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Tutta la bellezza deve morire, di Luigi Pingitore

recen­sione di Mara Bevilac­qua

«Il futuro non potrà mai com­petere con questo.»
Questo è un pre­sente di una Bellezza acce­cante, quella sel­vat­ica e sem­piterna di un pae­sag­gio riarso dal sole e dal sale, di una gioventù che esplode in tutte le movenze e manda in loop il cervello, sover­chi­ato dall’assenza di risposte per l’unica domanda che conta: come sarà il nos­tro futuro?
I pro­tag­o­nisti di Tutta la bellezza deve morire sono in sei: Pier, Dario, Sil­via, Luca, Liv e Francesca. Hanno dician­nove, vent’anni. Hanno il mondo in mano e fanno quello che vogliono. Hanno un mare-grembo che li riprende e li fa rinascere ogni qual volta ne sen­tano il bisogno. Hanno un sole che prosci­uga e stordisce e li ama. Vogliono essere liberi ma sono ter­ror­iz­zati dall’idea di scegliere e di crescere. Hanno il mondo in mano ma sono come il coniglio che salta in mezzo alla car­reg­giata e rimane acce­cato dalla luce.
Sono il ful­cro da cui irra­dia una Bellezza che fa invidia agli adulti intorno a loro. Sono un cumulo di teorie, di desideri incerti, di sicurezze pre­coci. Dario che vuole andare a Lon­dra, Pier ammaliato dalle parole di Rim­baud, Liv che vuole una cica­trice sul suo corpo da favola, Luca che pesca coi gesti pre­cisi del padre, Francesca che non si trova più.
Sono la cli­max della per­fezione estet­ica e una volta rag­giunto il punto più alto inizia inevitabil­mente la parabola dis­cen­dente.
«Bisogna solo rifi­utare. […] Rifi­utare non è rin­un­ciare.»
Nell’atto dell’ennesimo tuffo, in procinto di desider­are di nuovo che il mare lo tenga con sé, Pier ha un’epifania: si può dire no, ci si può tirare indi­etro e non fare una cosa. Non deve nem­meno dirlo, dichiararlo, gli basta sapere di potere dire di no.
Di fronte alle infi­nite pos­si­bil­ità che si aprono a vent’anni Pier, Dario, Sil­via, Luca, Liv e Francesca rifi­u­tano.
Tutta la Bellezza, alla fine, deve morire.
«Ci pensi mai al futuro?»
[…]
«Che cazzo è il futuro?»

L’autore è sceneg­gia­tore e reg­ista e ciò che scrive e descrive è cesel­lato chiara­mente. Inquad­ra­ture, scorci, sce­nari, per­son­aggi: uno stile molto visivo, ricco di det­tagli e immag­ini pre­cise («Il padre versa il vino a due uomini che si intrat­ten­gono con lui e gli pog­giano la mano sulla spalla. I due uomini alzano il bic­chiere prima di bere. Anche il padre alza il suo, ma lo fa con­tro­voglia, poi butta giù molto velo­ce­mente. Chiede agli uomini se ne vogliono ancora ma loro rifi­u­tano.»)
Lo stile di Pin­gi­tore riesce a ricreare, con la cadenza delle frasi e il peso delle sin­gole parole («I grilli bom­bar­dano le orec­chie. E non c’è altro. Ma questa non è pace. È qual­cosa di più, di più denso e mis­te­rioso e molle e com­pli­cato.»), l’atmosfera neb­u­losa dei pomeriggi estivi in cui il solleone attutisce ogni cosa e non per­me­tte di pen­sare chiara­mente. Il suo romanzo pro­cede per cer­chi con­cen­trici fino ad arrivare al punto: le vite di questi ragazzi si restringono man mano che i loro pen­sieri accen­nati, un po’ informi, oscil­lanti tra lo stato di sen­sazioni e quello di realtà, si rap­pren­dono fino alla solid­ità della scelta irreversibile.

 

Luigi Pin­gi­tore vive e lavora a Napoli. Ha pub­bli­cato numerosi rac­conti e poe­sie. È sceneg­gia­tore e regista.

