio di Ade Zeno, Argomenti per l’inferno, edito da No Reply; e il povero Franz ha le sue buone ragioni per essere arrabbiato con il mondo, perché Franz è infermo dalla nascita. Com’è logico che sia, non ama molto nemmeno se stesso: «Ti sembra un corpo, questo? Un corpo vero, intendo, una di quelle macchine che si guastano solo a volte, e il resto del tempo lo passano a divertrsi, a danzare col vento, semplicemente a non pensarci»; non ama nemmeno il suo nome: «È un nome brutto, senza allegria, un nome che mi calza a perfezione».
Ma Franz, benché abbia «argomenti a sufficienza per disegnare un inferno», non è solo; c’è un padre paziente e amorevole che lo segue e è attento a soddisfare, nel limite delle sue possibilità, le esigenze di Franz. Il dramma, tuttavia, non è l’astratto (amare o non amare un figlio disabile, questo lo diamo per scontato), il vero dramma è invece nella concretezza della quotidianità che i due personaggi sono costretti ad affrontare; ognuno a suo modo, insomma, combatte una battaglia. Ed è proprio in una simile situazione che si delinea un rapporto difficile, fatto di amore eppure mischiato a indecifrabile odio. I motivi veri di questo strano connubio si scopriranno solo alla fine. Ci troviamo, insomma, con tutte le differenze del caso e senza voler fare alcun paragone, nella situazione già rappresentata magistralmente da Giuseppe Pontiggia in Nati due volte, ma con il punto di vsta ribaltato: la voce narrante non è il padre, ma il figlio disabile.
Il libro di Ade Zeno regge bene un suo ritmo romanzesco per tre quarti della storia, dopo di che subisce un’impennata notevole e chiude il libro, un po’ troppo frettolosamente, con un paio di colpi di scena un po’ trascurati (e che ovviamente lasciamo al lettore il compito di svelare). Alcune volte, poi (poche, a dire la verità), finisce per indugiare troppo sul tema del dolore, sul senso di solitudine e nel dramma della disabilità; tutte cose, me ne rendo conto, su cui c’è poco e nulla da scherzare, ma che alcune volte può indebolire il testo; in questi casi, perciò, sarebbe utile ricorrere a quella leggerezza di calviniana memoria, da non confondere nel modo più assoluto con la superficialità.
In generale, però, Ade Zeno dimostra di possedere un modo di scrivere lucido e sorvegliato; e non è poco per un esordiente. Buona qualità della scrittura, insomma, che con asciuttezza affronta un dramma potente e poco trafficato, questo bisogna sottolinerlo, senza scadere mai nel semplice e inutile autocompiacimento che affligge molti esordienti. Teniamolo d’occhio.
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