Non è successo niente — Giuseppe Aloe

Liq­uidare un libro sec­ondo il genere è la sma­nia fre­quente del recen­sore, quasi un istinto omi­cida. E irre­sistibile, almeno prima facie, è la ten­tazione d’incollare al romanzo di Giuseppe Aloe l’etichetta di giallo psi­co­logico e accontentarsene.

Pro­tag­o­nista della sto­ria è l’ex diret­tore di un isti­tuto di igiene men­tale, ottan­tenne in pen­sione richiam­ato a col­lab­o­rare per un caso urgente: l’improvvisa strage di sei pazi­enti (e un gatto) fra le mura dove ha lavo­rato per vent’anni. Si avviano così due piste d’indagine dis­tinte. Quella uffi­ciale, razionale e pro­ba­to­ria, affi­data a un com­mis­sario che fa i conti col ter­reno sdruc­ci­olev­ole della fol­lia. L’altra invece con­dotta dal vec­chio medico, come un’ermeneutica dei segni, del delirio e delle psi­cosi, lo porta a ridestare i demoni del pro­prio pas­sato e a ricer­care nelle pagine di Per­rault l’insospettabile man­dante del delitto. Un giallo psi­co­logico, appunto.

Sim­met­ri­ca­mente al bipo­lar­ismo dell’indagine si pro­fi­lano anche due diverse e pos­si­bili let­ture. Una lin­eare, scon­tata, dove il pro­tag­o­nista, medico e tradut­tore di Shake­speare e Hölder­lin, risolve il caso, affi­an­cato da un com­mis­sario prima cinico, poi intri­gato e infine per­suaso, suo per­fetto con­traltare socratico.

È la sec­onda let­tura, però, a riv­e­lare altro, a sug­gerire di guardare fra le righe, non arren­dersi alla super­fi­cie, las­cian­doci sco­prire quanto la trama gial­lis­tica, in defin­i­tiva, sia forse l’aspetto sec­on­dario del romanzo, l’elemento debole e rein­ter­pretabile, ride­cifra­bile, aperto. È il pro­tag­o­nista a gener­are questa pos­si­bil­ità, dare spes­sore al testo. Sono i suoi con­tinui rifer­i­menti, le citazioni sot­tili, la sua invin­ci­bile attrazione per la filosofia teo­ret­ica. Sono l’autoanalisi intro­spet­tiva, la terza indagine che taci­ta­mente porta avanti den­tro se stesso, las­ciando l’universo esterno come una realtà bidi­men­sion­ale, spesso stereoti­pata, ammic­cando quasi alla pos­si­bil­ità di un tran­fert total­iz­zante, come se lui fosse l’autentico malato, o la sua immag­ine s’identificasse addirit­tura con quella di Gigli­ola, l’affezionato eco­lal­ico tes­ti­mone chiave.

Scritto con buona padro­nanza e spesso ele­gante, è nel suo poten­ziale sus­sur­rato e al di là della log­ica, com­presa quella della trama infine riv­e­lata, che il romanzo riesce a regalare sug­ges­tioni e pro­fon­dità estendibili ben oltre il mero genere cui, solo in parte infatti, appartiene.

 

Giuseppe Aloe è nato a Cosenza nel 1962. Tra i fonda­tori del cir­colo cul­tur­ale I Bar­bi­ton­sori, a Roma lavora con Franco Cordero presso l’Università La Sapienza. Pub­blica insieme a Cris­tiano Spila il libro di rac­conti Geog­ra­phyca – due sto­rie sicil­iane, e nel 2005 pub­blica per Giulio Per­rone Edi­tore l’antologia di rac­conti Non pen­sare all’uomo nero…dormi.

Attual­mente vive e lavora a Milano.

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Paolo Grassi

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01 2010

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