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01

02 2012

Troppo umana speranza, di Alessandro Mari

recen­sione di Sil­via Cassanelli

 

«Menar merda non è poi una mala occu­pazione; pec­cato, certo, non si fa, e di lavoro se ne ha ogni mese, chè la terra vuol calore, acqua e nutri­mento in cam­bio della vita data a ogni seme, e niente c’è di meglio che colat­ic­cio impas­tato ad altre più cor­pose deiezioni, il tutto alacre­mente benedetto. All’opportuno vol­gere di luna capric­ciosa, così si scava per sem­i­nare: è suf­fi­ciente affon­dare l’indice o il medio nel ter­ric­cio della cas­setta dove si pog­giano i semi a dimora, affinché cres­cano in ger­mogli da ripi­antar poi negli orti­celli; oppure scegliere la vanga e altri più sofisti­cati attrezzi per aprire solchi e fendi­ture nel tes­suto dei campi. La terra tutto accetta, paziente e ad ali­men­ta­rla il nec­es­sario e col giusto irriga­mento ogni ferita saprà rimar­ginarsi, e farà dono dei suoi frutti».

Il nar­ra­tore descrive così il lavoro del pro­tag­o­nista di Troppo Umana Sper­anza. Colom­bino, un gio­vane orfano cresci­uto nella cam­pagna lom­barda durante l’Ottocento, com­pie una man­sione umilis­sima ma impor­tante, trasporta un carro con lo sterco per fer­til­iz­zare i campi. Lo scrit­tore sot­to­linea in questo modo la forza rigen­er­a­trice,  quasi salv­i­fica di tale com­pito, infatti lo sterco guarirà e farà frut­ti­fi­care la terra. Il pro­tag­o­nista viene descritto come un ragazzo buono e umile, che, bersaglio degli scherzi dei bam­bini, è chiam­ato il menamerda. Legge la Bib­bia ed è cresci­uto da un prete che presto lo las­cia solo e in questo modo inizia il suo viag­gio alla ricerca di se stesso e della pro­pria felic­ità, la sua trasfor­mazione in una vera e pro­pria figura cristica; com­in­cia a portare una barba “alla nazarena” e riesce a uscire da una pro­fonda fossa diven­tata quasi una sorta di tomba dalla quale invece si salverà. Ten­terà poi di real­iz­zare il suo sogno quello di sposare l’amata Vit­to­rina. Infatti come dice il nar­ra­tore: «La pas­sione era al cen­tro del suo mondo. In un certo senso, lui la dimorava come fosse una regione anziché una con­dizione. Così era nato. Nella sua lin­gua l’amore che gli agi­tava l’animo, al quale il suo animo sog­giaceva, poteva mer­i­tarsi l’onore di quel ter­mine, pas­sione, il medes­imo per sof­ferenza, il pati­mento fisico e spir­i­tuale. Sof­ferenza e deside­rio, entrambi arde­vano in Colombino».

Alessan­dro Mari descrive le ster­mi­nate dis­tese della cam­pagna lom­barda, la vita delle per­sone dell’epoca, un pic­colo mondo rurale carat­ter­iz­zato da una reli­giosità popo­lare: ad esem­pio ci sono cre­denze come la benedi­zione dello sterco per ottenere rac­colti copiosi o il portare faz­zo­letti ann­o­dati al collo affinché San Bia­gio inter­venga per placare il malanno.

Questo romanzo poi rac­conta le vicende di altri gio­vani. Quella del pit­tore Lisander, espo­nente del gruppo cul­tur­ale dei Roman­tici Di Sbieco, il quale vor­rebbe diventare cal­lotip­ista, una specie di fotografo. Per man­ten­ersi dipinge ritratti alle sig­nore dell’alta borgh­e­sia milanese e per guadag­narci qual­cosa diventa il loro amante. Quella di Leda, una monaca che vive intrap­po­lata in un mondo osses­sion­ato dai ricordi del suo ex fidan­zato, Lorenzo. Insieme a una com­pagna riesce a scap­pare e diventa così una spia incar­i­cata di ped­inare Giuseppe Mazz­ini. Un altro filone del rac­conto è inoltre quello di Josè e Aninha, e ambi­en­tata in Brasile durante il con­flitto dei far­ra­pos.

