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Cassonetti, di Gianluca Antoni

Cas­sonetti è una sto­ria di stu­denti uni­ver­si­tari inter­es­sante, piacev­ole. Lo diventa soprat­tutto da pag­ina sedici quando il pro­tag­o­nista ha il primo dial­ogo al tele­fono con la sua ex (impeg­nata a Parigi a stu­di­are alla Sor­bonne). Prima di questo dial­ogo quello che accade sem­bra in gran parte solo una serie di cliché ma dopo pag­ina sedici questi ultimi si trasfor­mano negli ingre­di­enti adatti per questo tipo di sto­rie che se ven­gono bene pos­sono anche essere parec­chio gustose.

In sto­rie come queste le col­ori­t­ure mul­tiet­niche del viag­gio e lo stu­dio si mescolano, stu­di­are non è restare, ma andarsene: che è un ossi­moro dopo­tutto inter­es­sante giac­ché lo studium latino è parola  impeg­na­tiva, evoca pol­vere, silenzi, stanze chiuse e non viag­gio, sesso, incasi­na­mento, para­noie d’amore. Ma tant’è, evi­den­te­mente lo studium uni­ver­si­tario nel 2010 è diven­tato questo — specie poi se si sceglie una facoltà del cavolo. Per la ver­ità il romanzo di Gian­luca Antoni mostra bene la monot­o­nia della vita dello stu­dente uni­ver­si­tario che diventa ter­reno fer­i­tile per il deside­rio d’evasione e d’avventura che si finisce per trovare un poco ovunque nel dis­count sotto casa come in una not­tata all’Exodus. Nel romanzo di Antoni tra altre cose curiose, che viva­ciz­zano la nar­razione, ho trovato anche una rif­les­sione sim­pat­ica sulla monogamia dove si afferma che sarebbe assurdo nutrirsi esclu­si­va­mente di Nutella per il solo fatto che ci piace, che ne siamo innamorati. Così anche con le donne cam­biare part­ner non è esat­ta­mente un tradi­mento, ma no. Se man­gio un barat­tolo di marmel­lata non sto tradendo la Nutella allo stesso modo che se vado con Giusep­pina non sto tradendo la mia com­pagna Maria­Gio­vanna. L’impiccio in questa teo­ria (dici­amolo visto che ne abbi­amo la pos­si­bil­ità) è che men­tre non fa male cam­biare ali­mento ogni tanto, anzi è salutare, per il sesso è quasi quasi il con­trario: bisogna far atten­zione – altro che tri­an­goli, rombi, pentagoni…

Di Cas­sonetti è anche inter­es­sante notare quanto sia prati­ca­mente inutile rac­con­tarne la trama: e forse questo dopo­tutto è un buon seg­nale. Peter, Valentina, Davide, Lara, Mat­teo, Elena, sono davvero l’everyman e l’everywoman e le loro sto­rie e i loro intrecci sono tal­mente una fotografia del quo­tid­i­ano banale dell’universitario medio (prepararsi da man­giare una car­bonara o una aglio e olio o una bis­tecchina, andare alla Fel­trinelli a farsi un giro per las­cia­rsi ammaliare da Pes­soa dove aver pas­sato in rassegna titoli e titoli di libri, andare a fare la spesa con l’amico al super­me­r­cato e star lì incerti se scegliere caciotta o pecorino o emmen­tal, venire asse­diati dal com­pagno d’appartamento che deve fare la cacca men­tre si sta sotto la doc­cia nudi, cose di questo genere, un cam­pi­onario molto attento, per la ver­ità, di quel che suc­cede o potrebbe facil­mente suc­cedere un poco a tutti nella con­vivenza con com­pagni d’appartamento) che è inutile davvero star lì a rac­con­tare. Basta dirlo, al let­tore, chiaro e netto: questa sto­ria parla di noi. Va però aggiunto che Cas­sonetti è sì una fotografia, ma che niente ha di car­to­li­nesco. Non mi pare infatti ci siano par­ti­co­lari bel­lurie e imbel­let­ta­menti (sì, forse il nome dell’ex di Valentina Jean-Claude è un po’ da novelas-dipendenti, ma tutto som­mato c’è l’ironia dell’autore a stem­per­are questi det­tagli, a ren­dere il tutto leg­gero, carino, simpatico).

