Lo stagno delle gambusie, di Enrico Unterholzner
Geremia è un informatico d’azienda cinquantenne; scrupoloso, ordinato, ogni giorno puntuale e di poche parole. Odia le chiacchiere volgari dei suoi colleghi, gli specchi – che riflettono i cento sette chili del suo goffo corpo –, i gatti, e le mamme impiccione; una in particolare: la sua, che anche ora che non c’è più lo ossessiona con la eco delle sue parole a ripetergli che «lui non era nient’altro che un disadattato».
La vita di Geremia è come lo stagno delle gambusie. All’apparenza una pozza d’acqua insignificante, ma se poi ci si china a guardarla bene dentro, un microcosmo autosufficiente, dove il piccolo-grande protagonista che lo anima è ben attento a ripulire ogni cosa da veleni e invasori esterni.
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Stefano Derzi, protagonista di 

Gabriele (come già nell’ultimo libro di Demetrio Paolin il protagonista sembra voler rimandare all’autore) è un regista televisivo impegnato sul set della sua prima produzione cinematografica: un film sul cannibalismo le cui riprese vengono interrotte dalla sparizione dell’attore principale, e finisce così per ritrovarsi, prima sulle tracce, e poi direttamente coinvolto, nelle azioni di un serial killer, un maniaco dalle fantasie mistico-apocalittiche.