Alessan­dro Mari rac­conta un pezzo di sto­ria ital­iana vis­suta in prima per­sona dalla gente comuni: ci sono i grandi per­son­aggi come Giuseppe Garibaldi, Anita, Mazz­ini, accanto però agli umili, i veri pro­tag­o­nisti degli accadi­menti. Il gio­vane scrit­tore usa un lin­guag­gio carat­ter­iz­zato dal plurilin­guismo. Ci con­duce in vari luoghi, ad esem­pio in Brasile, Lom­bar­dia oppure a Gen­ova. E uti­lizza parole brasil­iane (come: capitão, Josè, far­ra­pos, carpin­teiro), o ter­mini dialet­tali pro­pri delle regioni descritte. Tal­volta, il lin­guag­gio è aulico e carat­ter­iz­zato da ter­mini arcaici per descri­vere meglio l’epoca e i per­son­aggi, e la costruzione del peri­odo com­p­lessa, con un fre­quente uso dell’ipotassi.

 

Alessan­dro Mari è nato nel 1980 a Busto Arsizio. Si è lau­re­ato con una tesi su Thomas Pyn­chon. Ha com­in­ci­ato gio­vanis­simo a lavo­rare per l’editoria, come let­tore, tradut­tore e ghost­writer. Troppo umana sper­anza è il suo primo romanzo.

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11

07 2011

Settanta acrilico, trenta lana, di Viola Di Grado

recen­sione di Chiara Rea


Set­tanta acril­ico, trenta lana è la sto­ria di Camelia che, in seguito alla trag­ica morte del padre, si trova imp­ri­gion­ata nella trap­pola di silen­zio e dolore che la madre costru­isce intorno a sé. Camelia e la madre abi­tano a Leeds, una città gri­gia e piovosa dove l’inverno sem­bra non avere mai fine («l’inverno è com­in­ci­ato da così tanto tempo che nes­suno è abbas­tanza vec­chio da aver visto cosa c’era prima») e le con­dizioni atmos­feriche trasfor­mano il tempo in una spi­rale senza uscita. La madre, ele­gante e bel­lis­sima flautista, si rinchi­ude in un mutismo malato, si riduce allo stato brado, smet­tendo di lavarsi e di pren­dersi cura di sé, e passa il tempo a fotogra­fare buchi con una polaroid. Comu­nica con la figlia solo attra­verso lo sguardo. Camelia – che prima della morte del padre stava per com­in­ciare l’università e trasferirsi in un appar­ta­mento tutto suo – abdica alla pro­pria vita, costretta a pren­dersi cura della madre, e si las­cia trascinare da lei in un pan­tano di emozioni stroz­zate e silenzi impenetrabili.

La gio­vanis­sima Camelia, ormai assue­fatta a questa vita ridotta ai min­imi ter­mini, tra­duce man­u­ali di istruzione di lava­trici e rara­mente esce dalla casa «asse­di­ata dalla muffa accanto al cimitero». Decapita fiori e rac­coglie vestiti difet­tosi nella spaz­zatura per poi sot­to­porli a oper­azioni chirur­giche al fine di miglio­rarli stor­piandoli ancora di più. Un giorno però, viene risuc­chi­ata fuori dal suo buco nero e incon­tra Wen, un ragazzo cinese che lavora nel negozio da cui proven­gono gli abiti difet­tosi. Gra­zie alle lezioni di cinese di Wen, Camelia riemerg­erà piano piano dal suo bara­tro e tornerà a par­lare impara­ndo un’altra lin­gua, ricostru­irà il suo mondo andato in pezzi attra­verso la com­pi­utezza degli sim­boli grafici cinesi, inter­preterà la realtà gra­zie alle chi­avi degli ideogrammi. E si innamor­erà. Ma se tutto sem­bra vol­gere per il meglio e la pri­mav­era pare essere alle porte con la sua luce acce­cante, il let­tore non deve farsi illu­sioni: la salvezza non arriverà e, anzi, alla ripresa della vita seguirà nuo­va­mente la morte.

