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	<title>luminol.it &#187; Paolo Grassi</title>
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	<description>il blog degli esordienti</description>
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		<title>Non dire madre, di Dora Albanese</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 09:47:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Grassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.trmtv.it/home/wp-content/uploads/2009/11/Non-dire-madre.jpg" alt="" width="283" height="408" />Prova d’esordio della giovanissima Dora Albanese, <em><a href="http://www.hacca.it/hacca/prodotti/prodotto.php?idProdotto=68">Non dire madre</a></em> è anzitutto un’antologia di racconti, e puntualizzarlo non è ozioso, tanto è difficile, in prima battuta come a fine lettura, resistere alla soluzione di trattare la raccolta come un romanzo omogeneo, le sue storie come una sola vicenda. Ad avvicendarsi lungo i paragrafi sono le vite di donne dissimili, annodate tutte però alla condivisa esperienza della maternità, tema portante di cui le protagoniste rappresentano ciascuna una propria declinazione, l’una complementare alle altre.</p>
<p>Molte interpreti per un’unica voce che non sembra limitarsi a narrare, ma vive e s’impossessa d’ogni vicenda, come se si trattasse, in effetti, di una sola protagonista.</p>
<p>Dietro un’amarezza monolitica, che alla sottile speculazione sul dolore preferisce il racconto diretto del vissuto, la sua nuda, tragica e perfino sconveniente verità.<span id="more-247"></span></p>
<p>Anche gli sfondi geografici paiono assimilabili ad un unico territorio di viaggio: dalla Lucania e da Matera fino a Roma; prima come radicamento irrimediabile, quasi una condanna; poi come flusso migratorio, inutile e disilluso tentativo di fuga, che è pure altro tema nodale dell’opera.</p>
<p>L’unitarietà dell’opera resiste all’anagrafica delle protagoniste, come anche ai balzi tra le epoche, dal primo dopoguerra ad oggi, o a quelli culturali e sociali, dalla miseria contadina alla mediocrità borghese, riducendo ogni differenza all’impossibilità di autentici lieti fini.</p>
<p>Nonostante questo, non parlerei di resa, di sconfitta. Piuttosto parlerei di affermazioni decise, prese d’atto, che assumono valore di verità pure se sconsolanti, tragiche e dolorose.</p>
<p>Le pagine di Dora Albanese sono testimonianza, materia cruda e lirismo, in bilico fra la semplicità di uno stile acerbo, ma autentico, e l’omaggio alla tradizione orale, nel tentativo di proporre, entro gli strettissimi margini di una breve antologia, una piccola ma poderosa epopea femminile.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Dora Albanese</strong> è nata nel 1985 a Matera, e dal 2004 vive a Roma. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su riviste e quotidiani. <em>Non dire madre</em> è il suo primo libro.</p>
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		<title>Il Nemico, di Emanuele Tonon</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 11:49:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Grassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[A comporre la matura prova d’esordio di Emanuele Tonon sono due racconti: l’agonia di un padre che muore di fabbrica, lo strazio di una coppia incapace di avere un bambino. Il padre e il figlio, in sintesi. Le prime due parti dell’unico volume entro cui, in origine, avrebbe dovuto convergere anche un terzo racconto, così [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://mondobalordo.files.wordpress.com/2009/12/il-nemico1.jpg" alt="" width="396" height="603" />A comporre la matura prova d’esordio di Emanuele Tonon sono due racconti: l’agonia di un padre che muore di fabbrica, lo strazio di una coppia incapace di avere un bambino.</p>
<p>Il padre e il figlio, in sintesi. Le prime due parti dell’unico volume entro cui, in origine, avrebbe dovuto convergere anche un terzo racconto, così da replicare pienamente lo statuto trinitario.</p>
