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L’Occhio di Porco, intervista a Piero Calò

Colleziona penne, scrive solo a mano e rin­nega il com­puter. Di orig­ine pugliese, emi­grato (come dice lui) a Torino, Pietro Calò è uno scrit­tore esor­di­ente che Lumi­nol ha incon­trato al 23° Salone Inter­nazionale del Libro.

L’Appuntamento è allo stand della tori­nese Instar Libri ma causa sovraf­fol­la­mento ci spos­ti­amo fuori, nel sole che ha accom­pa­g­nato la rassegna sabauda. Così l’autore di L’occhio di Porco, men­tre risponde fuma, e men­tre fuma, ci rac­conta il libro, il lavoro di edit­ing, e cosa pensa sia la letteratura.

Com­in­ci­amo dalla fine. Come sei arrivato alla pubblicazione?

Intanto sono sopravvis­suto agli anni 80. Ho com­in­ci­ato scrivendo un sag­gio sulla pornografia a 24 anni. Poi ho scritto questo romanzo e l’ho mandato alle case editrici. Ho rice­vuto tutte risposte neg­a­tive meno due. Una era Instar, la casa editrice che mi ha pubblicato.

Il tuo romanzo è un giallo?

In realtà è un finto giallo. Per­ché si risolve prima della fine. Quindi c’è tutta la parte finale che non è fun­zionale alla trama, ma che è stato deciso di lasciare.

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04

06 2010

L’infanzia delle cose, di Alessio Arena

Il corpo di Patrizio Bacioter­ra­cino, reo di aver intrat­tenuto una relazione amorosa con Domenico Cimarosa, un trav­es­tito apparte­nente alla famiglia di camor­risti che comanda nel rione San­ità, viene trovato senza vita den­tro una macchina a Barra, nella per­ife­ria ovest di Napoli. Da questo momento tutta la famiglia Bacioter­ra­cino è in pericolo.

Così nel cuore della notte, gra­zie all’aiuto di Padre Cic­cone, con­sigliere spir­i­tuale e men­tore musi­cale del quartiere, il figlio Anto­nio, assieme la madre, la sorella Erika e lo zio Birra Per­oni, las­ciano Napoli per rifu­gia­rsi in Spagna, a Madrid.

Da qui parte il rac­conto de L’infanzia delle cose, romanzo d’esordio di Alessio Arena. A rac­con­tarci la sto­ria di questa fuga è Anto­nio Bacioter­ra­cino, il figlio di Patrizio, anche lui musicista, vio­lin­ista ad essere pre­cisi, di grande talento.

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23

04 2010

i Cariolanti, di Sacha Naspini

Prima guerra mon­di­ale, Bas­tiano ha nove anni e si nasconde con la madre e il padre dis­er­tore den­tro un buco sca­v­ato nel bosco della cam­pagna toscana: «ce ne sti­amo tutti e tre qui, al buio, in silen­zio», rac­conta Bas­tiano, «durante il giorno par­liamo poco, ci siamo abit­uati a farlo a fil di voce. Con te lo fac­cio da den­tro, senza muo­vere la bocca, ma con loro non posso.» É lui il pro­tag­o­nista de i Car­i­olanti di Sacha Naspini edito per la col­lana Heros di Elliot.

Den­tro quel fosso non è facile soprav­vi­vere, l’indigenza è così forte che, una volta, d’inverno è costretto a man­giare un pezzo della gamba della madre. Al ter­mine della guerra, Bas­tiano e la sua famiglia cer­cano di rifarsi una vita, ricostru­is­cono una casa poco fuori il paese, pren­dono il cog­nome Car­i­olante: ma non basta per avere una dig­nità, in giro si dice «che man­giano i gatti». Bas­tiano cresce ma parla poco, sem­bra ritardato, trova lavoro come gar­zone dello stal­liere e una ragazza si invaghisce di lui. Il peg­gio sem­bra pas­sato, e invece arrivano altre atroc­ità sulla quale l’autore, in qualche punto della nar­razione, indugia eccessivamante.

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01

03 2010

Intervista a Gianfranco Franchi

Incon­tro Gian­franco Franchi a Mon­teverde, nel quartiere che dà il nome al suo libro. Non mi aspet­tavo il ragazzo robusto, che mi ritrovo davanti: spalle larghe, viso ben squadrato, pelle chiara, occhi acuti e mai eva­sivi, il sigaro infor­cato fra le dita. Mi spiega che ha com­in­ci­ato col sigaro da pochi giorni, per­ché con le sigarette ci andava giù pesante. Cam­mini­amo un po’ per il quartiere, è domenica pomerig­gio: ser­rande abbas­sate, strade quasi deserte e un solo bar aperto nel quale ci sediamo.

Cos’ha di spe­ciale Monteverde?

Sicu­ra­mente la sto­ria. Questo è l’ottavo colle, extramoe­nia, si face­vano dei riti che a Roma non erano per­me­ssi. Qui com­batté Garibaldi. Geografi­ca­mente è un posto strate­gico per­ché è vicino al Vat­i­cano, ma gli volta le spalle. E poi questo è il quartiere degli artisti, degli scrit­tori: Pasolini, per citarne uno soltanto. Mon­teverde è den­tro la città, ma allo stesso tempo è dis­tinto, con­fi­nante. La sua par­ti­co­lar­ità è la natura di frontiera.

È una natura che appar­tiene anche a te?

Credo di aver inte­ri­or­iz­zato la fron­tiera. Non è un caso che sia la mia orig­ine istri­ana, che la mia res­i­denza romana, siano due espres­sioni di questa con­dizione. Non avere una sola res­i­denza ti pre­dispone all’apprendimento. Dici­amo che io ho imparato, appunto, a fare mio qual­cosa che non mi apparteneva, ma di cui adesso mi sento espres­sione. In fondo il pae­sag­gio e il ter­ri­to­rio rac­con­tano la sto­ria delle persone.

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03

02 2010

Caterina sulla soglia – Susanna Bissoli

«Le vite delle per­sone non sono romanzi, sono rac­colte di rac­conti» scrive Paolo Cognetti nella ban­della di Cate­rina sulla soglia, prima prova let­ter­aria di Susanna Bis­soli per Terre di mezzo edi­tore. Si può essere d’accordo o meno; riaprire una antica ques­tione sulle pos­si­bil­ità di espres­sione delle sto­rie brevi (pec­cato non si possa chiedere a Calvino), o rispolver­are il vec­chio pregiudizio della crit­ica e dei let­tori verso i rac­conti, ma questa di Susanna Bis­soli è una rac­colta di sedici sto­rie che mira a cogliere, nell’accezione più ampia della parola, una vita.

Ci sono den­tro i ricordi, gli abban­doni, le scop­erte, di una donna che vive costan­te­mente in quella zona di tran­sizione, di con­fine, di con­giun­zione fra la scop­erta di sé e del mondo. Per­ché questo è la soglia: un pas­sag­gio, un’idea di supera­mento del lim­ite, un movi­mento “da” e “verso”. I rac­conti stessi potreb­bero essere “le soglie” del titolo: spazi di pas­sag­gio, da per­cor­rere o las­cia­rsi alle spalle, sec­ondo che si entri o esca, si scappi o si ritorni, per stare dietro la pro­tag­o­nista e seguirla nella sua crescita, morale, sociale, psi­co­log­ica, in una con­tinua presa di coscienza della realtà.

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19

06 2009