Set­tanta acril­ico, trenta lana è il romanzo di esor­dio di Viola Di Grado, ven­titreenne catanese dai lunghi capelli biondi e dalle lab­bra dip­inte di nero, che ha riscosso finora critiche entu­si­as­tiche. Parag­o­nata nella quarta di cop­er­tina ad Amélie Nothomb e Elena Fer­rante, la Di Grado ricorda di più gli esordi di Isabella San­tacroce: atmos­fere cupe al lim­ite del mor­boso, un certo deside­rio di scioc­care il let­tore, una scrit­tura evoca­tiva e tesa alla ricerca del ter­mine giusto, della com­bi­nazione di parole insolita. Ma se la San­tacroce, sep­pur in maniera mar­ginale e con le deb­ite dis­tinzioni, si inseriva nella vivace scia dei Can­ni­bali e quindi in un con­testo let­ter­ario più ampio, la Di Grado sem­bra piut­tosto sboc­ciare da quella sot­to­cul­tura ado­lescen­ziale che ha por­tato alla nascita del fenom­eno “emo”, da quella gen­er­azione cresci­uta con i film di Tim Bur­ton e con un gusto un po’ mor­boso e un po’ gio­coso del cupo, del dark, della negazione di sé attra­verso il mar­to­ri­a­mento del pro­prio corpo, di un dolore che spesso non trova mezzi pro­fondi per esprimersi rima­nendo così – almeno in apparenza – poco più che una ferita super­fi­ciale. E così appare anche il romanzo della Di Grado: una scia di dolore che si ferma spesso in super­fi­cie e non sem­pre va a fondo. Allo stesso modo anche la ricerca lin­guis­tica che opera la gio­vane scrit­trice troppo spesso risulta poco più che un eser­cizio di stile, lo sforzo di ottenere l’effetto a tutti costi, di scar­dinare l’impianto solido della lin­gua ital­iana forzan­done le regole, le immag­ini, la tradizione: la Di Grado gioca con la lin­gua, cerca nuovi modi per com­binare le parole, nuove strade per ricom­porre la sin­tassi, e lo fa con esiti tal­volta inter­es­santi, ma spesso anche non troppo felici, cre­ando immag­ini a volte poet­iche, a volte dis­tur­banti, tal­volta forzate. Certo, la voce della Di Grado si dis­tingue net­ta­mente da molti altri gio­vani scrit­tori ital­iani, ma non basta questa mani­a­cale atten­zione per la lin­gua a creare uno stile vero e pro­prio: una certa debolezza della scrit­tura della Di Grado si riv­ela infatti pro­prio nei dialoghi, dove i giochi di parole sono assenti.

Oltre alla lin­gua, e più che la sto­ria, ciò che colpisce è una sorta di coerenza interna al testo, fatta di rimandi e cor­rispon­denze, di ele­menti che ritor­nano sotto men­tite spoglie, che riecheg­giano e si ripetono: la vita vista attra­verso i buchi, le rif­les­sioni sul lin­guag­gio e la sua assenza, sull’espressione e il silen­zio, sull’incomunicabilità. Il tutto però è intriso di rifer­i­menti alla cul­tura pop del nos­tro tempo (musica, cin­ema, immag­i­nario) che in un certo senso banal­iz­zano anche le sug­ges­tioni più incisive.

 

Viola Di Grado è nata a Cata­nia ven­titré anni  fa, è lau­re­ata in lingue ori­en­tali a Torino e stu­dia a Londra.

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16

06 2011

La vita accanto, di Mariapia Veladiano

recen­sione di Milena Aquilanti

 

