Recensione di Flavio Santi, tratta dalla rubrica dei libri da Gli Altri, il nuovo settimanale diretto da Pietro Sansonetti, del 12 febbraio 2010.
Secondo noi un romanzo, per essere tale, deve superare la “prova treno”, cioè si deve far leggere di filato stando scalcagnati, la mattina presto o il pomeriggio tardi, in una carrozza di seconda, di quelle di cui Trenitalia va tanto fiera – avete presente, no? Ecco, in mezzo alla polvere, allo sporco, al freddo o al caldo sempre eccessivi, il libro diventa per incanto una magica couche, spalanca davanti a noi un mondo nuovo, diverso, non per forza migliore, ma altro.
Questa capacità di proiettare in una dimensione parallela viene messa a dura prova sullo scomodo sedile di un treno, nell’arco del respiro lavorativo di un pendolare. Silvia Avallone con Acciaio (Rizzoli, Milano, 2010, pp. 368, € 18) ci pare superi questa prova. Da sempre siamo convinti che i poeti siano degli ottimi romanzieri, più fantasiosi, più sensibili, più abili con la lingua (e un romanzo cos’è se non un gioco sfrenato di fantasia e lingua?). Qualche esempio? Dal più noto Boris Pasternak al meno conosciuto ma altrettanto raffinato Cecil Day-Lewis, poeta laureato, padre dell’attore Daniel, e autore di avvincenti gialli con lo pseudonimo di Nicholas Blake (qualcosa si trova edito da Polillo e dai Gialli Mondadori).