Il tartufo e la polvere, di Stefano Quaglia

Il bel libro d’esordio del quar­an­ta­sei­enne piemon­tese Ste­fano Quaglia, Il tartufo e la pol­vere, Mar­cos y Mar­cos, è un giallo atipico, benché ci siano gli ingre­di­enti clas­sici del genere: il morto, il poliziotto e le inevitabili indagini.

La prima e anche ultima volta che vedi­amo Bosko Sadik, è in giro per Milano a bordo di una vec­chia Mer­cedes e con una valigetta assi­cu­rata al polso da un paio di manette. Deve con­seg­nare il con­tenuto della valigetta, nat­u­ral­mente, ma ha tutto il tempo per con­ced­ersi una pausa; dici­amo un diver­sivo dalla rou­tine del lavoro. La prima volta, dunque, che Bosko Sadik incon­tra il com­mis­sario Arn­aboldi della polizia di Milano, è morto in piazza Duomo; la sec­onda volta che i due per­son­aggi si incon­trano è all’obitorio.

Atipica è, innanz­i­tutto, l’arma del delitto, un tartufo: «Il tartufo è un fungo ipo­geo conosci­uto fino dall’antichità, i babilonesi nel 3000 a.C. già li rac­coglievano, poi i greci e i romani […] In Italia si rac­col­gono una decina di specie di tartufi, la più pre­giata è il Tuber mag­na­tum Pico (tartufo bianco d’Alba o d’Acqualagna, nelle Marche)».

Viene fuori che Bosko Sadik è res­i­dente pro­prio ad Alba. Pas­si­amo dunque ad un altro tratto (for­tu­nata­mente) atipico di questo giallo: l’ambientazione, che adesso scar­aventa il com­mis­sario Arn­aboldi a «Cassi­nasco, sei­cento anime in gran parte aggrap­pate in ter­mini res­i­den­ziali a una col­lina piena di vigneti che dom­ina altre colline piene di vigneti».

È tra queste colline, le strade sin­u­ose, la nieb­bia e tra man­giate mem­o­ra­bili che il com­mis­sario dovrà sdi­panare un imbroglio appar­ente­mente inestri­ca­bile che finisce per coin­vol­gere un paese intero che per poco non mette a ris­chio la sua mag­giore fonte di red­dito: il tartufo.

Infine, l’ultima atipic­ità da seg­nalare, e forse la più sor­pre­dente e la più apprez­z­abile, è la qual­ità della scrit­tura, in altre parole lo stile: sebbene non ripro­d­uca affatto il dialetto di quelle terre, a parte qualche breve escur­sione nei tratti tipici, riesce però a ripro­durne il ritmo; e non è poco, anzi, da solo riesce già a tirare fuori il meglio dell’ambientazione.

Uno stile che non rin­un­cia mai a una certa del­i­catezza (anche dal punto di vista grafico non usa vir­go­lette o trat­tini, come se ci fosse una sorta di rispetto nei con­fronti delle parole) e che ricorda certi esper­i­menti lin­guis­tici in cui si impas­tava il dialetto alla cosid­detta lin­gua let­ter­aria o alla lin­gua standard.

Ste­fano Quaglia nasce a Novi Lig­ure nel 1963 e dopo una giovinezza felice si spinge fino a Gen­ova per stu­di­are il modo di diventare un let­ter­ato: non si sa come si ritrova a Milano a fare il pub­blic­i­tario e persino il pro­dut­tore di film. Quando non è impeg­nato a tirar su figli riesce anche a fare il reg­ista e a scri­vere qualcosa.

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Il tartufo e la pol­vere, di Ste­fano Quaglia, 5.0 out of 5 based on 2 ratings

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Giammarco Raponi

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02 2010

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