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Il tartufo e la polvere, di Stefano Quaglia

Il bel libro d’esordio del quar­an­ta­sei­enne piemon­tese Ste­fano Quaglia, Il tartufo e la pol­vere, Mar­cos y Mar­cos, è un giallo atipico, benché ci siano gli ingre­di­enti clas­sici del genere: il morto, il poliziotto e le inevitabili indagini.

La prima e anche ultima volta che vedi­amo Bosko Sadik, è in giro per Milano a bordo di una vec­chia Mer­cedes e con una valigetta assi­cu­rata al polso da un paio di manette. Deve con­seg­nare il con­tenuto della valigetta, nat­u­ral­mente, ma ha tutto il tempo per con­ced­ersi una pausa; dici­amo un diver­sivo dalla rou­tine del lavoro. La prima volta, dunque, che Bosko Sadik incon­tra il com­mis­sario Arn­aboldi della polizia di Milano, è morto in piazza Duomo; la sec­onda volta che i due per­son­aggi si incon­trano è all’obitorio.

Atipica è, innanz­i­tutto, l’arma del delitto, un tartufo: «Il tartufo è un fungo ipo­geo conosci­uto fino dall’antichità, i babilonesi nel 3000 a.C. già li rac­coglievano, poi i greci e i romani […] In Italia si rac­col­gono una decina di specie di tartufi, la più pre­giata è il Tuber mag­na­tum Pico (tartufo bianco d’Alba o d’Acqualagna, nelle Marche)».

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15

02 2010

Argomenti per l’inferno — Ade Zeno

«Guardami, pa’, guardami. Non posso muo­vere quasi nulla di me. Sono una cosa a metà, un abbozzo, un dis­egno uscito male». Così si descrive Franz, pro­tag­o­nista e voce nar­rante del libro d’esordio di Ade Zeno, Argo­menti per l’inferno, edito da No Reply; e il povero Franz ha le sue buone ragioni per essere arrab­bi­ato con il mondo, per­ché Franz è infermo dalla nascita. Com’è logico che sia, non ama molto nem­meno se stesso: «Ti sem­bra un corpo, questo? Un corpo vero, intendo, una di quelle mac­chine che si guas­tano solo a volte, e il resto del tempo lo pas­sano a divertrsi, a dan­zare col vento, sem­plice­mente a non pen­sarci»; non ama nem­meno il suo nome: «È un nome brutto, senza alle­gria, un nome che mi calza a per­fezione».

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27

01 2010

Studio illegale – Duchesne

«Sta­mat­tina mi sono sveg­liato. Mi sono sveg­liato già den­tro al lavoro. Il lavoro. Ti ha in pugno», così inizia Il ler­cio di Irvine Welsh, che a dire la ver­ità, per tono, plot e per lin­guag­gio, è davvero molto lon­tano da Stu­dio ille­gale di Duch­esne (alias Fed­erico Bac­como), edito da Mar­silio, eppure sarebbe l’incipit ide­ale anche per quest’ultimo.

La trama si rias­sume in poche righe: in uno stu­dio (il)legale di Milano, Andrea, pro­tag­o­nista e voce nar­rante del libro, «è un avvo­cato d’affari […] la sola for­mula che mi per­me­tte di uscire indenne da qualunque domanda sulla mia pro­fes­sione […]. Per­ché io, sfor­tu­nata­mente, non so davvero fare un cazzo».

Ma nonos­tante questo, Andrea è uno che si dà da fare, o meglio: è uno a cui danno vera­mente un sacco da fare. Infatti, men­tre i capi si sol­laz­zano con cene e incon­tri infiniti, tutto il lavoro, quello vero, viene cat­a­pul­tato sulle spalle di Andrea che fa quel che può e, in gen­erale, bisogna ammet­terlo, se la cava anche piut­tosto bene. Non sop­porta molto bene, invece, il peso delle respon­s­abil­ità, ma con il tempo (anche se non ci scom­met­terei poi molto) a questo ci si abitua; non ci si abitua per niente, invece, allo stress prodotto dal super-lavoro.

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10

09 2009