L’arrivo di un figlio è da sem­pre con­sid­er­ato una benedi­zione, per qual­si­asi famiglia. Un bam­bino riempe di gioia i gen­i­tori che lo hanno atteso e fan­tas­ti­cato su di lui, che rimar­reb­bero per ore a guardarlo dormire, come estasiati. Che suc­ced­erebbe però se il tanto atteso par­golo, fosse brutto, di una brut­tezza tale da far pen­sare a una punizione div­ina?
Il romanzo di Mari­apia Vela­di­ano, La vita accanto,  pone fin dalle sue prime righe questa domanda.
La nascita della bam­bina tanto desider­ata, getta nell’oscurità la vita di una ben­es­tante famiglia vicentina, a causa della sua enorme e irrepara­bile brut­tezza.
La pro­tag­o­nista, che riv­el­erà di chia­marsi Rebecca solo dopo alcuni capi­toli, vive la sua vita in punta di piedi, con­sapev­ole che il suo aspetto este­ri­ore è il motivo per il quale non riceve amore dai gen­i­tori. La madre, una donna bel­lis­sima, si è chiusa in un for­tis­sima depres­sione post par­tum, che le impedisce di accud­ire la figlia e la fa vivere in una sorta di esistenza par­al­lela, e il padre, anche lui un uomo bel­lis­simo, nonché sti­mato gine­col­ogo, non si affatto prodi­gato per sbloc­care la situ­azione famil­iare, ma ha com­pen­sato le sue assenze e la sua povertà di affetto con l’assunzione di una tata, Mad­dalena.
La pic­cola Rebecca vive la sua infanzia quasi murata den­tro casa, non le è per­me­sso di uscire se non la sera e ben cop­erta, in com­pag­nia della bella zia Erminia, gemella del padre e con­certista. Pro­prio dalla zia Erminia arrivano i primi gesti di affetto e con­sid­er­azione, ai quali la pic­cola Rebecca si attacca con dis­per­azione, e sem­pre dalla zia la pic­cola inizia ad appren­dere lo stu­dio del pianoforte, sua con­so­lazione nei momenti più tristi.
Gli anni trascor­rono in fretta e, rag­giunta l’età sco­lare, la bam­bina deve affrontare per la prima volta il mondo esterno. L’ aspetto fisico di Rebecca ter­ror­izza tutti i suoi com­pagni di classe, tranne una bam­bina, Lucilla, che diven­terà la sua unica amica; è a lei che Rebecca rac­conta il suo sogno di diventare una con­certista.
La vita della pic­cola pro­tag­o­nista però viene improvvisa­mente scon­volta dal sui­cidio materno. Solo Mad­dalena, la maes­tra Albertina e Lucilla le saranno di con­forto; nes­suno, nem­meno il padre, avrà un gesto d’amore nei suoi con­fronti.
Se gli anni delle ele­men­tari trascorro con una certa seren­ità, con le scuole medie, e ancor di più con le supe­ri­ori, tutto cam­bia. Emar­ginata dai com­pagni, non solo per la sua brut­tezza ma anche per la sua bravura a scuola, Rebecca trova sol­lievo solo quando può suonare il pianoforte.
Super­ato l’esame di ammis­sione del con­ser­va­to­rio, inizia a pren­dere lezioni dal mae­stro De Lel­lis, e in casa sua fa conoscenza della sig­nora De Lel­lis, madre del suo mae­stro e, in pas­sato, grande con­certista. La donna che di primo impatto sem­bra un po’ svi­tata, in realtà dimostra di conoscere molte cose su Rebecca e su sua madre.
Spinta dalla sig­nora De Lel­lis, la ragazza decide di entrare final­mente nella stanza materna, fatta chi­ud­ere dal padre subito dopo il sui­cidio. In questa stanza trova i diari della madre, e nel leg­gerli capisce di essere stata amata dalla donna, la quale però non è mai rius­cita ad esternare il suo affetto. E’ sem­pre dai diari che  Rebecca viene a sapere che la  madre ogni notte, fino al suo sui­cidio, parlava con una sig­nora in riva al fiume, che altri non è che la sig­nora De Lol­lis.  Quando tutto sem­bra andare per il meglio, ecco di nuovo una sec­onda svolta nel romanzo. La ragazza subisce un atto di vio­lenza dai suoi com­pagni di classe che la denudano e la umil­iano , cospar­gen­dola di succo d’arancia.
Rebecca cerca di par­lare con il padre, per ottenere gius­tizia, ma non viene cre­duta.  Solo molti anni dopo, quando ormai sarà un’affermata con­certista, rius­cirà di nuovo a par­lare della vio­lenza subita con l’amica Lucilla.
La vita accanto è dunque un pro­fondo excur­sus sulla vita della pro­tag­o­nista, Rebecca, che crede di non mer­i­tarsi l’amore degli altri per via del suo aspetto orri­bile. Con uno stile fresco, leg­gero, Mari­apia Vela­di­ano rac­conta il dramma di questa donna dell’ombra come si potrebbe rac­con­tare una favola, inserendo qua e là anche dei per­son­aggi buffi che non riescono a fare a meno di strap­parci un dis­creto sorriso.

 

Mari­apia Vela­di­ano, vicentina, è lau­re­ata in filosofia e teolo­gia ed insegna Let­tere. “La vita accanto”, pub­bli­cato da Ein­audi, è il suo primo romanzo, ed è il vinci­tore del pre­mio Calvino 2010.