<p>Sfondo caustico e alienante è il nordest operaio delle fabbriche, dei padroni cui si regalano mezzore e vite non dovute, dove a logorare la carne sono i nastri abrasivi, le polveri e le segature industriali, il vino al veleno. Dove la ricerca della felicità non è che una timida tensione, già in partenza disillusa, votata a coincidere con un fallimento annunciato. La rivelazione è l’assenza, il vuoto. Del divino quanto del morale. Ogni moto di aggressione, di rivalsa, di vitalità, finisce per scemare nell’inutilità di un grido senza eco. Sterile, morto.</p>
<p>Libro del dolore <a href="http://isbnedizioni.it/isbnblog/2009/06/17/127/"><em>Il nemico</em></a>, condanna aperta a dio, alla sua irrevocabile latitanza, o meglio inesistenza: la classe operaia non va in paradiso.<span id="more-184"></span></p>
<p>Già stigmatizzato come eretico, blasfemo, il romanzo è sorretto da una prosa originale, potente, visionaria e asfissiante. Un flusso paratattico, l’incessante incalzare di immagini ed esperienze che finiscono per cedere la propria straziante intensità alla freddezza siderale di categorie di pensiero, sentenze senza appello, aporie.</p>
<p>È già pronta una prima versione del prossimo libro, l’atto conclusivo di un’opera che al momento possiamo recepire esclusivamente nella forma di trittico incompiuto, consapevoli che esiste ancora un atto dialettico da consumare, forse il decisivo.</p>
<p><strong>Emanuele Tonon</strong> è nato a Napoli nel 1970. Friulano, vive sulle colline della provincia goriziana. A diciannove anni entra in convento e per sei anni è frate francescano, prima di abbandonare il saio e lavorare in una biblioteca, poi come portiere di notte, corriere espresso, operaio in una fabbrica di nastri bi-adesivi, in una di mobili per ragazzini e infine come programmatore web. <em>Il nemico</em> è il suo primo romanzo.</p>
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		<title>Non è successo niente — Giuseppe Aloe</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 08:13:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Grassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[esordio]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Perrone]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Aloe]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>

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		<description><![CDATA[Liquidare un libro secondo il genere è la smania frequente del recensore, quasi un istinto omicida. E irresistibile, almeno prima facie, è la tentazione d’incollare al romanzo di Giuseppe Aloe l’etichetta di giallo psicologico e accontentarsene. Protagonista della storia è l’ex direttore di un istituto di igiene mentale, ottantenne in pensione richiamato a collaborare per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" title="non è successo niente, aloe" src="http://img2.libreriauniversitaria.it/BIT/144/9788860041449g.jpg" alt="" width="200" height="306" />Liquidare un libro secondo il genere è la smania frequente del recensore, quasi un istinto omicida. E irresistibile, almeno <em>prima facie</em>, è la tentazione d’incollare al romanzo di<a href="http://giulioperroneditore.it/node/375"> Giuseppe Aloe </a>l’etichetta di giallo psicologico e accontentarsene.</p>
<p>Protagonista della storia è l’ex direttore di un istituto di igiene mentale, ottantenne in pensione richiamato a collaborare per un caso urgente: l’improvvisa strage di sei pazienti (e un gatto) fra le mura dove ha lavorato per vent’anni. Si avviano così due piste d’indagine distinte. Quella ufficiale, razionale e probatoria, affidata a un commissario che fa i conti col terreno sdrucciolevole della follia. L’altra invece condotta dal vecchio medico, come un’ermeneutica dei segni, del delirio e delle psicosi, lo porta a ridestare i demoni del proprio passato e a ricercare nelle pagine di Perrault l’insospettabile mandante del delitto. Un giallo psicologico, appunto.<span id="more-82"></span></p>
<p>Simmetricamente al bipolarismo dell’indagine si profilano anche due diverse e possibili letture. Una lineare, scontata, dove il protagonista, medico e traduttore di Shakespeare e Hölderlin, risolve il caso, affiancato da un commissario prima cinico, poi intrigato e infine persuaso, suo perfetto contraltare socratico.</p>