Però ripeti­amolo, per­ché ci sem­bra impor­tante: la sto­ria incom­in­cia a pag­ina sedici. Lì la sto­ria ha la sua impen­nata o meglio la sua mor­bida incres­patura: per­ché questa sto­ria non ha spigoli e angoli, non pun­zec­chia, é assai maneggev­ole, come in fondo é giusto che sia. É a pag­ina sedici, ad ogni modo, che si pre­senta il con­flitto che fa di questa sto­ria una sto­ria. Sì per­chè quando dici­amo che una sto­ria è un con­flitto questo implica che quello che accade al di fuori del con­flitto non è davvero inter­es­sante, è un con­torno inutile, senza molto senso, che senso e inter­esse lo acquista solo se il con­flitto c’è: allora la parte inutile assume una sua fun­zione, diventa una pausa o una rif­les­sione o un diver­tisse­ment e insomma può diventare mille cose, ma non è più inutile del tutto, ha un suo com­pito, c’è un motore che la trasporta da qualche parte.

In questo romanzo pub­bli­cato da Italic (Pequod) il con­flitto è tra il quo­tid­i­ano della vita uni­ver­si­taria e… l’amore, ossia nel caso di Peter, Valentina. Non è pro­prio come il con­flitto tra il cap­i­tano Achab e Moby Dick scagliati nel mezzo dell’Oceano Atlantico (anche per­ché Valentina non ha per niente l’aspetto di una balena, ma al lim­ite solo di un pesci­olino d’acqua dolce, mag­ari di un girino),  però pur sem­pre di un con­flitto si tratta. E il con­flitto com­in­cia con l’apparizione,  pro­prio a pag­ina sedici, di Valentina. Che è poi un po’ quel che accade a tutti quanti noi: la nos­tra vita non ha molto senso finché non arriva quella pag­ina lì, che per alcuni può essere a pag­ina sedici, per altri a pag­ina trentaquat­tro, per altri a pagine due. L’importante però è che quella pag­ina arrivi, acci­denti, prima che sia troppo tardi e le pagine finis­cano: altri­menti si saranno vis­suti (e al lim­ite si avranno da rac­con­tare) solo fatti freddi, seg­menti tra loro scon­nessi. Insomma quello che questa sto­ria di Antoni ci sug­gerisce (mag­ari involon­tari­a­mente) è che non esiste banal­ità nella neces­sità. Se la sto­ria è il con­flitto e il con­flitto è Valentina, la sto­ria è Valentina. Più o meno come l’Iliade è Elena di Troia senza Valentina una sto­ria come questa si aut­ofagociterebbe nel suo titolo: ma questa sto­ria invece a rischiararla, per for­tuna, la sua buona stella ce l’ha.

Gian­luca Antoni, classe ‘68, vive a Seni­gal­lia. Tra le altre cose, ha pub­bli­cato due guide per aiutare le per­sone a trovare il lavoro che piace. Cas­sonetti è il suo primo romanzo.

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28

12 2010

Gli ultimi occhi di mia madre – Patrizia Patelli

Spesso si protesta: «Uno scrit­tore dovrebbe scri­vere sem­pre per­ché ha qual­cosa da dire». In ver­ità, la protesta potrebbe essere molto più rad­i­cale di così. Si potrebbe dire: «Uno scrit­tore dovrebbe scri­vere sem­pre per­ché ha da dirci la cosa defin­i­tiva». Per­ché sia tale, uno scrit­tore non dovrebbe mai lim­i­tarsi ad arric­chire una con­ver­sazione, un dibat­tito, ad aggiun­gere sem­plice­mente qual­cosa: dovrebbe invece ammaz­zarla una con­ver­sazione, sof­fo­carlo un dibat­tito, dire quella cosa che subito ful­minea­mente esaurisce l’argomento e rende inutile ogni altro intervento.

Ecco, leggendo Gli ultimi occhi di mia madre di Patrizia Patelli si ha davvero l’impressione di essere davanti a un libro defin­i­tivo. Se il let­tore di questa recen­sione decidesse vera­mente di spendere i suoi quindici euro per leg­gere questo libro, sia avver­tito che dopo guarderà in maniera molto dif­fer­ente la let­ter­atura. In questo romanzo di cen­toses­santa pagine l’autrice ci parla della morte di sua madre. Nel libro non tro­verete una prosa esplosiva.

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14

07 2009