Non resterà la notte, di Giacomo Lopez
Roma, pomeriggio del 24 dicembre. Sabina – romana, ventisette anni, al quarto mese di gravidanza – esce di casa senza meta: è furiosa perché ha appena saputo che Stefano, il suo compagno, la sera dovrà coprire un turno di lavoro e quindi non potrà passare la Vigilia di Natale insieme a lei. Ha bisogno di aria fresca per sbollire la rabbia e si dirige verso Villa Pamphili. Si inoltra fra i viali, fra riflessioni sulla sua vita attuale e ricordi del passato. Comincia a fare buio e, contro ogni logica o buon senso, non si decide a tornare verso casa. Anzi, sente il bisogno di riposare e si sdraia su una riparata radura erbosa, e si addormenta. Questo è l’antefatto di Non resterà la notte di Giacomo Lopez edito da Marsilio.
Al risveglio, il dramma: Sabina non vede più. Comincia così la sua lotta contro i limiti psichici e fisici: oltre alla vista, Sabina ha perso la voce in seguito a un urlo animale che segna l’inizio della sua reazione allo smarrimento iniziale. Sabina dovrà affrontare prove estenuanti. Passa la notte, fra fantasmi della memoria e minacce reali. Quando ormai è giunto il mattino, Sabina cade nel laghetto della villa: siamo al culmine del dramma e della disperazione, ma per fortuna villa Pamphili comincia a ripopolarsi e qualcuno finalmente la soccorre. È la rinascita: «Li perdonava tutti, sua madre, suo padre, Stefano, anche Martino che sei mesi prima l’aveva lasciata sola. Non ce l’aveva più con loro. Li perdonava per sempre.»
Romanzo intimista di autocoscienza e rinascita, dunque. Attraverso lo svolgimento del dramma che culmina nella catarsi segnata dal bagno purificatore, viene fuori il tema centrale nel superamento dei propri limiti e delle proprie paure, dei fantasmi del passato e dei freni che ne derivano. La rinascita di Sabina trova il suo corrispondente nella nuova vita che porta in grembo.
Sabina è la protagonista assoluta, l’unica dei personaggi principali a stare in scena. Gli altri le fanno da contorno e noi li conosciamo attraverso il filtro dei suoi ricordi e delle sue riflessioni. Sabina è una ragazza forte, determinata, una ragazza come tante che vive del suo lavoro come tanti. «Prima di lavorare in palestra era stata centralinista nei call center, commessa in un negozio di scarpe, hostess nei convegni, intervistatrice negli aeroporti» e che da poco ha messo su casa insieme al suo compagno. Sabina ha un mondo interiore forte, fatto di rimorsi, slanci ed esigenze: «Si vedeva come un proiettile, sparata in aria il giorno che era nata, senza un involucro che la proteggesse, nuda, sola, in attesa di schiantarsi contro un bersaglio oppure finire a terra». Sabina ha piena coscienza di tutte le cose che non vanno nella sua vita, ma non si abbatte e va avanti: «Basta visite guidate nei recessi della memoria, dimenticabili, come le stanze minori di un museo di provincia. Metteva l’avviso alle porte di quelle stanze: chiuso. C’erano altri lavori in corso, più importanti». Di fatto, il romanzo si chiude con le sue parole in risposta a uno dei soccorritori: «Ce la faccio».
Forse è proprio grazie alla buona caratterizzazione dei personaggi che anche l’ambientazione può dirsi riuscita. In qualche modo ci ritroviamo nella vita di Sabina, riusciamo a condividerne arrabbiature e delusioni. Questo invece, accade decisamente meno per quel che riguarda la vicenda: l’idea di un romanzo psicologico imperniato su un’avventura metropolitana ai limiti del thriller e del noir non sembra essere riuscita a pieno. L’avventura in sé si svolge lungo una sequenza di situazioni spesso artificiose e meccaniche; funzionali, ma non complementari e che non riusciamo a condividere. Il senso delle decisioni che portano Sabina a vivere la sua tragica avventura non si ritrova se non nell’esigenza dell’autore di architettare un’atmosfera. Talvolta il simbolismo, di cui il romanzo è denso, arriva a pesare più dell’intreccio e la narrazione si fa quasi una sequenza didascalica di episodi di identico significato che poco aggiungono alla sua sostanza. Un’impostazione verticale, e non orizzontale, avrebbe certamente arricchito il personaggio e creato una tensione maggiore. Il climax emotivo, invece, finisce per diluirsi fra le larghe maglie della trama approdando ad una situazione di stallo che a volte distrae il lettore piuttosto che coinvolgerlo.
Giacomo Lopez (1970) vive e lavora a Roma. Ha pubblicato studi di linguistica italiana nei volumi collettivi dell’Accademia degli Scrausi. In alcuni saggi e articoli si è occupato di cinema. Non resterà la notte è il suo primo romanzo.
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