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	<title>luminol.it &#187; Filippo Nicosia</title>
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	<description>il blog degli esordienti</description>
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		<title>L’Occhio di Porco, intervista a Piero Calò</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 09:32:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Nicosia</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://img2.libreriauniversitaria.it/BIT/108/9788846101082g.jpg" alt="" width="200" height="295" />Colleziona penne, scrive solo a mano e rinnega il computer. Di origine pugliese, emigrato (come dice lui) a Torino, Pietro Calò è uno scrittore esordiente che Luminol ha incontrato al 23° Salone Internazionale del Libro.</p>
<p>L’Appuntamento è allo stand della torinese Instar Libri ma causa sovraffollamento ci spostiamo fuori, nel sole che ha accompagnato la rassegna sabauda. Così l’autore di <em><a href="http://www.instarlibri.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=518:locchio-di-porco&amp;catid=49&amp;Itemid=243&amp;lang=it">L’occhio di Porco</a></em>, mentre risponde fuma, e mentre fuma, ci racconta  il libro, il lavoro di editing, e cosa pensa  sia la letteratura.</p>
<p><strong>Cominciamo dalla fine. Come sei arrivato alla pubblicazione?</strong></p>
<p>Intanto sono sopravvissuto agli anni 80. Ho cominciato scrivendo un saggio sulla pornografia a 24 anni. Poi ho scritto questo romanzo e l’ho mandato alle case editrici. Ho ricevuto tutte risposte negative meno due. Una era Instar, la casa editrice che mi ha pubblicato.</p>
<p><strong>Il tuo romanzo è un giallo?</strong></p>
<p>In realtà è un finto giallo. Perché si risolve prima della fine. Quindi c’è tutta la parte finale che non è funzionale alla trama, ma che è stato deciso di lasciare.<span id="more-288"></span></p>
<p><strong>Infatti l’impressione che si ha leggendo è che questo è un romanzo che privilegia la scrittura alla struttura, se così si può dire semplificando. Ci spieghi come è costruito?</strong></p>
<p>É fatto di piccoli capitoli, di tante micro parti narrative che compongono la storia. É un romanzo corale. Scritto nella terza persona onnisciente, meno il primo capitolo in cui a parlare è Luca Goglioni, che è quello che fa da raccordo.</p>
<p><strong>Come mai questa scelta?</strong></p>
<p>Non c’è un motivo preciso. Quello che posso dirti è che la terza persona mi appartiene di più, avendo delle letture classiche. E poi mi permetteva di avere un punto di vista che poteva avvicinarsi, senza essere imbrigliato,  ai personaggi di questo paese del Sud: Paisiello, il vero protagonista di questo romanzo.</p>
<p><strong>E com’è questo paese in cui ambienti il tuo romanzo?</strong></p>
<p>È un sud immaginario che simboleggia una condizione archetipica. Paiseillo è un’enclave, come l’<em>Isola di cemento</em> di Ballard, in cui si muovono le vite e i desideri dei personaggi. Il luogo l’interazione, i paesaggi, mi interessano molto. La geografia non è solo un luogo esteriore, non una mappa soltanto.</p>
<p><strong>Che cos’è per te il sud?</strong></p>
<p>Sud per me significa creatività. Anzi, per essere più precisi, è la voglia, la furia della creatività.</p>
<p><strong>Mi parlavi di letture classiche, di riferimenti “alti”. Quali sono gli scrittori che ti piacciono, che ti influenzano?</strong></p>
<p>Come scrittore sono umile; non mi do tante arie. Al contrario sono un lettore esigente e spocchioso. Mi piacciono i classici, quel certo dato oggettivo di grandezza di un opera. Tutto l’Ottocento Francese, per esempio.</p>
<p><strong>E gli scrittori meridionali?</strong></p>
<p>Verga, Pirandello seppure siano molto diversi. Tomasi di Lampedusa, Silone, Fenoglio. Sono scrittori che sono legati per me ad un’idea di sud.</p>
<p><strong>Da cosa si riconosce uno scrittore meridionale?</strong></p>
<p>Si riconosce dal suono. Dalla musica della lingua.</p>
<p><strong>E tu che lavoro fai in proposito?</strong></p>
<p>Io lavoro molto sulla sintassi. Curo la costruzione della frase. Più che soffermarmi sul lessico o sulle inflessioni dialettali, cerco di caratterizzare la lingua italiana e di farlo senza l’utilizzo del dialetto. Non c’è bisogno di scrivere in dialetto per avere un effetto maggiore di realtà, si può riprodurre il suono di una lingua, rimanendo nei confini dell’italiano.</p>
<p><strong>Sei un esordiente non giovanissimo, hai superato i 40, rimpianti per non averci provato prima?</strong></p>
