Intervista a Gianfranco Franchi

Incontro Gianfranco Franchi a Monteverde, nel quartiere che dà il nome al suo libro. Non mi aspettavo il ragazzo robusto, che mi ritrovo davanti: spalle larghe, viso ben squadrato, pelle chiara, occhi acuti e mai evasivi, il sigaro inforcato fra le dita. Mi spiega che ha cominciato col sigaro da pochi giorni, perché con le sigarette ci andava giù pesante. Camminiamo un po’ per il quartiere, è domenica pomeriggio: serrande abbassate, strade quasi deserte e un solo bar aperto nel quale ci sediamo.
Cos’ha di speciale Monteverde?
Sicuramente la storia. Questo è l’ottavo colle, extramoenia, si facevano dei riti che a Roma non erano permessi. Qui combatté Garibaldi. Geograficamente è un posto strategico perché è vicino al Vaticano, ma gli volta le spalle. E poi questo è il quartiere degli artisti, degli scrittori: Pasolini, per citarne uno soltanto. Monteverde è dentro la città, ma allo stesso tempo è distinto, confinante. La sua particolarità è la natura di frontiera.
È una natura che appartiene anche a te?
Credo di aver interiorizzato la frontiera. Non è un caso che sia la mia origine istriana, che la mia residenza romana, siano due espressioni di questa condizione. Non avere una sola residenza ti predispone all’apprendimento. Diciamo che io ho imparato, appunto, a fare mio qualcosa che non mi apparteneva, ma di cui adesso mi sento espressione. In fondo il paesaggio e il territorio raccontano la storia delle persone.
Di cosa parla il tuo libro?
Monteverde è la storia di un letterato di circa trent’anni che vive a Roma, precisamente in questo quartiere, ai nostri giorni. È la storia, attraverso racconti, del suo precariato. Non solo lavorativo e affettivo, ma anche geografico, potremmo definirlo «un precariato di tutto».
Il protagonista, Guido Orsini, è il tuo alter ego. Quant’è difficile scrivere di qualcuno che ci assomiglia, che quasi coincide con noi? Non c’è il rischio di finire in quel tipo di narrazione «ombelicale»?
Innanzitutto un racconto parte sempre della memoria, che come diceva Dürrenmat è invenzione e trasfigurazione. Dunque, come vedi, non c’è il rischio che si finisca sul personale, perché ogni elemento o caratteristica è trasfigurazione letteraria; subito racconto fuori dalla realtà. Per quel che riguarda Guido Orsini, mi accompagna ormai da tre libri. All’inizio era molto più di me, mi serviva per essere più libero e radicale. Poi sono venuto fuori io, ho avuto la mia evoluzione identitaria e adesso credo che io e Guido parliamo a una sola voce.
Guido rappresenta una generazione?
Non lo so. Il linguaggio mi ha insegnato che il Noi è una menzogna. Però se riesci a scrivere qualcosa che concorre alla formazione di un Noi, ben venga. Non so se è quello che succede con Monteverde. Sicuramente c’è una tensione a comunicare, a dialogare con gli altri. Il linguaggio prevede la comprensione come miracolo necessario, dunque, la dialettica è importante, le parole hanno significati diversi in contesti diversi. La strada dell’onestà e della semplicità possono costruire un patrimonio estetico e culturale condiviso.
Qual è il compito che spetta ai giovani scrittori?
Restituire dignità, senso, peso alla vita letteraria contemporanea. La nostra seconda generazione di letterati si è formata sulle traduzioni dall’inglese e dal francese. Questo ha semplificato la lingua, ridotto il lessico, sganciato la letteratura italiana dalla sua tradizione. Io credo che bisogna guardare alla tradizione. Abbiamo un obbligo di riconoscenza verso i nostri scrittori. Un giovane dovrebbe cominciare a riappropriarsi della lingua.
Cito dal tuo libro: « Io dico che bisogna pretendere creazione, creazione e basta. Altro che essere assolutamente contemporanei. Essere altro. Essere avanti. Essere lingua nuova, scrittura viva. Nuova». Che cos’è per te la «lingua nuova?»
Una lingua nuova è una lingua che interpreta il nostro tempo. Per farlo bisogna tornare al territorio, sentirsi espressione di esso, e del suo quotidiano, della sua tradizione.
Sulla stampa il tuo libro è stato, di volta in volta, definito in modo diverso: chi lo ha letto come un romanzo, chi come una raccolta di racconti. Chi ha visto meglio?
Sono rimasto sorpreso anch’io dalla varietà di impressioni che il libro ha suscitato. Ma si può dire senza errore che Monteverde è una raccolta di 47 racconti, suddivisi in 5 sezioni, inframmezzate da interludi.
Questa è la tua terza raccolta di racconti. Hai scritto saggistica, poesia, narrativa, sei consulente editoriale, e fondatore di Lankelot.eu. Sei una figura dalle molte sfaccettature. Qual è il ruolo che senti più tuo?
Oggi nel nostro contesto ti appiccicano le etichette. Quando sei qualcosa, scrittore, critico, editor, automaticamente non puoi più essere altro. Io credo, invece, che l’unica strada possibile sia la frammentarietà. Mi riferisco in particolar modo alle intelligenze medievali, che erano appunto, ricche e frammentarie. Per fare un esempio meno lontano, Pontiggia, oltre che scrittore e consulente editoriale, era un eccellente critico letterario.
Con umiltà e intelligenza il letterato può essere critico, narratore, poeta assieme.
Oggi non è così? Cosa manca?
Sicuramente manca originalità: il principio di libertà creativa. Oggi si tende a fare per il mercato prodotti ben riconoscibili. Non è un caso il boom dei gialli o i polizieschi. Non si rischia più niente. Invece, questo è un momento in cui non bisogna cedere ai generi. Il libro deve essere «anfibio»: muoversi tra terra e acqua.
Che lavoro fai sullo stile?
Cerco di far pensare sempre meno i personaggi. Ho trovato, in Monteverde, un equilibrio fra il pensiero e le azioni. Così pure, penso a una lingua letteraria, ma stratificata, quindi accessibile a tutti. Cerco di eliminare l’inglese che all’inizio era molto più presente.
Un’ultima domanda. Cosa non deve mai fare la letteratura?
Spacciarsi per verità.
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