L’Occhio di Porco, intervista a Piero Calò

Colleziona penne, scrive solo a mano e rin­nega il com­puter. Di orig­ine pugliese, emi­grato (come dice lui) a Torino, Pietro Calò è uno scrit­tore esor­di­ente che Lumi­nol ha incon­trato al 23° Salone Inter­nazionale del Libro.

L’Appuntamento è allo stand della tori­nese Instar Libri ma causa sovraf­fol­la­mento ci spos­ti­amo fuori, nel sole che ha accom­pa­g­nato la rassegna sabauda. Così l’autore di L’occhio di Porco, men­tre risponde fuma, e men­tre fuma, ci rac­conta il libro, il lavoro di edit­ing, e cosa pensa sia la letteratura.

Com­in­ci­amo dalla fine. Come sei arrivato alla pubblicazione?

Intanto sono sopravvis­suto agli anni 80. Ho com­in­ci­ato scrivendo un sag­gio sulla pornografia a 24 anni. Poi ho scritto questo romanzo e l’ho mandato alle case editrici. Ho rice­vuto tutte risposte neg­a­tive meno due. Una era Instar, la casa editrice che mi ha pubblicato.

Il tuo romanzo è un giallo?

In realtà è un finto giallo. Per­ché si risolve prima della fine. Quindi c’è tutta la parte finale che non è fun­zionale alla trama, ma che è stato deciso di lasciare.

Infatti l’impressione che si ha leggendo è che questo è un romanzo che priv­i­le­gia la scrit­tura alla strut­tura, se così si può dire sem­pli­f­i­cando. Ci spieghi come è costruito?

É fatto di pic­coli capi­toli, di tante micro parti nar­ra­tive che com­pon­gono la sto­ria. É un romanzo corale. Scritto nella terza per­sona onni­sciente, meno il primo capi­tolo in cui a par­lare è Luca Goglioni, che è quello che fa da raccordo.

Come mai questa scelta?

Non c’è un motivo pre­ciso. Quello che posso dirti è che la terza per­sona mi appar­tiene di più, avendo delle let­ture clas­siche. E poi mi per­me­t­teva di avere un punto di vista che poteva avvic­i­narsi, senza essere imbrigliato, ai per­son­aggi di questo paese del Sud: Paisiello, il vero pro­tag­o­nista di questo romanzo.

E com’è questo paese in cui ambi­enti il tuo romanzo?

È un sud immag­i­nario che sim­bo­leg­gia una con­dizione arche­tipica. Pai­seillo è un’enclave, come l’Isola di cemento di Bal­lard, in cui si muovono le vite e i desideri dei per­son­aggi. Il luogo l’interazione, i pae­saggi, mi inter­es­sano molto. La geografia non è solo un luogo este­ri­ore, non una mappa soltanto.

Che cos’è per te il sud?

Sud per me sig­nifica cre­ativ­ità. Anzi, per essere più pre­cisi, è la voglia, la furia della creatività.

Mi parlavi di let­ture clas­siche, di rifer­i­menti “alti”. Quali sono gli scrit­tori che ti piac­ciono, che ti influenzano?

Come scrit­tore sono umile; non mi do tante arie. Al con­trario sono un let­tore esi­gente e spoc­chioso. Mi piac­ciono i clas­sici, quel certo dato ogget­tivo di grandezza di un opera. Tutto l’Ottocento Francese, per esempio.

E gli scrit­tori meridionali?

Verga, Piran­dello sep­pure siano molto diversi. Tomasi di Lampe­dusa, Silone, Fenoglio. Sono scrit­tori che sono legati per me ad un’idea di sud.

Da cosa si riconosce uno scrit­tore meridionale?

Si riconosce dal suono. Dalla musica della lingua.

E tu che lavoro fai in proposito?

Io lavoro molto sulla sin­tassi. Curo la costruzione della frase. Più che sof­fer­marmi sul lessico o sulle inf­les­sioni dialet­tali, cerco di carat­ter­iz­zare la lin­gua ital­iana e di farlo senza l’utilizzo del dialetto. Non c’è bisogno di scri­vere in dialetto per avere un effetto mag­giore di realtà, si può ripro­durre il suono di una lin­gua, rima­nendo nei con­fini dell’italiano.

Sei un esor­di­ente non gio­vanis­simo, hai super­ato i 40, rimpianti per non averci provato prima?

In realtà il primo romanzo è nel mio cas­setto. Nes­suno l’ha letto e non l’ho mai pro­posto a nes­sun edi­tore. E sono con­tento che sia così, per­ché ci sono den­tro gli “effetti spe­ciali”, e un certo auto­bi­ografismo: le inge­nu­ità di uno scrit­tore ancora non maturo. Sono arrivato in libre­ria con un libro che mi rappresenta.

Tor­ni­amo alla lavo­razione del testo. Che inter­venti di edit­ing sono stai fatti?

L’editing è stato soprat­tutto di ind­i­rizzo. Visto che il testo era fatto di pic­coli capi­toli. Mi hanno con­sigliato di fare una sinossi di uno due righe di ognuno, per avere un quadro com­p­lessivo più ordi­nato, elim­inare le ripe­tizioni, e met­tere l’accento sulle cose che inter­es­sa­vano la sto­ria e dove­vano essere rimarcate.

E come è cam­bi­ato il testo?

Si è scor­ci­ato di 10 pagine. Ma non ho toc­cato la scrit­tura. Ho tolto qualche capitolo.

Stai scrivendo un nuovo romanzo?

Non sono uno che scrive molto. Devo incubare. Ci ho messo due anni a scri­vere questo libro, e solo cinque mesi per but­tarlo giù. Il peri­odo di incubazione è piut­tosto lungo e dispendioso.

Come scrivi?

Scrivo a mano. Sui fogli bianchi e penne, di cui sono collezionista.

Non riesco ad inter­fac­cia­rmi al com­puter. Sem­pre Bal­lard, diceva che il com­puter ti tiene con­nesso solo alle righe visu­al­iz­zate. Io ho bisogno di più spazio, dei mar­gini, di muovermi all’interno del testo con mag­giore libertà.

E quando?

Tutte le sere, dopo cena. Per due ore. La sera le difese sono annul­late, e puoi essere dom­i­nato dalle parole e le immagini.

Allora ci vedi­amo tra due anni per leg­gere il frutto della prossima incubazione?

Qual­cosa sto pen­sando. Gli anni 80 per la mia gen­er­azione sono stati duris­simi. Parlo di quella gen­er­azione che è scap­pata, ed è immi­grata al nord. Questo con­flitto non risolto tra la terra d’origine e il luogo in cui vivi­amo, viste le cose suc­cesse in quegli anni, è molto fertile.

Cer­ta­mente bisogna ancora scri­vere delle cose.

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Filippo Nicosia

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06 2010

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