<p>In realtà il primo romanzo è nel mio cassetto. Nessuno l’ha letto e non l’ho mai proposto a nessun editore. E sono contento che sia così, perché ci sono dentro gli “effetti speciali”, e un certo autobiografismo: le ingenuità di uno scrittore ancora non maturo. Sono arrivato in libreria con un libro che mi rappresenta.</p>
<p><strong>Torniamo alla lavorazione del testo. Che interventi di editing sono stai fatti?</strong></p>
<p>L’editing è stato soprattutto di indirizzo. Visto che il testo era fatto di piccoli capitoli. Mi hanno consigliato di fare una sinossi di uno due righe di ognuno, per avere un quadro complessivo più ordinato,  eliminare le ripetizioni, e mettere l’accento sulle cose che interessavano la storia e dovevano essere rimarcate.</p>
<p><strong>E come è cambiato il testo?</strong></p>
<p>Si è scorciato di 10 pagine. Ma non ho toccato la scrittura. Ho tolto qualche capitolo.</p>
<p><strong>Stai scrivendo un nuovo romanzo?</strong></p>
<p>Non sono uno che scrive molto. Devo i<em>ncubare</em>. Ci ho messo due anni a scrivere questo libro, e solo cinque mesi per buttarlo giù. Il periodo di incubazione è piuttosto lungo e dispendioso.</p>
<p><strong>Come scrivi?</strong></p>
<p>Scrivo a mano. Sui fogli bianchi e penne, di cui sono collezionista.</p>
<p>Non riesco ad interfacciarmi al computer. Sempre Ballard, diceva che il computer ti tiene connesso solo alle righe visualizzate. Io ho bisogno di più spazio, dei margini, di muovermi all’interno del testo con maggiore libertà.</p>
<p><strong>E quando?</strong></p>
<p>Tutte le sere, dopo cena. Per due ore. La sera le difese sono annullate, e puoi essere dominato dalle parole e le immagini.</p>
<p><strong>Allora ci vediamo tra due anni per leggere il frutto della prossima <em>incubazione</em>?</strong></p>
<p>Qualcosa sto pensando. Gli anni 80 per la mia generazione sono stati durissimi. Parlo di quella generazione che è scappata, ed è immigrata al nord. Questo conflitto non risolto tra la terra d’origine e il luogo in cui viviamo, viste le cose successe in quegli anni, è molto fertile.</p>
<p>Certamente bisogna ancora scrivere delle cose.</p>
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		<title>L’infanzia delle cose, di Alessio Arena</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 06:23:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Nicosia</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[Il corpo di Patrizio Bacioterracino, reo di aver intrattenuto una relazione amorosa con Domenico Cimarosa, un travestito appartenente alla famiglia di camorristi che comanda nel rione Sanità, viene trovato senza vita dentro una macchina a Barra, nella periferia ovest di Napoli. Da questo momento tutta la famiglia Bacioterracino è in pericolo. Così nel cuore della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://files.splinder.com/98ef1b27d6dc3c187329b52339402d44_medium.jpg" alt="" width="353" height="500" />Il corpo di Patrizio Bacioterracino, reo di aver intrattenuto una relazione amorosa con Domenico Cimarosa, un travestito appartenente alla famiglia di camorristi che comanda nel rione Sanità, viene trovato senza vita dentro una macchina a Barra, nella periferia ovest di Napoli. Da questo momento tutta la famiglia Bacioterracino è in pericolo.</p>
<p>Così nel cuore della notte, grazie all’aiuto di Padre Ciccone, consigliere spirituale e mentore musicale del quartiere, il figlio Antonio, assieme la madre, la sorella Erika e lo zio Birra Peroni, lasciano Napoli  per rifugiarsi in Spagna, a Madrid.</p>
<p>Da qui parte il racconto de <em><a href="http://www.mannieditori.it/index_x.asp?contenuto=dettaglio_libri&amp;ID=1312">L’infanzia delle cose</a></em>, romanzo d’esordio di Alessio Arena. A raccontarci la storia di questa fuga è Antonio Bacioterracino, il figlio di Patrizio, anche lui musicista, violinista ad essere precisi, di grande talento.<span id="more-264"></span></p>
<p>I fuggiaschi arrivano a Madrid nel Barrio di Lavapies, dove una piccola comunità di napoletani, innestata in quella dominante di origine gitana, ruota attorno a Il golfo di Napoli di Enrico Castravelli, ristorante e ristoro dell’anima, cantiere metafisico in cui i lavori di ristrutturazione seguiti un incendio che lo ha distrutto, sono incessanti e barocchi.</p>
<p>In questa comunità di immigrati, Antonio vive la sua crescita personale, come nel più classico dei romanzi di formazione, e misura la distanza dal passato, come se crescere fosse accorgersi che le cose restano dietro di noi, cambiano e ci lasciano: «Quando a uno gli dà l’infanzia di una cosa significa che quella cosa la vede diversa da com’è, la vede come era una volta, prima di essere così».</p>