<p>È la seconda lettura, però, a rivelare altro, a suggerire di guardare fra le righe, non arrendersi alla superficie, lasciandoci scoprire quanto la trama giallistica, in definitiva, sia forse l’aspetto secondario del romanzo, l’elemento debole e reinterpretabile, ridecifrabile, aperto. È il protagonista a generare questa possibilità, dare spessore al testo. Sono i suoi continui riferimenti, le citazioni sottili, la sua invincibile attrazione per la filosofia teoretica. Sono l’autoanalisi introspettiva, la terza indagine che tacitamente porta avanti dentro se stesso, lasciando l’universo esterno come una realtà bidimensionale, spesso stereotipata, ammiccando quasi alla possibilità di un tranfert totalizzante, come se lui fosse l’autentico malato, o la sua immagine s’identificasse addirittura con quella di Gigliola, l’affezionato ecolalico testimone chiave.</p>
<p>Scritto con buona padronanza e spesso elegante, è nel suo potenziale sussurrato e al di là della logica, compresa quella della trama infine rivelata, che il romanzo riesce a regalare suggestioni e profondità estendibili ben oltre il mero genere cui, solo in parte infatti, appartiene.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Giuseppe Aloe</strong> è nato a Cosenza nel 1962. Tra i fondatori del circolo culturale I Barbitonsori, a Roma lavora con Franco Cordero presso l’Università La Sapienza. Pubblica insieme a Cristiano Spila il libro di racconti <em>Geographyca – due storie siciliane</em>, e nel 2005 pubblica per Giulio Perrone Editore l’antologia di racconti <em>Non pensare all’uomo nero…dormi.</em></p>
<p>Attualmente vive e lavora a Milano.</p>
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		<title>Il letto di formiche – Donato Dallavalle</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 17:02:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Grassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[figli]]></category>
		<category><![CDATA[formiche]]></category>
		<category><![CDATA[galera]]></category>

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		<description><![CDATA[Le formiche esplorano, si fanno strada nel tempo e nei muri, indicano sentieri, scoprono segreti inconfessati, masticano cadaveri, consumano anni e chilometri: non rimane che seguirle, «portano sempre in posti interessanti». Ex terrorista di secondo piano – il solo membro del fatiscente gruppo Puma 08 ad essere finito in galera –, Emilio sconta la pena [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://files.splinder.com/6bf4146f87dd5caff2b76b48c91db65a.jpg" alt="" width="308" height="500" />Le formiche esplorano, si fanno strada nel tempo e nei muri, indicano sentieri, scoprono segreti inconfessati, masticano cadaveri, consumano anni e chilometri: non rimane che seguirle, «portano sempre in posti interessanti». Ex terrorista di secondo piano – il solo membro del fatiscente gruppo Puma 08 ad essere finito in galera –, Emilio sconta la pena per un rapimento politico di risibile conto, terminato tuttavia in tragedia. Detenuto adesso in semi libertà, operaio in fabbrica di giorno e carcerato di notte, ottiene un permesso per far visita alla cognata Anna e dare l’addio al fratello Angelo – ex compagno di lotta – morto in circostanze ancora non chiare.</p>
<p>Ad accompagnarlo nel viaggio, come negli anni di carcere, nel sonno e nella veglia, è il ricordo vivido della nipote Lucia (figlia di Angelo e Anna) e del loro rapporto morboso, quando ancora era una bambina, in bilico tra la storia d’amore proibita e la pura ossessione. Isolata in quello che prima era il rifugio del loro gruppo, poi ristorante e ormai sola dimora decadente, in una campagna dove i tedeschi davano la caccia ai partigiani, Anna lo aspetta per prepararlo a verità che cambieranno più volte, e cui Emilio darà poco a poco un significato, scavando nella terra, nella memoria e nelle viscere di carcasse ancora fresche, tentando di scontare ad un tempo più pene, come in un delirio.</p>
