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	<title>luminol.it &#187; Giammarco Raponi</title>
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	<description>il blog degli esordienti</description>
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		<title>Il tartufo e la polvere, di Stefano Quaglia</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 09:10:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giammarco Raponi</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.marcosymarcos.com/Il_tartufo_e_la_polvere/immagine/il-tartufo-e-la-polvere8.png" alt="" width="240" height="360" />Il bel libro d’esordio del quarantaseienne piemontese Stefano Quaglia, <em><a href="http://www.marcosymarcos.com/Il_tartufo_e_la_polvere/Esporta1.htm">Il tartufo e la polvere</a></em>, Marcos y Marcos, è un giallo atipico, benché ci siano gli ingredienti classici del genere: il morto, il poliziotto e le inevitabili indagini.</p>
<p>La prima e anche ultima volta che vediamo Bosko Sadik, è in giro per Milano a bordo di una vecchia Mercedes e con una valigetta assicurata al polso da un paio di manette. Deve consegnare il contenuto della valigetta, naturalmente, ma ha tutto il tempo per concedersi una pausa; diciamo un diversivo dalla routine del lavoro. La prima volta, dunque, che Bosko Sadik incontra il commissario Arnaboldi della polizia di Milano, è morto in piazza Duomo; la seconda volta che i due personaggi si incontrano è all’obitorio.</p>
<p>Atipica è, innanzitutto, l’arma del delitto, un tartufo: «Il tartufo è un fungo ipogeo conosciuto fino dall’antichità, i babilonesi nel 3000 a.C. già li raccoglievano, poi i greci e i romani […] In Italia si raccolgono una decina di specie di tartufi, la più pregiata è il <em>Tuber magnatum Pico</em> (tartufo bianco d’Alba o d’Acqualagna, nelle Marche)».<span id="more-200"></span></p>
<p>Viene fuori che Bosko Sadik è residente proprio ad Alba. Passiamo dunque ad un altro tratto (fortunatamente) atipico di questo giallo: l’ambientazione, che adesso scaraventa il commissario Arnaboldi a «Cassinasco, seicento anime in gran parte aggrappate in termini residenziali a una collina piena di vigneti che domina altre colline piene di vigneti».</p>
<p>È tra queste colline, le strade sinuose, la niebbia e tra mangiate memorabili che il commissario dovrà sdipanare un imbroglio apparentemente inestricabile che finisce per coinvolgere un paese intero che per poco non mette a rischio la sua maggiore fonte di reddito: il tartufo.</p>
<p>Infine, l’ultima atipicità da segnalare, e forse la più sorpredente e la più apprezzabile, è la qualità della scrittura, in altre parole lo stile: sebbene non riproduca affatto il dialetto di quelle terre, a parte qualche breve escursione nei tratti tipici, riesce però a riprodurne il ritmo; e non è poco, anzi, da solo riesce già a tirare fuori il meglio dell’ambientazione.</p>
<p>Uno stile che non rinuncia mai a una certa delicatezza (anche dal punto di vista grafico non usa virgolette o trattini, come se ci fosse una sorta di rispetto nei confronti delle parole) e che ricorda certi esperimenti linguistici in cui si impastava il dialetto alla cosiddetta lingua letteraria o alla lingua standard.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Stefano Quaglia</strong> nasce a Novi Ligure nel 1963 e dopo una giovinezza felice si spinge fino a Genova per studiare il modo di diventare un letterato: non si sa come si ritrova a Milano a fare il pubblicitario e persino il produttore di film. Quando non è impegnato a tirar su figli riesce anche a fare il regista e a scrivere qualcosa.</p>
