Liberaci dagli sbirri, di Gabriele Reggi

Ste­fano Derzi, pro­tag­o­nista di Lib­eraci dagli sbirri,  è un pro­fes­sore, il «pres­sore». Dalla sua realtà quo­tid­i­ana del Nord Italia si trova cat­a­pul­tato in un Sud ai con­fini del mondo, in un antro remoto che rac­coglie un lembo di uman­ità per la quale il tempo sem­bra essersi fermato.

Si ritrova ad inseg­nare in una scuola di Stim­mate, «la Cat­a­comba», dove i ragazzi vanno a scuola quando vogliono o meglio quando pos­sono: già le ragazze spesso si trovano a dover lavo­rare tutto il giorno nei campi obb­li­gate da capo­rali armati, che non ammet­tono replica. E le donne per indis­cussa abi­tu­dine sono sot­tomesse agli uomini, ai loro istinti. L’intero ter­ri­to­rio sem­bra come avvolto da una forza mis­te­riosa che pare avve­le­narne tutto, persino i fichi che crescono spon­tanei e che sono finiti per diventare «babà».

In un luogo così, dove gli odiati sbirri non sem­brano che delle fig­ure dec­o­ra­tive e dove i carcerati, chia­mati «Pres­i­denti», se la pas­sano meglio degli altri, non sem­bra esserci posto per nes­sun amore. E difatti l’amore di Ste­fano per una sua allieva, la gio­vane e mis­te­riosa Anorea, è qual­cosa che va oltre l’infatuazione. Un amore che è volontà di met­tere in dis­cus­sione i pro­pri lim­iti di azione.

Di fronte a questo con­flitto tra la sua volontà e le con­ven­zioni legate al pro­prio ruolo, il gio­vane inseg­nate è chiam­ato a dare un segno che non si può igno­rare a cui bisogna dare in ogni caso una risposta, che sia questa fug­gire oppure tacere.

«Cor­revo per il bosco. Zigza­gavo tra le piante sotto una piog­gia di proi­et­tili. Com’era pos­si­bile, se un istante prima ero morto. Era orrenda, la morte, aveva le mèches e com­piva mira­coli. Fotogrammi d’alberi. Anorea in fondo legata a un tronco…la stavo rag­giun­gendo, odore di resina bru­ci­ata, ed è finito il bosco. Un chiodo nella spalla. Poi il vuoto».

Gabriele Reggi, con questo suo con­vin­cente esor­dio, dis­egna con nat­u­ralezza una sorta di Cristo si è fer­mato ad Eboli dei giorni nos­tri che si riv­ela scon­vol­gente pro­prio per­ché assieme attuale e fuori dal tempo. E lo fa mod­u­lando una lin­gua diretta ma anche accu­rata, ver­sa­tile alle esi­genze della nar­razione e al servizio dei per­son­aggi e dei loro stati d’animo.

Gabriele Reggi è nato nel 1961 ad Atri (TE). Vive e lavora a Rieti. Lib­eraci dagli sbirri è il suo primo romanzo.

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Lib­eraci dagli sbirri, di Gabriele Reggi, 4.3 out of 5 based on 9 ratings

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Alessandro De Santis

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03 2010

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