Troppo umana speranza, di Alessandro Mari

recen­sione di Sil­via Cassanelli

 

«Menar merda non è poi una mala occu­pazione; pec­cato, certo, non si fa, e di lavoro se ne ha ogni mese, chè la terra vuol calore, acqua e nutri­mento in cam­bio della vita data a ogni seme, e niente c’è di meglio che colat­ic­cio impas­tato ad altre più cor­pose deiezioni, il tutto alacre­mente benedetto. All’opportuno vol­gere di luna capric­ciosa, così si scava per sem­i­nare: è suf­fi­ciente affon­dare l’indice o il medio nel ter­ric­cio della cas­setta dove si pog­giano i semi a dimora, affinché cres­cano in ger­mogli da ripi­antar poi negli orti­celli; oppure scegliere la vanga e altri più sofisti­cati attrezzi per aprire solchi e fendi­ture nel tes­suto dei campi. La terra tutto accetta, paziente e ad ali­men­ta­rla il nec­es­sario e col giusto irriga­mento ogni ferita saprà rimar­ginarsi, e farà dono dei suoi frutti».

Il nar­ra­tore descrive così il lavoro del pro­tag­o­nista di Troppo Umana Sper­anza. Colom­bino, un gio­vane orfano cresci­uto nella cam­pagna lom­barda durante l’Ottocento, com­pie una man­sione umilis­sima ma impor­tante, trasporta un carro con lo sterco per fer­til­iz­zare i campi. Lo scrit­tore sot­to­linea in questo modo la forza rigen­er­a­trice,  quasi salv­i­fica di tale com­pito, infatti lo sterco guarirà e farà frut­ti­fi­care la terra. Il pro­tag­o­nista viene descritto come un ragazzo buono e umile, che, bersaglio degli scherzi dei bam­bini, è chiam­ato il menamerda. Legge la Bib­bia ed è cresci­uto da un prete che presto lo las­cia solo e in questo modo inizia il suo viag­gio alla ricerca di se stesso e della pro­pria felic­ità, la sua trasfor­mazione in una vera e pro­pria figura cristica; com­in­cia a portare una barba “alla nazarena” e riesce a uscire da una pro­fonda fossa diven­tata quasi una sorta di tomba dalla quale invece si salverà. Ten­terà poi di real­iz­zare il suo sogno quello di sposare l’amata Vit­to­rina. Infatti come dice il nar­ra­tore: «La pas­sione era al cen­tro del suo mondo. In un certo senso, lui la dimorava come fosse una regione anziché una con­dizione. Così era nato. Nella sua lin­gua l’amore che gli agi­tava l’animo, al quale il suo animo sog­giaceva, poteva mer­i­tarsi l’onore di quel ter­mine, pas­sione, il medes­imo per sof­ferenza, il pati­mento fisico e spir­i­tuale. Sof­ferenza e deside­rio, entrambi arde­vano in Colombino».

Alessan­dro Mari descrive le ster­mi­nate dis­tese della cam­pagna lom­barda, la vita delle per­sone dell’epoca, un pic­colo mondo rurale carat­ter­iz­zato da una reli­giosità popo­lare: ad esem­pio ci sono cre­denze come la benedi­zione dello sterco per ottenere rac­colti copiosi o il portare faz­zo­letti ann­o­dati al collo affinché San Bia­gio inter­venga per placare il malanno.

Questo romanzo poi rac­conta le vicende di altri gio­vani. Quella del pit­tore Lisander, espo­nente del gruppo cul­tur­ale dei Roman­tici Di Sbieco, il quale vor­rebbe diventare cal­lotip­ista, una specie di fotografo. Per man­ten­ersi dipinge ritratti alle sig­nore dell’alta borgh­e­sia milanese e per guadag­narci qual­cosa diventa il loro amante. Quella di Leda, una monaca che vive intrap­po­lata in un mondo osses­sion­ato dai ricordi del suo ex fidan­zato, Lorenzo. Insieme a una com­pagna riesce a scap­pare e diventa così una spia incar­i­cata di ped­inare Giuseppe Mazz­ini. Un altro filone del rac­conto è inoltre quello di Josè e Aninha, e ambi­en­tata in Brasile durante il con­flitto dei far­ra­pos.

Alessan­dro Mari rac­conta un pezzo di sto­ria ital­iana vis­suta in prima per­sona dalla gente comuni: ci sono i grandi per­son­aggi come Giuseppe Garibaldi, Anita, Mazz­ini, accanto però agli umili, i veri pro­tag­o­nisti degli accadi­menti. Il gio­vane scrit­tore usa un lin­guag­gio carat­ter­iz­zato dal plurilin­guismo. Ci con­duce in vari luoghi, ad esem­pio in Brasile, Lom­bar­dia oppure a Gen­ova. E uti­lizza parole brasil­iane (come: capitão, Josè, far­ra­pos, carpin­teiro), o ter­mini dialet­tali pro­pri delle regioni descritte. Tal­volta, il lin­guag­gio è aulico e carat­ter­iz­zato da ter­mini arcaici per descri­vere meglio l’epoca e i per­son­aggi, e la costruzione del peri­odo com­p­lessa, con un fre­quente uso dell’ipotassi.

 

Alessan­dro Mari è nato nel 1980 a Busto Arsizio. Si è lau­re­ato con una tesi su Thomas Pyn­chon. Ha com­in­ci­ato gio­vanis­simo a lavo­rare per l’editoria, come let­tore, tradut­tore e ghost­writer. Troppo umana sper­anza è il suo primo romanzo.

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Troppo umana sper­anza, di Alessan­dro Mari , 4.5 out of 5 based on 4 ratings

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07 2011

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