<p><span id="more-43"></span>Virando continuamente dalla realtà immaginata a quella vissuta, Emilio è protagonista monotetico, prigione di sé. Soltanto la fiaba su cui lavora da anni e che un tempo avrebbe desiderato proporre a qualche editore, lo tiene ancora labilmente legato al mondo esterno, altrimenti inesistente, vacuo, irrimediabilmente distorto</p>
<p>Il racconto della fiaba, del presente con Anna e i ricordi del passato militante con l’amore per Lucia, danno vita ad un percorso triplice, dove ogni traccia intrapresa terminerà in amara soluzione, e soltanto la storia di Smeralda (la protagonista della fiaba) troverà un autentico compimento. «[…] miscela strana, prigioniero politico e bambini, carcere e favole». Una narrazione sonnambula, reale come onirica, dove poco importa se a decidere siano il sogno, l’allucinazione o la cronaca dei crudi fatti. Quella che alimenta la storia è una combustione che non fa distinzioni. La prosa è pulita, essenziale, e a discapito della gravità dei temi corre veloce e lieve, propulsa da un linguaggio che si concentra sui dettagli primari della terra, dell’odore e del sangue, mentre l’intero palcoscenico è altrettanto scarno, minimale, come in una pièce teatrale grottesca e nera, senza possibilità di fughe gioiose o di espiazione, ma solo di rimpianto, di simulazione avvelenata.</p>
<p><strong>Nota biografica</strong><br />
<strong>Donato Dallavalle</strong> è nato a Piacenza nel 1979. Ha collaborato con alcuni quotidiani locali e svolto attività lavorative molto diverse. Diplomato alla Scuola del Cinema di Milano, ha frequentato il laboratorio di Marco Bellocchio. Per Sky è stato inviato ai festival del cinema di Cannes, Venezia e Taormina. Ha scritto alcuni cortometraggi e tuttora collabora come autore con Sky Cinema. Il letto di formiche è il suo primo romanzo.</p>
<p><strong>Nota editoriale<br />
</strong>excelsior 1881 2009 (Acquario)<br />
pp. 152<br />
€ 12,50<br />
ISBN: 978–88-6158–091-6</p>
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		<title>Sono io che me ne vado – Violetta Bellocchio</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 13:58:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Grassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[abbandono]]></category>
		<category><![CDATA[confessione]]></category>

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		<description><![CDATA[La copertina curata da Manuele Scalia fa buona eco a quanto precisato già dal titolo e rilancia l’avvertimento: è lei ad andarsene, a decidere, a impugnare saldo il forcone, a mantenere il possesso dell’ultima parola. È Layla, protagonista del romanzo d’esordio di Violetta Bellocchio, a fissare subito la prima regola della sua storia, a scegliere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La copertina curata da Manuele Scalia fa buona eco a quanto precisato già dal titolo e rilancia l’avvertimento: è lei ad andarsene, a decidere, a impugnare saldo il forcone, a mantenere il possesso dell’ultima parola. È Layla, protagonista del romanzo d’esordio di Violetta Bellocchio, a fissare subito la prima regola della sua storia, a scegliere come e quando raccontarla. Lo fa in prima persona, rivolta ad un tu indefinito, interlocutore muto, lettore al di qua delle pagine e destinatario opaco, quasi fino alla conclusione, di una lettera che vale come confessione, a patto d’intenderla al netto di qualsiasi pentimento o richiesta di redenzione. Compiuti 28 anni, la ragazza abbandona la metropoli, slaccia ogni contatto e si trasferisce in una frazione defilata della Versilia, nella casa ereditata dal nonno e presto tradotta in bed &amp; breakfast.