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Settanta acrilico, trenta lana, di Viola Di Grado

recen­sione di Chiara Rea


Set­tanta acril­ico, trenta lana è la sto­ria di Camelia che, in seguito alla trag­ica morte del padre, si trova imp­ri­gion­ata nella trap­pola di silen­zio e dolore che la madre costru­isce intorno a sé. Camelia e la madre abi­tano a Leeds, una città gri­gia e piovosa dove l’inverno sem­bra non avere mai fine («l’inverno è com­in­ci­ato da così tanto tempo che nes­suno è abbas­tanza vec­chio da aver visto cosa c’era prima») e le con­dizioni atmos­feriche trasfor­mano il tempo in una spi­rale senza uscita. La madre, ele­gante e bel­lis­sima flautista, si rinchi­ude in un mutismo malato, si riduce allo stato brado, smet­tendo di lavarsi e di pren­dersi cura di sé, e passa il tempo a fotogra­fare buchi con una polaroid. Comu­nica con la figlia solo attra­verso lo sguardo. Camelia – che prima della morte del padre stava per com­in­ciare l’università e trasferirsi in un appar­ta­mento tutto suo – abdica alla pro­pria vita, costretta a pren­dersi cura della madre, e si las­cia trascinare da lei in un pan­tano di emozioni stroz­zate e silenzi impenetrabili.

La gio­vanis­sima Camelia, ormai assue­fatta a questa vita ridotta ai min­imi ter­mini, tra­duce man­u­ali di istruzione di lava­trici e rara­mente esce dalla casa «asse­di­ata dalla muffa accanto al cimitero». Decapita fiori e rac­coglie vestiti difet­tosi nella spaz­zatura per poi sot­to­porli a oper­azioni chirur­giche al fine di miglio­rarli stor­piandoli ancora di più. Un giorno però, viene risuc­chi­ata fuori dal suo buco nero e incon­tra Wen, un ragazzo cinese che lavora nel negozio da cui proven­gono gli abiti difet­tosi. Gra­zie alle lezioni di cinese di Wen, Camelia riemerg­erà piano piano dal suo bara­tro e tornerà a par­lare impara­ndo un’altra lin­gua, ricostru­irà il suo mondo andato in pezzi attra­verso la com­pi­utezza degli sim­boli grafici cinesi, inter­preterà la realtà gra­zie alle chi­avi degli ideogrammi. E si innamor­erà. Ma se tutto sem­bra vol­gere per il meglio e la pri­mav­era pare essere alle porte con la sua luce acce­cante, il let­tore non deve farsi illu­sioni: la salvezza non arriverà e, anzi, alla ripresa della vita seguirà nuo­va­mente la morte.

Set­tanta acril­ico, trenta lana è il romanzo di esor­dio di Viola Di Grado, ven­titreenne catanese dai lunghi capelli biondi e dalle lab­bra dip­inte di nero, che ha riscosso finora critiche entu­si­as­tiche. Parag­o­nata nella quarta di cop­er­tina ad Amélie Nothomb e Elena Fer­rante, la Di Grado ricorda di più gli esordi di Isabella San­tacroce: atmos­fere cupe al lim­ite del mor­boso, un certo deside­rio di scioc­care il let­tore, una scrit­tura evoca­tiva e tesa alla ricerca del ter­mine giusto, della com­bi­nazione di parole insolita. Ma se la San­tacroce, sep­pur in maniera mar­ginale e con le deb­ite dis­tinzioni, si inseriva nella vivace scia dei Can­ni­bali e quindi in un con­testo let­ter­ario più ampio, la Di Grado sem­bra piut­tosto sboc­ciare da quella sot­to­cul­tura ado­lescen­ziale che ha por­tato alla nascita del fenom­eno “emo”, da quella gen­er­azione cresci­uta con i film di Tim Bur­ton e con un gusto un po’ mor­boso e un po’ gio­coso del cupo, del dark, della negazione di sé attra­verso il mar­to­ri­a­mento del pro­prio corpo, di un dolore che spesso non trova mezzi pro­fondi per esprimersi rima­nendo così – almeno in apparenza – poco più che una ferita super­fi­ciale. E così appare anche il romanzo della Di Grado: una scia di dolore che si ferma spesso in super­fi­cie e non sem­pre va a fondo. Allo stesso modo anche la ricerca lin­guis­tica che opera la gio­vane scrit­trice troppo spesso risulta poco più che un eser­cizio di stile, lo sforzo di ottenere l’effetto a tutti costi, di scar­dinare l’impianto solido della lin­gua ital­iana forzan­done le regole, le immag­ini, la tradizione: la Di Grado gioca con la lin­gua, cerca nuovi modi per com­binare le parole, nuove strade per ricom­porre la sin­tassi, e lo fa con esiti tal­volta inter­es­santi, ma spesso anche non troppo felici, cre­ando immag­ini a volte poet­iche, a volte dis­tur­banti, tal­volta forzate. Certo, la voce della Di Grado si dis­tingue net­ta­mente da molti altri gio­vani scrit­tori ital­iani, ma non basta questa mani­a­cale atten­zione per la lin­gua a creare uno stile vero e pro­prio: una certa debolezza della scrit­tura della Di Grado si riv­ela infatti pro­prio nei dialoghi, dove i giochi di parole sono assenti.

Oltre alla lin­gua, e più che la sto­ria, ciò che colpisce è una sorta di coerenza interna al testo, fatta di rimandi e cor­rispon­denze, di ele­menti che ritor­nano sotto men­tite spoglie, che riecheg­giano e si ripetono: la vita vista attra­verso i buchi, le rif­les­sioni sul lin­guag­gio e la sua assenza, sull’espressione e il silen­zio, sull’incomunicabilità. Il tutto però è intriso di rifer­i­menti alla cul­tura pop del nos­tro tempo (musica, cin­ema, immag­i­nario) che in un certo senso banal­iz­zano anche le sug­ges­tioni più incisive.

 

Viola Di Grado è nata a Cata­nia ven­titré anni  fa, è lau­re­ata in lingue ori­en­tali a Torino e stu­dia a Londra.

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06 2011