<p>Arena si dimostra uno scrittore dalla grande potenza immaginativa e visiva, capace di trasformare una storia di Camorra, in un’avventura esotica e divertente, soprattutto grazie a una lingua che mescola italiano e dialetto napoletano, che, anche se a volte esagera in figurazioni o costruzioni retoriche, ha comunque il pregio di essere naturale espressione di talento e musicalità.</p>
<p>La trama, invece, è costruita in modo meno puntuale a causa della divisione in capitoli, che penalizza il racconto: per una scrittura così libera sarebbe stata auspicabile una maggiore contestualizzazione, soprattutto  nei flashback.</p>
<p>Rimane comunque una scrittura coraggiosa che sa spaziare dai piccoli particolari come la puzza dei piedi del padre, fino alle scene collettive, con i suoni, le musiche, di una festa in cui si canta e si balla una danza sfarzosa e macabra. Un mondo che non è mai fermo, dove i cani, le famiglie, le passioni e le teste staccate dal corpo se ne vanno per i fatti loro.</p>
<p>Indisciplinato, funambolico, irregolare come tutti i veri talenti.</p>
<p><strong>Alessio Arena, </strong>Napoli, classe 1984. Scrittore e cantante, collabora a varie antologie e a riviste italiane, quali Nuovi Argomenti, Linus e il portale di letteratura Nazione Indiana. Il suo primo romanzo, <em>L’infanzia delle cose </em>ha vinto il premio Giuseppe Giusti Opera Prima.</p>
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		<title>i Cariolanti, di Sacha Naspini</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 11:48:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Nicosia</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima guerra mondiale, Bastiano ha nove anni e si nasconde con la madre e il padre disertore dentro un buco scavato nel bosco della campagna toscana: «ce ne stiamo tutti e tre qui, al buio, in silenzio», racconta Bastiano, «durante il giorno parliamo poco, ci siamo abituati a farlo a fil di voce. Con te [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://lh3.ggpht.com/_tWhdkXCuSRU/SvRT2GgqoOI/AAAAAAAAAuo/QOi4413Y3vY/s512/icariolanti.jpg" alt="" width="330" height="512" />Prima guerra mondiale, Bastiano ha nove anni e si nasconde con la madre e il padre disertore dentro un buco scavato nel bosco della campagna toscana: «ce ne stiamo tutti e tre qui, al buio, in silenzio», racconta Bastiano, «durante il giorno parliamo poco, ci siamo abituati a farlo a fil di voce. Con te lo faccio da dentro, senza muovere la bocca, ma con loro non posso.» É lui il protagonista de <em><a href="http://www.elliotedizioni.com/catalog/title/title_card.php?title_id=98">i Cariolanti </a></em>di Sacha Naspini edito per la collana Heros di Elliot.</p>
<p>Dentro quel fosso non è facile sopravvivere, l’indigenza è così forte che, una volta, d’inverno è costretto a mangiare un pezzo della gamba della madre. Al termine della guerra, Bastiano e la sua famiglia cercano di rifarsi una vita, ricostruiscono una casa poco fuori il paese, prendono il cognome Cariolante: ma non basta per avere una dignità, in giro si dice «che mangiano i gatti». Bastiano cresce ma parla poco, sembra ritardato, trova lavoro come garzone dello stalliere e una ragazza si invaghisce di lui. Il peggio sembra passato, e invece arrivano altre atrocità sulla quale l’autore, in qualche punto della narrazione, indugia eccessivamante.</p>
<p><span id="more-226"></span>Sacha Naspini non racconta un mondo contadino, integro, buono, portatore di valori, ma descrive la brutalità dell’uomo al limite della condizione di dignità che agisce naturalmente verso la sopravvivenza.</p>
<p>Arriva anche la seconda guerra mondiale, i campi di concentramento nei quali Bastiano viene deportato: e allora si capisce che la crudeltà è anche della Storia, nessuno è al riparo, anzi, il miserabile è il più propenso a commetterla, ma forse il meno colpevole. Quasi fosse cominciato uno slittamento dell’uomo verso la bestia, anzi un sorpasso nel territorio dell’efferatezza: «Tanto lo sapevo che le bestie sono meglio delle persone» dice Bastiano.</p>
<p>La scrittura algida fa da contrasto all’orrore delle scene. I tredici capitoli sono dei lunghi monologhi interiori, in cui Bastiano rivolge il suo racconto, di volta in volta, al lettore, a un maiale, alla madre , al suo babbo, che a volte è un «babbaccio infame».</p>
