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Non dire madre, di Dora Albanese

Prova d’esordio della gio­vanis­sima Dora Albanese, Non dire madre è anz­i­tutto un’antologia di rac­conti, e pun­tu­al­iz­zarlo non è ozioso, tanto è dif­fi­cile, in prima bat­tuta come a fine let­tura, resistere alla soluzione di trattare la rac­colta come un romanzo omo­ge­neo, le sue sto­rie come una sola vicenda. Ad avvi­cen­darsi lungo i para­grafi sono le vite di donne dis­sim­ili, ann­o­date tutte però alla con­di­visa espe­rienza della mater­nità, tema por­tante di cui le pro­tag­o­niste rap­p­re­sen­tano cias­cuna una pro­pria dec­li­nazione, l’una com­ple­mentare alle altre.

Molte inter­preti per un’unica voce che non sem­bra lim­i­tarsi a nar­rare, ma vive e s’impossessa d’ogni vicenda, come se si trat­tasse, in effetti, di una sola protagonista.

Dietro un’amarezza mono­lit­ica, che alla sot­tile spec­u­lazione sul dolore preferisce il rac­conto diretto del vis­suto, la sua nuda, trag­ica e perfino scon­ve­niente verità.

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13

04 2010

Il Nemico, di Emanuele Tonon

A com­porre la matura prova d’esordio di Emanuele Tonon sono due rac­conti: l’agonia di un padre che muore di fab­brica, lo strazio di una cop­pia inca­pace di avere un bambino.

Il padre e il figlio, in sin­tesi. Le prime due parti dell’unico vol­ume entro cui, in orig­ine, avrebbe dovuto con­verg­ere anche un terzo rac­conto, così da repli­care pien­amente lo statuto trinitario.

Sfondo caus­tico e alien­ante è il nordest operaio delle fab­briche, dei padroni cui si regalano mez­zore e vite non dovute, dove a logo­rare la carne sono i nas­tri abra­sivi, le polveri e le sega­ture indus­tri­ali, il vino al veleno. Dove la ricerca della felic­ità non è che una tim­ida ten­sione, già in partenza dis­il­lusa, votata a coin­cidere con un fal­li­mento annun­ci­ato. La riv­e­lazione è l’assenza, il vuoto. Del divino quanto del morale. Ogni moto di aggres­sione, di rivalsa, di vital­ità, finisce per sce­mare nell’inutilità di un grido senza eco. Ster­ile, morto.

Libro del dolore Il nemico, con­danna aperta a dio, alla sua irrev­o­ca­bile lati­tanza, o meglio inesistenza: la classe operaia non va in paradiso.

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08

02 2010

Non è successo niente — Giuseppe Aloe

Liq­uidare un libro sec­ondo il genere è la sma­nia fre­quente del recen­sore, quasi un istinto omi­cida. E irre­sistibile, almeno prima facie, è la ten­tazione d’incollare al romanzo di Giuseppe Aloe l’etichetta di giallo psi­co­logico e accontentarsene.

Pro­tag­o­nista della sto­ria è l’ex diret­tore di un isti­tuto di igiene men­tale, ottan­tenne in pen­sione richiam­ato a col­lab­o­rare per un caso urgente: l’improvvisa strage di sei pazi­enti (e un gatto) fra le mura dove ha lavo­rato per vent’anni. Si avviano così due piste d’indagine dis­tinte. Quella uffi­ciale, razionale e pro­ba­to­ria, affi­data a un com­mis­sario che fa i conti col ter­reno sdruc­ci­olev­ole della fol­lia. L’altra invece con­dotta dal vec­chio medico, come un’ermeneutica dei segni, del delirio e delle psi­cosi, lo porta a ridestare i demoni del pro­prio pas­sato e a ricer­care nelle pagine di Per­rault l’insospettabile man­dante del delitto. Un giallo psi­co­logico, appunto.

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28

01 2010

Il letto di formiche – Donato Dallavalle

Le formiche esplo­rano, si fanno strada nel tempo e nei muri, indi­cano sen­tieri, sco­prono seg­reti incon­fes­sati, mas­ti­cano cadav­eri, con­sumano anni e chilometri: non rimane che seguirle, «por­tano sem­pre in posti inter­es­santi». Ex ter­ror­ista di sec­ondo piano – il solo mem­bro del fatis­cente gruppo Puma 08 ad essere finito in galera –, Emilio sconta la pena per un rapi­mento politico di ris­i­bile conto, ter­mi­nato tut­tavia in trage­dia. Detenuto adesso in semi lib­ertà, operaio in fab­brica di giorno e carcer­ato di notte, ottiene un per­me­sso per far visita alla cog­nata Anna e dare l’addio al fratello Angelo – ex com­pagno di lotta – morto in cir­costanze ancora non chiare.

Ad accom­pa­g­narlo nel viag­gio, come negli anni di carcere, nel sonno e nella veg­lia, è il ricordo vivido della nipote Lucia (figlia di Angelo e Anna) e del loro rap­porto mor­boso, quando ancora era una bam­bina, in bil­ico tra la sto­ria d’amore proibita e la pura osses­sione. Iso­lata in quello che prima era il rifu­gio del loro gruppo, poi ris­torante e ormai sola dimora deca­dente, in una cam­pagna dove i tedeschi davano la cac­cia ai par­ti­giani, Anna lo aspetta per prepararlo a ver­ità che cam­bier­anno più volte, e cui Emilio darà poco a poco un sig­ni­fi­cato, sca­v­ando nella terra, nella memo­ria e nelle vis­cere di car­casse ancora fres­che, ten­tando di scon­tare ad un tempo più pene, come in un delirio.

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10

09 2009

Sono io che me ne vado – Violetta Bellocchio

La cop­er­tina curata da Manuele Scalia fa buona eco a quanto pre­cisato già dal titolo e rilan­cia l’avvertimento: è lei ad andarsene, a decidere, a impugnare saldo il for­cone, a man­tenere il pos­sesso dell’ultima parola. È Layla, pro­tag­o­nista del romanzo d’esordio di Vio­letta Bel­loc­chio, a fis­sare subito la prima regola della sua sto­ria, a scegliere come e quando rac­con­tarla. Lo fa in prima per­sona, riv­olta ad un tu indefinito, inter­locu­tore muto, let­tore al di qua delle pagine e des­ti­natario opaco, quasi fino alla con­clu­sione, di una let­tera che vale come con­fes­sione, a patto d’intenderla al netto di qual­si­asi pen­ti­mento o richi­esta di reden­zione. Com­piuti 28 anni, la ragazza abban­dona la metropoli, slac­cia ogni con­tatto e si trasferisce in una frazione defi­lata della Ver­silia, nella casa ered­i­tata dal nonno e presto tradotta in bed & breakfast.

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19

06 2009