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		<title>Argomenti per l’inferno — Ade Zeno</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 15:44:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giammarco Raponi</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[«Guardami, pa’, guardami. Non posso muovere quasi nulla di me. Sono una cosa a metà, un abbozzo, un disegno uscito male». Così si descrive Franz, protagonista e voce narrante del libro d’esordio di Ade Zeno, Argomenti per l’inferno, edito da No Reply; e il povero Franz ha le sue buone ragioni per essere arrabbiato con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Georgia, serif;"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="Argomenti per l'inferno" src="http://img2.libreriauniversitaria.it/BIT/537/9788889155370g.jpg" alt="" width="198" />«</span>Guardami, pa’, guardami. Non posso muovere quasi nulla di me. Sono una cosa a metà, un abbozzo, un disegno uscito male<span style="font-family: Georgia, serif;">»</span>. Così si descrive Franz, protagonista e voce narrante del libro d’esordio di Ade Zeno, <em><a href="http://www.noreply.it/pag/velvet/argomentiinferno.html">Argomenti per l’inferno</a></em>, edito da No Reply; e il povero Franz ha le sue buone ragioni per essere arrabbiato con il mondo, perché Franz è infermo dalla nascita. Com’è logico che sia, non ama molto nemmeno se stesso: <span style="font-family: Georgia, serif;">«</span>Ti sembra un corpo, questo? Un corpo vero, intendo, una di quelle macchine che si guastano solo a volte, e il resto del tempo lo passano a divertrsi, a danzare col vento, semplicemente a non pensarci<span style="font-family: Georgia, serif;">»</span>; non ama nemmeno il suo nome: <span style="font-family: Georgia, serif;">«</span>È un nome brutto, senza allegria, un nome che mi calza a perfezione<span style="font-family: Georgia, serif;">»</span>.<br />
<span id="more-63"></span><br />
Ma Franz, benché abbia <span style="font-family: Georgia, serif;">«</span>argomenti a sufficienza per disegnare un inferno<span style="font-family: Georgia, serif;">»</span>, non è solo; c’è un padre paziente e amorevole che lo segue e è attento a soddisfare, nel limite delle sue possibilità, le esigenze di Franz. Il dramma, tuttavia, non è l’astratto (amare o non amare un figlio disabile, questo lo diamo per scontato), il vero dramma è invece nella concretezza della quotidianità che i due personaggi sono costretti ad affrontare; ognuno a suo modo, insomma, combatte una battaglia. Ed è proprio in una simile situazione che si delinea un rapporto difficile, fatto di amore eppure mischiato a indecifrabile odio. I motivi veri di questo strano connubio si scopriranno solo alla fine. Ci troviamo, insomma, con tutte le differenze del caso e senza voler fare alcun paragone, nella situazione già rappresentata magistralmente da Giuseppe Pontiggia in <em>Nati due volte</em>, ma con il punto di vsta ribaltato: la voce narrante non è il padre, ma il figlio disabile.</p>
<p>Il libro di Ade Zeno regge bene un suo ritmo romanzesco per tre quarti della storia, dopo di che subisce un’impennata notevole e chiude il libro, un po’ troppo frettolosamente, con un paio di colpi di scena un po’ trascurati (e che ovviamente lasciamo al lettore il compito di svelare). Alcune volte, poi (poche, a dire la verità), finisce per indugiare troppo sul tema del dolore, sul senso di solitudine e nel dramma della disabilità; tutte cose, me ne rendo conto, su cui c’è poco e nulla da scherzare, ma che alcune volte può indebolire il testo; in questi casi, perciò, sarebbe utile ricorrere a quella leggerezza di calviniana memoria, da non confondere nel modo più assoluto con la superficialità.</p>
<p>In generale, però, Ade Zeno dimostra di possedere un modo di scrivere lucido e sorvegliato; e non è poco per un esordiente. Buona qualità della scrittura, insomma, che con asciuttezza affronta un dramma potente e poco trafficato, questo bisogna sottolinerlo, senza scadere mai nel semplice e inutile autocompiacimento che affligge molti esordienti. Teniamolo d’occhio.</p>
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		<title>Studio illegale – Duchesne</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 17:20:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giammarco Raponi</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[esistenza]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[responsabilità]]></category>

