Tutta la bellezza deve morire, di Luigi Pingitore
recensione di Mara Bevilacqua
«Il futuro non potrà mai competere con questo.»
Questo è un presente di una Bellezza accecante, quella selvatica e sempiterna di un paesaggio riarso dal sole e dal sale, di una gioventù che esplode in tutte le movenze e manda in loop il cervello, soverchiato dall’assenza di risposte per l’unica domanda che conta: come sarà il nostro futuro?
I protagonisti di Tutta la bellezza deve morire sono in sei: Pier, Dario, Silvia, Luca, Liv e Francesca. Hanno diciannove, vent’anni. Hanno il mondo in mano e fanno quello che vogliono. Hanno un mare-grembo che li riprende e li fa rinascere ogni qual volta ne sentano il bisogno. Hanno un sole che prosciuga e stordisce e li ama. Vogliono essere liberi ma sono terrorizzati dall’idea di scegliere e di crescere. Hanno il mondo in mano ma sono come il coniglio che salta in mezzo alla carreggiata e rimane accecato dalla luce.
Sono il fulcro da cui irradia una Bellezza che fa invidia agli adulti intorno a loro. Sono un cumulo di teorie, di desideri incerti, di sicurezze precoci. Dario che vuole andare a Londra, Pier ammaliato dalle parole di Rimbaud, Liv che vuole una cicatrice sul suo corpo da favola, Luca che pesca coi gesti precisi del padre, Francesca che non si trova più.
Sono la climax della perfezione estetica e una volta raggiunto il punto più alto inizia inevitabilmente la parabola discendente.
«Bisogna solo rifiutare. […] Rifiutare non è rinunciare.»
Nell’atto dell’ennesimo tuffo, in procinto di desiderare di nuovo che il mare lo tenga con sé, Pier ha un’epifania: si può dire no, ci si può tirare indietro e non fare una cosa. Non deve nemmeno dirlo, dichiararlo, gli basta sapere di potere dire di no.
Di fronte alle infinite possibilità che si aprono a vent’anni Pier, Dario, Silvia, Luca, Liv e Francesca rifiutano.
Tutta la Bellezza, alla fine, deve morire.
«Ci pensi mai al futuro?»
[…]
«Che cazzo è il futuro?»
L’autore è sceneggiatore e regista e ciò che scrive e descrive è cesellato chiaramente. Inquadrature, scorci, scenari, personaggi: uno stile molto visivo, ricco di dettagli e immagini precise («Il padre versa il vino a due uomini che si intrattengono con lui e gli poggiano la mano sulla spalla. I due uomini alzano il bicchiere prima di bere. Anche il padre alza il suo, ma lo fa controvoglia, poi butta giù molto velocemente. Chiede agli uomini se ne vogliono ancora ma loro rifiutano.»)
Lo stile di Pingitore riesce a ricreare, con la cadenza delle frasi e il peso delle singole parole («I grilli bombardano le orecchie. E non c’è altro. Ma questa non è pace. È qualcosa di più, di più denso e misterioso e molle e complicato.»), l’atmosfera nebulosa dei pomeriggi estivi in cui il solleone attutisce ogni cosa e non permette di pensare chiaramente. Il suo romanzo procede per cerchi concentrici fino ad arrivare al punto: le vite di questi ragazzi si restringono man mano che i loro pensieri accennati, un po’ informi, oscillanti tra lo stato di sensazioni e quello di realtà, si rapprendono fino alla solidità della scelta irreversibile.
Luigi Pingitore vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato numerosi racconti e poesie. È sceneggiatore e regista.
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