Archive for February, 2012

Tutta la bellezza deve morire, di Luigi Pingitore

recen­sione di Mara Bevilac­qua

«Il futuro non potrà mai com­petere con questo.»
Questo è un pre­sente di una Bellezza acce­cante, quella sel­vat­ica e sem­piterna di un pae­sag­gio riarso dal sole e dal sale, di una gioventù che esplode in tutte le movenze e manda in loop il cervello, sover­chi­ato dall’assenza di risposte per l’unica domanda che conta: come sarà il nos­tro futuro?
I pro­tag­o­nisti di Tutta la bellezza deve morire sono in sei: Pier, Dario, Sil­via, Luca, Liv e Francesca. Hanno dician­nove, vent’anni. Hanno il mondo in mano e fanno quello che vogliono. Hanno un mare-grembo che li riprende e li fa rinascere ogni qual volta ne sen­tano il bisogno. Hanno un sole che prosci­uga e stordisce e li ama. Vogliono essere liberi ma sono ter­ror­iz­zati dall’idea di scegliere e di crescere. Hanno il mondo in mano ma sono come il coniglio che salta in mezzo alla car­reg­giata e rimane acce­cato dalla luce.
Sono il ful­cro da cui irra­dia una Bellezza che fa invidia agli adulti intorno a loro. Sono un cumulo di teorie, di desideri incerti, di sicurezze pre­coci. Dario che vuole andare a Lon­dra, Pier ammaliato dalle parole di Rim­baud, Liv che vuole una cica­trice sul suo corpo da favola, Luca che pesca coi gesti pre­cisi del padre, Francesca che non si trova più.
Sono la cli­max della per­fezione estet­ica e una volta rag­giunto il punto più alto inizia inevitabil­mente la parabola dis­cen­dente.
«Bisogna solo rifi­utare. […] Rifi­utare non è rin­un­ciare.»
Nell’atto dell’ennesimo tuffo, in procinto di desider­are di nuovo che il mare lo tenga con sé, Pier ha un’epifania: si può dire no, ci si può tirare indi­etro e non fare una cosa. Non deve nem­meno dirlo, dichiararlo, gli basta sapere di potere dire di no.
Di fronte alle infi­nite pos­si­bil­ità che si aprono a vent’anni Pier, Dario, Sil­via, Luca, Liv e Francesca rifi­u­tano.
Tutta la Bellezza, alla fine, deve morire.
«Ci pensi mai al futuro?»
[…]
«Che cazzo è il futuro?»

L’autore è sceneg­gia­tore e reg­ista e ciò che scrive e descrive è cesel­lato chiara­mente. Inquad­ra­ture, scorci, sce­nari, per­son­aggi: uno stile molto visivo, ricco di det­tagli e immag­ini pre­cise («Il padre versa il vino a due uomini che si intrat­ten­gono con lui e gli pog­giano la mano sulla spalla. I due uomini alzano il bic­chiere prima di bere. Anche il padre alza il suo, ma lo fa con­tro­voglia, poi butta giù molto velo­ce­mente. Chiede agli uomini se ne vogliono ancora ma loro rifi­u­tano.»)
Lo stile di Pin­gi­tore riesce a ricreare, con la cadenza delle frasi e il peso delle sin­gole parole («I grilli bom­bar­dano le orec­chie. E non c’è altro. Ma questa non è pace. È qual­cosa di più, di più denso e mis­te­rioso e molle e com­pli­cato.»), l’atmosfera neb­u­losa dei pomeriggi estivi in cui il solleone attutisce ogni cosa e non per­me­tte di pen­sare chiara­mente. Il suo romanzo pro­cede per cer­chi con­cen­trici fino ad arrivare al punto: le vite di questi ragazzi si restringono man mano che i loro pen­sieri accen­nati, un po’ informi, oscil­lanti tra lo stato di sen­sazioni e quello di realtà, si rap­pren­dono fino alla solid­ità della scelta irreversibile.

 

Luigi Pin­gi­tore vive e lavora a Napoli. Ha pub­bli­cato numerosi rac­conti e poe­sie. È sceneg­gia­tore e regista.

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02 2012