<p>Lo stile riproduce i calchi del parlato toscano, con una scrittura concreta e densa; con molte espressioni tipiche dell’oralità come il «che» polivalente, l’uso di «tipo» al posto di «come» per le similitudini o «e tutto» per terminare le elencazioni. Tuttavia, l’efficacia e l’unità dello stile non celano alcune forzature nella trama, soprattutto nei capitoli in cui Naspini utilizza altre fonti narrative come diari, o rapporti medici. Di grande impatto, invece, il finale, in cui il protagonista a cinquantadue anni ritorna nella foresta, dentro la buca in cui ha imparato la crudeltà implicita della vita, e chiude il cerchio della sua esistenza.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Sacha Naspini</strong>: autore versatile, i cui temi spaziano dall’ horror alla narrativa contemporanea (Il risultato, Never alone, Cento per cento). In alcuni casi ricorda in parte la scrittura di Carlo Cassola (L’ingrato), ma in altri lavori si avverte una certa ispirazione noir (I sassi) — quest’ultima opera citata, è stata spesso accostata ad alcune pubblicazioni di Giorgio Scerbanenco. Esordisce definitivamente nel panorama editoriale mainstream nell’ottobre 2009, con il romanzo<em> i Cariolanti</em>, per la Elliot edizioni.</p>
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		<title>Intervista a Gianfranco Franchi</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 14:35:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Nicosia</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[Incontro Gianfranco Franchi a Monteverde, nel quartiere che dà il nome al suo libro. Non mi aspettavo il ragazzo robusto, che mi ritrovo davanti: spalle larghe, viso ben squadrato, pelle chiara, occhi acuti e mai evasivi, il sigaro inforcato fra le dita. Mi spiega che ha cominciato col sigaro da pochi giorni, perché con le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://passaggiperilbosco.files.wordpress.com/2009/06/fr.jpg" alt="" width="340" height="500" /></p>
<p>Incontro <a href="http://www.lankelot.eu/letteratura/franchi-gianfranco-monteverde-12.html">Gianfranco Franchi </a>a Monteverde, nel quartiere che dà il nome al suo libro. Non mi aspettavo il ragazzo robusto, che mi ritrovo davanti: spalle larghe, viso ben squadrato, pelle chiara, occhi acuti e mai evasivi, il sigaro inforcato fra le dita. Mi spiega che ha cominciato col sigaro da pochi giorni, perché con le sigarette ci andava giù pesante. Camminiamo un po’ per il quartiere, è domenica pomeriggio: serrande abbassate, strade quasi deserte e un solo bar aperto nel quale ci sediamo.</p>
<p><strong>Cos’ha di speciale Monteverde?</strong></p>
<p>Sicuramente la storia. Questo è l’ottavo colle, extramoenia, si facevano dei riti che a Roma non erano permessi. Qui combatté Garibaldi. Geograficamente è un posto strategico perché è vicino al Vaticano, ma gli volta le spalle. E poi questo è il quartiere degli artisti, degli scrittori: Pasolini, per citarne uno soltanto. Monteverde è dentro la città, ma allo stesso tempo è distinto, confinante. La sua particolarità è la natura di frontiera.</p>
<p><strong>È una natura che appartiene anche a te?</strong></p>
<p>Credo di aver interiorizzato la frontiera. Non è un caso che sia la mia origine istriana, che la mia residenza romana, siano due espressioni di questa condizione. Non avere una sola residenza ti predispone all’apprendimento. Diciamo che io ho imparato, appunto, a fare mio qualcosa che non mi apparteneva, ma di cui adesso mi sento espressione. In fondo il paesaggio e il territorio raccontano la storia delle persone.<span id="more-175"></span></p>
<p><strong>Di cosa parla il tuo libro?</strong></p>
<p>Monteverde è la storia di un letterato di circa trent’anni che vive a Roma, precisamente in questo quartiere, ai nostri giorni. È la storia, attraverso racconti, del suo precariato. Non solo lavorativo e affettivo, ma anche geografico, potremmo definirlo «un precariato di tutto».</p>
<p><strong>Il protagonista, Guido Orsini, è il tuo alter ego. Quant’è difficile scrivere di qualcuno che ci assomiglia, che quasi coincide con noi? Non c’è il rischio di finire in quel tipo di narrazione «ombelicale»?</strong></p>
<p>Innanzitutto un racconto parte sempre della memoria, che come diceva Dürrenmat è invenzione e trasfigurazione. Dunque, come vedi, non c’è il rischio che si finisca sul personale, perché ogni elemento o caratteristica è trasfigurazione letteraria; subito racconto fuori dalla realtà. Per quel che riguarda Guido Orsini, mi accompagna ormai da tre libri. All’inizio era molto più di me, mi serviva per essere più libero e radicale. Poi sono venuto fuori io, ho avuto la mia evoluzione identitaria e adesso credo che io e Guido parliamo a una sola voce.</p>