<span id="more-41"></span> Qui s’imbatte in Sean, ingaggiato prima come web designer, poi accolto come riferimento costante, tuttofare, gregario, contraltare di una dialettica tra servo e padrona condotta principalmente sul piano verbale, in dialoghi urticanti da battuta pronta, al massimo dell’amara tensione ironica che li avvicina, a poco a poco, irrimediabilmente. Layla si professa cattiva, con 32 vite rovinate alle spalle e particolari passatempi, fra cui il poligono di tiro pare il più innocuo, sviluppando il racconto sulla doppia traccia del passato, tra un collegio per ragazze difficili, un trauma, alcune amicizie, conflitti familiari, spasimanti puniti, e del presente, abitato dagli ospiti bislacchi del bed &amp; breakfast, lungo un intero anno, con ipotesi di vampiri, un metodo anti-adulteri e la ricostruzione storica di finti delitti insieme a Sean. A una trama minimale, quasi priva di intreccio, danno vera polpa le infinite immagini evocate durante il racconto, sempre sul procinto di lasciarci intendere chi sia davvero Layla, quale la sua vera natura, prima di smentirci al capitolo successivo. Un dedalo di false piste che incalza la curiosità, suggerendo un’opera prima noir, poi gotica, a tratti romantica, infine pop. Della violenza che ci aspettiamo ad esempio, sulla scia di una cattiveria tanto annunciata, resta solo una blanda simulazione, un ammicco. Come sullo sfondo geografico dal sapore di una Rimini post-cannibalesca, rintracciamo niente più della noia provinciale, perfino gradevole, di una Versilia vampiresca, caricaturale, kietsch, come la maggior parte delle sue comparse. Ogni riferimento esoterico, criminale o cruento, finisce col ridursi a innocente opera esposta in un museo della tortura per turisti, ogni minaccia si rivela battuta caustica o poco altro di più. E tra la passione per attrici meteore di decenni ormai sepolti, popolari serie televisive e sotto-cultura di serie B, come compressi in una cornice vistosa, riescono comunque ad emergere con efficacia i veri temi del libro. Vera costante è la storia come tale, cui la protagonista spesso allude quasi per rassicurare il lettore, invitarlo a non perdere di vista il punto. Come insiste sull’importanza di raccontare la stessa storia secondo una ricetta precisa, così da risultare credibile. Violetta Bellocchio è fedele alla regola, distribuisce a dovere suggestioni, dettagli, citazioni, senza mai scendere nel profondo, mantenendo il contenuto sull’accenno provocatorio, più che sulle sue possibili ed estreme conseguenze. Scrive solo ciò che occorre, decidendo ritmo e cadenza, convincendoci a seguirla senza alcuna irritazione, tradotto ormai anche il pubblico in servo consenziente del suo gioco, premiato da un finale dove il cerchio si chiude bene, funziona. Una scrittura asciutta e paratattica, visiva, capace di agganciare l’attenzione del lettore veloce, neo-enciclopedico, aneddotico dai consumi rapidi e subito incisivi, più a suo agio con un blog da scorrere sullo schermo che alla carta da decantare. Altra chiave non trascurabile sta nella musica del libro, dove tra millantati country, goth, speed-metal e altri generi fortunatamente di nicchia, la colonna sonora dominante assegna il primato al rock melense e «da quindicenni romantiche» degli Stone Roses. Bellocchio racconta una storia che diverte e stuzzica, senza cedere un istante alla tentazione, consueta a molta della giovane narrativa italiana, di delegare al protagonista in prima singolare il compito di sciogliere i nodi del proprio biografismo, e di questo le siamo infinitamente grati.</p>
<p><strong>Nota biografica</strong><br />
<strong>Violetta Bellocchio</strong> è nata nel 1977, ha lavorato per “Rolling Stone”, Radio 2, “Grazia”, “Marie Claire”, “Link” e la Mostra del Cinema di Venezia. Autrice di alcuni blog (tra cui Rimozione da Tiffany) e della voce “Alligatore” per il “Dizionario affettivo della lingua italiana” (Fandango, 2008), il suo programma televisivo preferito è Pimp my ride, e al momento sta lavorando al secondo romanzo. Alcuni dei suoi racconti figurano nelle antologie “Ho visto cose…” (Rizzoli, 2008), “I confini della realtà” (Mondadori, 2008) e “Voi non ci sarete – Cronache della fine del mondo” (Agenzia X, 2009).</p>
<p><strong>Nota editoriale</strong><br />
Mondadori 2009 (Strade blu)<br />
pp. 352<br />
€ 18,00<br />
ISBN: 978–88-04–58157-4</p>