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		<description><![CDATA[«Stamattina mi sono svegliato. Mi sono svegliato già dentro al lavoro. Il lavoro. Ti ha in pugno», così inizia Il lercio di Irvine Welsh, che a dire la verità, per tono, plot e per linguaggio, è davvero molto lontano da Studio illegale di Duchesne (alias Federico Baccomo), edito da Marsilio, eppure sarebbe l’incipit ideale anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://static.blogo.it/booksblog/studioillegale.jpg" alt="" width="240" height="350" />«Stamattina mi sono svegliato. Mi sono svegliato già dentro al lavoro. Il lavoro. Ti ha in pugno», così inizia Il lercio di Irvine Welsh, che a dire la verità, per tono, plot e per linguaggio, è davvero molto lontano da Studio illegale di Duchesne (alias Federico Baccomo), edito da Marsilio, eppure sarebbe l’incipit ideale anche per quest’ultimo.</p>
<p>La trama si riassume in poche righe: in uno studio (il)legale di Milano, Andrea, protagonista e voce narrante del libro, «è un avvocato d’affari […] la sola formula che mi permette di uscire indenne da qualunque domanda sulla mia professione […]. Perché io, sfortunatamente, non so davvero fare un cazzo».</p>
<p>Ma nonostante questo, Andrea è uno che si dà da fare, o meglio: è uno a cui danno veramente un sacco da fare. Infatti, mentre i capi si sollazzano con cene e incontri infiniti, tutto il lavoro, quello vero, viene catapultato sulle spalle di Andrea che fa quel che può e, in generale, bisogna ammetterlo, se la cava anche piuttosto bene. Non sopporta molto bene, invece, il peso delle responsabilità, ma con il tempo (anche se non ci scommetterei poi molto) a questo ci si abitua; non ci si abitua per niente, invece, allo stress prodotto dal super-lavoro.</p>
<p><span id="more-53"></span>Già, il super-lavoro. Perché il problema è esattamente questo: Andrea rischia di sovrapporre il lavoro alla sua esistenza fino ad annullarla. Certo, si acquistano onorificenze, rispetto e fiducia, almeno finché produci soldi a palate. Ma basta un cenno di cedimento e sei fregato: c’è sempre qualcuno pronto a farti le scarpe, come se fosse la cosa più ovvia e normale del mondo, e il brutto è che lo è. Ma spiegalo alla tua ragazza che ha deciso di lasciarti la vigilia di Natale: «Leo, non ti capisco», «Sto cercando di dirti che arriva il giorno che si capisce che è finita»; non ha nemmeno tutti torti, a giudicare da quante volte le hai promesso fine settimana in montagna e vacanze estive a destra e a manca, e mai una volta che tu sia riuscito a portarla al mare, magari solo in Liguria. E tutto questo perché non sei capace di dire un mezzo no al tuo capo. Certo, messa così sembrerebbe una tragedia, se non fosse che questa a un certo punto risulta edulcorata, e quindi piuttosto indebolita; accade proprio nel finale: happy end canonico di un certo tipo di commedia (una di quelle con Hugh Grant, tanto per intenderci), e che naturalmente non sveleremo. Ad ogni modo, la storia è divertente ed è raccontata con uno stile brioso e godibilissimo, i dialoghi farebbero invidia anche a Nick Hornby o a Roddy Doyle: alcune battute ti piegano in due dalle risate.</p>
<p><strong>Nota biografica</strong><br />
<strong>Federico Baccomo</strong>, in arte Duchesne, ha trent’anni. Ha vissuto e lavorato nella sede milanese di un primario studio legale internazionale, dove si occupava di M&amp;A, capital markets e altre materie che abbiano un’allettante traduzione in inglese. Nell’aprile 2007, ha debuttato sul web con il blog Studio illegale, raccontando la vita quotidiana degli avvocati d’affari, tra miserie ed esaltazioni, solitudini e nevrosi, blackberry e buoni-taxi, e raggiungendo, nel giro di pochi mesi, un successo fatto di migliaia di visitatori quotidiani. Oggi lavora nell’ufficio legale di un’azienda.</p>
<p><strong>Nota editoriale</strong><br />
Marsilio 2009 (Marsilio X)<br />
pp. 320<br />
€ 17,00<br />
ISBN: 978–88-317‑9675-0</p>
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