<p><strong>Guido rappresenta una generazione?</strong></p>
<p>Non lo so. Il linguaggio mi ha insegnato che il <em>Noi</em> è una menzogna. Però se riesci a scrivere qualcosa che concorre alla formazione di un <em>Noi</em>, ben venga. Non so se è quello che succede con Monteverde. Sicuramente c’è una tensione a comunicare, a dialogare con gli altri. Il linguaggio prevede la comprensione come miracolo necessario, dunque, la dialettica è importante, le parole hanno significati diversi in contesti diversi. La strada dell’onestà e della semplicità possono costruire un patrimonio estetico e culturale condiviso.</p>
<p><strong>Qual è il compito che spetta ai giovani scrittori?</strong></p>
<p>Restituire dignità, senso, peso alla vita letteraria contemporanea. La nostra seconda generazione di letterati si è formata sulle traduzioni dall’inglese e dal francese. Questo ha semplificato la lingua, ridotto il lessico, sganciato la letteratura italiana dalla sua tradizione. Io credo che bisogna guardare alla tradizione. Abbiamo un obbligo di riconoscenza verso i nostri scrittori. Un giovane dovrebbe cominciare a riappropriarsi della lingua.</p>
<p><strong>Cito dal tuo libro: « Io dico che bisogna pretendere creazione, creazione e basta. Altro che essere assolutamente contemporanei. Essere altro. Essere avanti. Essere lingua nuova, scrittura viva. Nuova». Che cos’è per te la «lingua nuova?»</strong></p>
<p>Una lingua nuova è una lingua che interpreta il nostro tempo. Per farlo bisogna tornare al territorio, sentirsi espressione di esso, e del suo quotidiano, della sua tradizione.</p>
<p><strong>Sulla stampa il tuo libro è stato, di volta in volta, definito in modo diverso: chi lo ha letto come un romanzo, chi come una raccolta di racconti. Chi ha visto meglio?</strong></p>
<p>Sono rimasto sorpreso anch’io dalla varietà di impressioni che il libro ha suscitato. Ma si può dire senza errore che Monteverde è una raccolta di 47 racconti, suddivisi in 5 sezioni, inframmezzate da interludi.</p>
<p><strong>Questa è la tua terza raccolta di racconti. Hai scritto saggistica, poesia, narrativa, sei consulente editoriale, e fondatore di Lankelot.eu. Sei una figura dalle molte sfaccettature. Qual è il ruolo che senti più tuo?</strong></p>
<p>Oggi nel nostro contesto ti appiccicano le etichette. Quando sei qualcosa, scrittore, critico, editor, automaticamente non puoi più essere altro. Io credo, invece, che l’unica strada possibile sia la frammentarietà. Mi riferisco in particolar modo alle intelligenze medievali, che erano appunto, ricche e frammentarie. Per fare un esempio meno lontano, Pontiggia, oltre che scrittore e consulente editoriale, era un eccellente critico letterario.</p>
<p>Con umiltà e intelligenza il letterato può essere critico, narratore, poeta assieme.</p>
<p><strong>Oggi non è così? Cosa manca?</strong></p>
<p>Sicuramente manca originalità: il principio di libertà creativa. Oggi si tende a fare per il mercato prodotti ben riconoscibili. Non è un caso il boom dei gialli o i polizieschi. Non si rischia più niente. Invece, questo è un momento in cui non bisogna cedere ai generi. Il libro deve essere «anfibio»: muoversi tra terra e acqua.</p>
<p><strong>Che lavoro fai sullo stile?</strong></p>
<p>Cerco di far pensare sempre meno i personaggi. Ho trovato, in Monteverde, un equilibrio fra il pensiero e le azioni. Così pure, penso a una lingua letteraria, ma stratificata, quindi accessibile a tutti. Cerco di eliminare l’inglese che all’inizio era molto più presente.</p>
<p><strong>Un’ultima domanda. Cosa non deve mai fare la letteratura?</strong></p>
<p>Spacciarsi per verità.</p>
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		<title>Caterina sulla soglia – Susanna Bissoli</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 17:05:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Nicosia</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[ricordi]]></category>