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		<title>Tu che te ne andrai ovunque – Ilaria Rossetti</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2009 16:55:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Grassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Citazione del verso conclusivo di À une raison di Rimbaud, Tu che te ne andrai ovunque è la formula dominante del romanzo d’esordio di Ilaria Rossetti, denominatore comune dei personaggi, leitmotiv a base di abbandoni e distacchi, in derive incessantemente traumatiche che pongono al centro il rapporto tra padri e figli. Sviluppato nell’arco di un’unica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Citazione del verso conclusivo di À une raison di Rimbaud, Tu che te ne andrai ovunque è la formula dominante del romanzo d’esordio di Ilaria Rossetti, denominatore comune dei personaggi, leitmotiv a base di abbandoni e distacchi, in derive incessantemente traumatiche che pongono al centro il rapporto tra padri e figli. Sviluppato nell’arco di un’unica giornata milanese, in un maggio diafano e insolitamente afoso, tre voci raccontano la propria storia, mentre ognuna s’intreccia con l’altra. Nico è scontato professore liceale di italiano, disilluso, inadatto, aggiogato al ricordo del padre (misteriosamente scomparso anni prima) e condannato a scontare un rancore d’infanzia mai risolto; sua sorella Eva, violinista per matrimoni, stende una lunga lettera per l’uomo che ama, nel tentativo estremo di ricominciare una vita insieme, nonostante tutto; Argo, venditore porta a porta insoddisfatto, anche lui segnato da un passato doloroso, saltuariamente sostituisce il prete della chiesa di quartiere per arrotondare di cento euro al mese, dietro mentite spoglie che si estendono ben oltre la finta tonaca, in una vita interamente di riflesso, mai davvero sua.<span id="more-39"></span> Una pila di libri bruciata in aula, il colpo di un revolver e l’arrivo di Ari – una bambina con uno zaino inviolabile sulle spalle – danno inizio a un romanzo ad orologeria, un complicato susseguirsi di coincidenze dove le vite dei protagonisti, fino a quel secondo sospese, inespresse nella loro statica insoddisfazione, trovano l’innesco per precipitare verso un finale che, se non restituirà loro altro che la verità, finirà comunque per segnare un passaggio profondo e l’ennesimo trauma. Sfondo contemporaneo, un confronto solo tratteggiato fra cultura occidentale e islamica, dove quest’ultima fornisce indirettamente le due trovate drammatiche che segnano l’inizio e la fine del libro, non senza qualche azzardo. Di una tenuta non sempre all’altezza, la complessità dell’intreccio non compensa una prevedibilità piuttosto lineare. Si riceve l’impressione che le coincidenze siano troppe, ognuna esageratamente funzionale ad un finale a sorpresa che, proprio per questo, non sorprende molto. Riconoscibile è lo sforzo di generare tensioni destinate a detonare solo alla fine, salvo nascere, talvolta, soffocate già in partenza. Una scrittura educata, corretta, ma non ancora a fuoco, poco incisiva. Non convincono in particolare i dialoghi sbrigativi e contestualmente poco plausibili, incapaci di gettare vera luce sulla profondità solo sfiorata dei protagonisti. In tal senso, l’intero romanzo pare costantemente schiacciato dall’onere di promettere molto e la capacità di mantenere poco. Ha un sapore acerbo e promettente, gradevole negli intenti ma nella sostanza ancora in nuce; un testo che dilapida espedienti e risparmia in sospensione della credulità. Restano il coraggio di una trama ambiziosa, l’aver colto l’oggetto e il tema, ma l’esito suona di traguardo mancato, depositandosi solo sulla superficie e non avvicinando appieno la portata ambita e annunciata. Concesse le attenuanti d’esordio e la giovane età dell’autrice, il banco di prova può dirsi superato, sia pure con qualche doverosa riserva.</p>
<p><strong>Nota biografica</strong><br />
<strong>Ilaria Rossetti</strong> è nata a Lodi nel 1987. Premio Subway 2006, nel 2007 conquista il premio Campiello Giovani con il racconto La leggerezza del rumore e nel 2008 il premio LOGOS indetto dalla Giulio Perrone Editore.</p>
<p><strong>Nota editoriali</strong><br />
Giulio Perrone Editore 2009<br />
pp. 288<br />
€ 15,00<br />
ISBN: 978–88-6004–140-1</p>
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