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18

05 2011

Gli intervistatori, di Fabio Viola

recen­sione di Nancy Citro


Immag­i­nate che qual­cuno giri per la città orga­niz­zando dei rapi­menti tem­po­ranei, ma non per soldi, ma per qual­cosa di più mis­te­rioso e pro­fondo.
Immag­i­nate di essere sot­to­posti a delle domande che colpis­cono più delle minacce, domande poste con estrema edu­cazione ma esten­u­ante insis­tenza. Immag­i­nate anche che degli sconosciuti vi spi­at­tellino in fac­cia i seg­reti e le ver­ità sco­mode della vos­tra vita chieden­dovi spie­gazioni su impor­tanti scelte. Ecco cosa accade ne Gli inter­vis­ta­tori, romanzo d’esordio di Fabio Viola edito da Ponte alle Gra­zie. Gli inter­vis­ta­tori rapis­cono per fare domande, chiedono con­sapev­olezza a col­oro che sem­brano vivere la pro­pria vita senza inter­rog­a­tivi.
I due pro­tag­o­nisti di questa sto­ria sono Ivano e Clau­dio, due amici; il primo è un finanziere, il sec­ondo un poliziotto, e iniziano a inda­gare su alcuni rapi­menti. Quando si ren­der­anno conto di essere loro stessi pedine di un mis­te­rioso gioco sarà troppo tardi.
Il ritmo del rac­conto è incalzante: gli inter­vis­ta­tori diven­gono a tratti una sorta di coscienza esterna che rimane sem­pre sul filo del giudizio. Inqui­etante l’atteggiamento gen­tile ed edu­cato degli inter­vis­ta­tori, in netto con­trasto con la situ­azione di pri­gio­nia che acco­muna i per­son­aggi.
La mor­bosità di sapere cosa c’è dietro ogni per­son­ag­gio e ogni rapi­mento tiene vivo l’interesse. Inoltre l’autore muove la pun­teggiatura per imprimere ritmo e veloc­ità alla scrit­tura: nei dialoghi tra i per­son­aggi scom­pare quasi com­ple­ta­mente l’utilizzo della pun­teggiatura, ren­dendo il testo agev­ole  per una let­tura tutta d’un fiato.
Fabio Viola inoltre è attento alla costruzione dei per­son­aggi, riesce a dare una pre­cisa idea o comunque a trasmet­tere i tratti salienti e sotto indagine che vuole che il let­tore colga; e anche il giudizio viene quasi sospeso: il nar­ra­tore offre spunti di rif­les­sione senza sof­fer­marsi e senza mai essere netto nel giudizio, e questo porta il let­tore a inter­rog­a­rsi sui com­por­ta­menti dei per­son­aggi immedes­i­man­dosi nelle diverse situ­azioni. La nar­razione si muove attra­verso immag­ini nitide e def­i­nite, gra­zie ad una scrit­tura asciutta e diretta che non las­cia molto spazio alle divagazioni.
Inter­es­sante è poi quello che Viola fa con uno dei pro­tag­o­nisti, Ivano; lo muove in un modo tale da donar­gli alla fine del romanzo una fotografia dif­fer­ente: infatti da per­son­ag­gio gretto e vigli­acco (per delle scelte rel­a­tive al suo lavoro) finisce per diventare un po’ l’eroe del libro; alla fine ci si trova a fare il tifo per lui pre­oc­cu­pan­dosi solo della sua sorte.
E anche il finale/non finale del libro, tra inter­pre­tazioni dif­fer­enti che vanno anche oltre le parole dell’autore, non chi­ude in realtà nulla, anzi, spalanca nuove porte e infine l’unica sen­sazione che invade con deci­sione il let­tore rimane quella di un com­plotto, di un immenso e macchi­noso sis­tema che rinchi­ude tutti, indipen­den­te­mente dalla con­sapev­olezza di esserci finiti den­tro: sche­dati come delle sem­plici pratiche da archiviare.

 

Fabio Viola è nato a Roma nel 1975. Ha parte­ci­pato alle antolo­gie Sono come tu mi vuoi. Sto­rie di lavori (Lat­erza, 2009), Voi siete qui (min­i­mum fax, 2007) e Al di là del fegato (Coniglio, 2006). Ha curato l’antologia Effetti Col­lat­er­ali (Giulio Per­rone Edi­tore, 2006) e, insieme a Cris­tiano de Majo, ha scritto Italia 2. Viag­gio nel paese che abbi­amo inven­tato (min­i­mum fax, 2008). Ha pub­bli­cato rac­conti e reportage su Accat­tone e Il Maleppeg­gio. Gli inter­vis­ta­tori è il suo romanzo d’esordio.

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13

04 2011