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		<description><![CDATA[«Le vite delle persone non sono romanzi, sono raccolte di racconti» scrive Paolo Cognetti nella bandella di Caterina sulla soglia, prima prova letteraria di Susanna Bissoli per Terre di mezzo editore. Si può essere d’accordo o meno; riaprire una antica questione sulle possibilità di espressione delle storie brevi (peccato non si possa chiedere a Calvino), [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.deastore.com/covers/978/886/189/batch3/9788861890879.jpg" alt="" width="200" height="293" />«Le vite delle persone non sono romanzi, sono raccolte di racconti» scrive Paolo Cognetti nella bandella di Caterina sulla soglia, prima prova letteraria di Susanna Bissoli per Terre di mezzo editore. Si può essere d’accordo o meno; riaprire una antica questione sulle possibilità di espressione delle storie brevi (peccato non si possa chiedere a Calvino), o rispolverare il vecchio pregiudizio della critica e dei lettori verso i racconti, ma questa di Susanna Bissoli è una raccolta di sedici storie che mira a cogliere, nell’accezione più ampia della parola, una vita.</p>
<p>Ci sono dentro i ricordi, gli abbandoni, le scoperte, di una donna che vive costantemente in quella zona di transizione, di confine, di congiunzione fra la scoperta di sé e del mondo. Perché questo è la soglia: un passaggio, un’idea di superamento del limite, un movimento “da” e “verso”. I racconti stessi potrebbero essere “le soglie” del titolo: spazi di passaggio, da percorrere o lasciarsi alle spalle, secondo che si entri o esca, si scappi o si ritorni, per stare dietro la protagonista e seguirla nella sua crescita, morale, sociale, psicologica, in una continua presa di coscienza della realtà.</p>
<p><span id="more-45"></span>Ma a volte la “soglia” il lettore non la varca e rimane ad osservare da lontano Caterina da bambina, nella cinquecento balzellante con sua madre che torna a casa dai genitori dopo aver litigato con il padre; da adolescente affrontare il primo bacio con il Fina, il ragazzo della pompa di benzina, scoprire il sesso con un uomo più grande in maniera distaccata e traumatica; da donna fare i conti con il dolore per la scomparsa della madre. La Bissoli racconta i frammenti della vita di Caterina con una scrittura innocente, a tratti quasi artificialmente involuta da sembrare come inconsistente. Il limite intrinseco al quale questo tipo di ricerca stilistica tende è proprio quello della noia, della trasparenza.</p>
<p>Quella lucentezza che raggiunge l’inconsistenza del diafano. Non ci sono dubbi riguardo al fatto che ci troviamo di fronte a una scrittrice vera, capace di manipolare il materiale dei ricordi, di descriverne la luce e la fragranza, ma a volte è proprio un’eccessiva forzatura stilistica, o un certo operare per sottrazione nel reperimento del materiale di racconto, ad impedire la riuscita di qualche storia: la Madre di Nikos, Diventare Lesbica su tutti. La Bissoli a volte, ci lascia soli con la voce di Caterina, una voce che non sempre riesce a dire a pieno. Matteo B. Bianchi, che ha scoperto questa autrice e pubblicato alcuni suoi racconti su ‘tina, ha scritto in copertina che è disposto anche a scommettere la propria reputazione sul di lei futuro letterario. E non posso che trovarmi d’accordo con lui, a patto che non si abbandoni a un certo manierismo, e ci porti dentro le storie, con forza e delicatezza come avviene in Cinquecento, sicuramente il racconto più riuscito. La Bissoli attualmente sta poi scrivendo un romanzo che verrà pubblicato sempre da Terre di mezzo editore. Viste le capacità espresse in questo esordio, ma soprattutto quelle lasciate intravedere, la aspettiamo a una prova ancor più convincente.</p>
<p><strong>Nota biografica</strong><br />
Susanna Bissoli (1965) vive a Verona, dove è tornata dopo i periodi trascorsi a Bologna e ad Atene. Ha pubblicato sulle riviste “Linus”, “Fernandel”, “‘tina” e nelle antologie Malacarne (Aliberti, 2002), Posa ‘sto libro e baciami (Zandegù, 2006), Quote Rosa (Fernandel, 2006) e Italia Ama (Edizioni dell’Arco, 2007). Si occupa di scrittura drammaturgica e di mediazione culturale, insegna italiano per stranieri e conduce laboratori di narrazione nelle scuole. Caterina sulla soglia è il suo primo libro. Al momento sta lavorando a un romanzo che verrà pubblicato da Terre di mezzo Editore.</p>
<p><strong>Nota editoriale</strong><br />
Terre di Mezzo 2009 (Narrativa)<br />
pp. 112<br />
€ 10,00<br />
ISBN: 978–88-61–89087-9</p>
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		<title>Splendido Splendente – Ivan Guerrerio</title>
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		<pubDate>Sat, 30 May 2009 16:51:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Nicosia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[pornostar]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>
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		<description><![CDATA[Camogli. Estate 1978. Una ragazza mozzafiato esce dall’acqua e cammina fra i bagnanti. Intorno a lei un paesaggio balneare fatto di famiglie, di villeggiatura nell’Italia cattolica e popolare, che odora di cibo e pudore. Il suo ancheggiare determina lo scompiglio delle pulsioni, convoca squadre di passioni nascoste e brucianti. Lei è Anna Moana Rosa Pozzi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Camogli. Estate 1978. Una ragazza mozzafiato esce dall’acqua e cammina fra i bagnanti. Intorno a lei un paesaggio balneare fatto di famiglie, di villeggiatura nell’Italia cattolica e popolare, che odora di cibo e pudore. Il suo ancheggiare determina lo scompiglio delle pulsioni, convoca squadre di passioni nascoste e brucianti. Lei è Anna Moana Rosa Pozzi, per tutti semplicemente Moana. In quella spiaggia c’è anche Marzio Milani, studente liceale di Milano. I due si conoscono. Fra loro pochi e furtivi rapporti sessuali, qualche tenerezza. Poi c’è Moana. Inarrestabile e disinvolta, fin da giovane, che fagocita e rigurgita tutto, lasciando su tutto il segno. Su quel ragazzo rimane una traccia indelebile. Attraverso la sua voce e i suoi occhi Ivan Guerrerio segue la vicenda pubblica della pornostar, mescolando fatti di cronaca e cultura popolare.<span id="more-37"></span> Corrono famelici gli anni Ottanta, Marzio Milani, socialista, imprenditore nel settore dei giochi di società, non perde i contatti con l’attrice, a volte si sentono per telefono, si scambiano qualche lettera. Moana si stabilisce a Roma, ma la sua carriera non decolla, solo comparse, piccoli ruoli nei film di Verdone, Risi, anche Fellini le affida un cammeo in Ginger e Fred. Poi la svolta hard. Nel 1982 nell’unico cinema di Ovada, paese natale di Moana, viene proiettato Valentina, ragazza in calore il suo primo film da protagonista. Marzio Milani è lì, per vederla. La celebrità arriva grazie all’incontro con Riccardo Schicchi, pioniere del porno in Italia. Poi la televisione, gli incontri segreti con personaggi pubblici: calciatori, attori, fino alla chiacchierata amicizia con il “Segretario” del PSI. Guerrerio scrive di un’Italia bambina, durante gli anni d’oro, nutrita a reprimende, tangenti, prediche domenicali, e televisione commmerciale. Un paese sdoppiato, con due anime inconciliabili, che lo condannano a eterno giardino provinciale. Così c’è Moana negli occhi dell’Italia intera, nei cinema porno, nelle cassette, sbranata dalla società benpensante, sfruttata dalle case di produzione di film hard, sbattuta nel mondo cannibale della politica, e Moana nelle parole di Marzio Milani, prive di giudizio, dove si conserva la nostalgia di lei ragazza. Un racconto inedito della pornostar, che mette al centro la sua voglia di amare e di essere amata, di accettare le sfide, di rimanere anche profondamente sola, sempre al contempo interprete e vittima di quella che, mutuando Pasolini, potremmo definire una “disperata vitalità”. Nel 1994, a soli 33 anni, il corpo di Moana si spegne in una clinica di recupero a Lione. Sembra incarnare il corpo voluttuoso di un paese dilaniato. Per l’Italia sono gli ultimi giorni di benessere diffuso, di spensieratezza. Con lei se ne va tutto, la Milano muscolare del narratore, l’Italia che ha smesso di essere spensierata e ciarliera e fa i conti con i suoi scheletri e suoi fantasmi. Come un diario privato, intimo, Splendido Splendente si legge d’un fiato. L’emotività è dissimulata da una scrittura piana, priva di enfasi. I periodi lunghi, senza segni di interpunzione, se si fa eccezione per i punti che chiudono ogni paragrafo, ricordano le “lasse” de Gli invisibili del concittadino Nanni Balestrini. Vincitore del Premio Calvino 2009, Splendido Splendente è un romanzo d’esordio che lascia il segno, spiazza e appassiona. E Guerrerio, classe ’63, un esordiente di cui sentiremo parlare.</p>
<p><strong>Note biografiche</strong><br />
<strong>Ivan Guerrerio</strong>, nato nel 1963, vive e lavora a Milano. Ha pubblicato il racconto Sangue per la candida neve di marzo dell’antologia Meccano, Arpanet 2004. Splendido splendente è il suo primo romanzo.</p>
<p><strong>Note editoriali</strong><br />
Agenzia X 2009<br />
pp. 112<br />
€ 12,00<br />
ISBN: 978–88-95–02926-9</p>
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		<title>[THE SLEEPERS] – racconti tra sogno e veglia – AA.VV.</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2009 16:41:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Nicosia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[sogno]]></category>
		<category><![CDATA[sonno]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Devo dire che mi sono avvicinato a questa raccolta con notevoli aspettative. D’altronde quando ho letto in quarta di copertina “diciannove autori affrontano a occhi aperti il viaggio che normalmente ci vede addormentati” come avrei potuto non entusiasmarmi? In effetti è un progetto ambizioso, nato da un blog, che ha una visione obliqua, trasversale, che abbraccia una certa varietà di sfumature e di stili. Dalla lettura si evince che il sonno non è tempo perso, buttato, dimenticato, ma una soglia da varcare per entrare nel dominio di una coscienza che non perde consistenza e ne fa un luogo creativo: scandaloso perché segreto, dolce perché intimo, inesplorato e per questo pericoloso. Il libro ricalcando la struttura su basi scientifiche del sonno è diviso in due Fasi: la prima comprende i quattro stadi NREM (sonno inattivo o ortodosso) sospensione, perdita, immersione, profondità. <span id="more-35"></span>La seconda Fase comprende la fase REM (sonno attivo o paradosso) che si intermpone fra le fasi del sogno NREM e l’ultimo stadio che è lo stadio W (veglia) presenza. Anche se la disposizione dei racconti ricalca il topos letterario classico del viaggio, in questo caso dal sonno alla veglia, la scelta strutturale appare artificiosa, meglio sarebbe stato, forse, non dividerli affatto, vista la premessa che la veglia è uno stadio del sonno che rivela la ricerca di un dualismo diverso. L’impressione complessiva è che la grande varietà finisce per far perdere talvolta compattezza alla raccolta, e, in questa direzione, la scelta di qualche racconto appare un poco forzata. Questo non entra chiaramente nel merito della qualità dei racconti di cui tenterò un analisi ricognitiva post-sveglia, cercando di recuperarne le sensazioni emotive e stilistiche come fossero delle reminescenze del sogno. Uno fra i più riusciti è senza dubbio quello di Irene Chias, Fimmina Sturduta. La Chias ha una lingua che crea immagini forti, e dei personaggi credibili, con un finale che, in sole due righe, toglie il fiato. Angolo D’ombra, la storia di Sophie, ragazza uscita dal coma, che solo in sonno riesce a rivivere i momenti del giorno dell’incidente, è invece il racconto di Luca Artioli. Molta paratassi, frasi brevi, frequenti andate a capo, dialoghi scarni, una tenuta narrativa costante. Un passato di lotta politica si riaffaccia poi improvviso nella vita del protagonista del racconto di Mario Capello, La qualità del sonno, a togliergli il piacere di chiudere gli occhi. Gianluca Morozzi è ancora una volta, arguto e divertente. Mescola divertito alto e basso, immagini e registri; il suo Uno di due si legge con un sorriso costante stampato sulla faccia. In Dormono senza saperlo di Eleonora Lombardo si racconta la forzata resistenza al sonno di una veglia funebre. L’univero delle possibilità inespresse, in un paesaggio circostante che si distrugge è disegnato in Altrove di Simona Sparaco; un monologo interiore dal linguaggio ricercatamente involuto. Gabriele Dadati è dotato di una lingua raffinata. Densa di immagini, la sua scrittura a volte non è particolarmente musicale; il suo Stazione di cambio tuttavia è davvero ben scritto. Una solitudine vissuta come incapacità di liberarsi, è invece quella che vive il protagonista del racconto di Giuseppe Signorin, Senza Uscita. Il senso d’angoscia è dato da una punteggiatura frequentissima: soprattutto virgole che spezzano le frasi in gruppi di una o due parole. Qui siamo tutti svegli scritto da Ilaria l. Silvuni, una delle curatrici della raccolta, testimonia poi un rapporto morboso di due gemelli, legati dalla paura di chiudere gli occhi, di abbandonarsi al buio. La narrazione principale viene punteggiata da alcuni corsivi di consulti medici della madre dei gemelli, che forse spiegano troppo. Leggerlo senza di questi, potrebbe anche essere una prova curiosa da fare. Teso e centrato, davvero originale infine, il racconto di Misia Donati, La strategia del sonno, racconta l’azione di lotta svolta da un gruppo di anarchici, autofilmatisi, che viene inserita in una piattaforma web, con tanto di specifiche tecniche. Un ottimo modo per finire la raccolta che userò, non me ne voglia la Donati, anche per chiudere questo testo.</p>
<p><strong>Note editoriali<br />
</strong>Azimut 2008 (Ex-aggero)<br />
pp. 217<br />
€ 12,50<br />
ISBN: 978–88-60–03081-8</p>
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