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	<title>luminol.it &#187; redazione</title>
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	<description>il blog degli esordienti</description>
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		<title>Tutta la bellezza deve morire, di Luigi Pingitore</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 16:58:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>recensione di <strong>Mara Bevilacqua</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://t1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRVq66lOBFCIDa4Rgirp7lHKcrrFW4mT9yzmnhPUYQhLsjklWtL" alt="" width="185" height="273" />«Il futuro non potrà mai competere con questo.»<br />
Questo è un presente di una Bellezza accecante, quella selvatica e sempiterna di un paesaggio riarso dal sole e dal sale, di una gioventù che esplode in tutte le movenze e manda in loop il cervello, soverchiato dall’assenza di risposte per l’unica domanda che conta: come sarà il nostro futuro?<br />
I protagonisti di <a href="http://www.hacca.it/hacca/prodotti/prodotto.php?idProdotto=103"><em>Tutta la bellezza deve morire </em></a>sono in sei: Pier, Dario, Silvia, Luca, Liv e Francesca. Hanno diciannove, vent’anni. Hanno il mondo in mano e fanno quello che vogliono. Hanno un mare-grembo che li riprende e li fa rinascere ogni qual volta ne sentano il bisogno. Hanno un sole che prosciuga e stordisce e li ama. Vogliono essere liberi ma sono terrorizzati dall’idea di scegliere e di crescere. Hanno il mondo in mano ma sono come il coniglio che salta in mezzo alla carreggiata e rimane accecato dalla luce.<br />
Sono il fulcro da cui irradia una Bellezza che fa invidia agli adulti intorno a loro. Sono un cumulo di teorie, di desideri incerti, di sicurezze precoci. Dario che vuole andare a Londra, Pier ammaliato dalle parole di Rimbaud, Liv che vuole una cicatrice sul suo corpo da favola, Luca che pesca coi gesti precisi del padre, Francesca che non si trova più.<br />
Sono la climax della perfezione estetica e una volta raggiunto il punto più alto inizia inevitabilmente la parabola discendente.<br />
«Bisogna solo rifiutare. […] Rifiutare non è rinunciare.»<br />
Nell’atto dell’ennesimo tuffo, in procinto di desiderare di nuovo che il mare lo tenga con sé, Pier ha un’epifania: si può dire no, ci si può tirare indietro e non fare una cosa. Non deve nemmeno dirlo, dichiararlo, gli basta sapere di potere dire di no.<br />
Di fronte alle infinite possibilità che si aprono a vent’anni Pier, Dario, Silvia, Luca, Liv e Francesca rifiutano.<br />
Tutta la Bellezza, alla fine, deve morire.<br />
«Ci pensi mai al futuro?»<br />
[…]<br />
«Che cazzo è il futuro?»</p>
<p style="text-align: justify;">L’autore è sceneggiatore e regista e ciò che scrive e descrive è cesellato chiaramente. Inquadrature, scorci, scenari, personaggi: uno stile molto visivo, ricco di dettagli e immagini precise («Il padre versa il vino a due uomini che si intrattengono con lui e gli poggiano la mano sulla spalla. I due uomini alzano il bicchiere prima di bere. Anche il padre alza il suo, ma lo fa controvoglia, poi butta giù molto velocemente. Chiede agli uomini se ne vogliono ancora ma loro rifiutano.»)<br />
Lo stile di Pingitore riesce a ricreare, con la cadenza delle frasi e il peso delle singole parole («I grilli bombardano le orecchie. E non c’è altro. Ma questa non è pace. È qualcosa di più, di più denso e misterioso e molle e complicato.»), l’atmosfera nebulosa dei pomeriggi estivi in cui il solleone attutisce ogni cosa e non permette di pensare chiaramente. Il suo romanzo procede per cerchi concentrici fino ad arrivare al punto: le vite di questi ragazzi si restringono man mano che i loro pensieri accennati, un po’ informi, oscillanti tra lo stato di sensazioni e quello di realtà, si rapprendono fino alla solidità della scelta irreversibile.</p>
<p> </p>
<p><strong>Luigi Pingitore</strong> vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato numerosi racconti e poesie. È sceneggiatore e regista. <em></em></p>
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		<title>Troppo umana speranza, di Alessandro Mari</title>
		<link>http://www.luminol.it/luminol/2011/07/troppo-umana-speranza-di-alessandro-mari/</link>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 09:29:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione di Silvia Cassanelli   «Menar merda non è poi una mala occupazione; peccato, certo, non si fa, e di lavoro se ne ha ogni mese, chè la terra vuol calore, acqua e nutrimento in cambio della vita data a ogni seme, e niente c’è di meglio che colaticcio impastato ad altre più corpose deiezioni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">recensione di <strong>Silvia Cassanelli</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://www.biblion.org/wp-content/uploads/2011/01/Mari-Alessandro-Troppo-umana-speranza-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /> «Menar merda non è poi una mala occupazione; peccato, certo, non si fa, e di lavoro se ne ha ogni mese, chè la terra vuol calore, acqua e nutrimento in cambio della vita data a ogni seme, e niente c’è di meglio che colaticcio impastato ad altre più corpose deiezioni, il tutto alacremente benedetto. All’opportuno volgere di luna capricciosa, così si scava per seminare: è sufficiente affondare l’indice o il medio nel terriccio della cassetta dove si poggiano i semi a dimora, affinché crescano in germogli da ripiantar poi negli orticelli; oppure scegliere la vanga e altri più sofisticati attrezzi per aprire solchi e fenditure nel tessuto dei campi. La terra tutto accetta, paziente e ad alimentarla il necessario e col giusto irrigamento ogni ferita saprà rimarginarsi, e farà dono dei suoi frutti».</p>
<p style="text-align: justify;">Il narratore descrive così il lavoro del protagonista di <a href="http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807018305/Troppo_umana_speranza/Alessandro_Mari.html?prkw=troppo%20umana%20speranza&amp;srch=0&amp;Cerca.x=0&amp;Cerca.y=0&amp;cat1=&amp;prm="><em>Troppo Umana Speranza</em></a>. Colombino, un giovane orfano cresciuto nella campagna lombarda durante l’Ottocento, compie una mansione umilissima ma importante, trasporta un carro con lo sterco per fertilizzare i campi. Lo scrittore sottolinea in questo modo la forza rigeneratrice,  quasi salvifica di tale compito, infatti lo sterco guarirà e farà fruttificare la terra. Il protagonista viene descritto come un ragazzo buono e umile, che, bersaglio degli scherzi dei bambini, è chiamato il <em>menamerda</em>. Legge la Bibbia ed è cresciuto da un prete che presto lo lascia solo e in questo modo inizia il suo viaggio alla ricerca di se stesso e della propria felicità, la sua trasformazione in una vera e propria figura cristica; comincia a portare una barba “alla nazarena” e riesce a uscire da una profonda fossa diventata quasi una sorta di tomba dalla quale invece si salverà. Tenterà poi di realizzare il suo sogno quello di sposare l’amata Vittorina. Infatti come dice il narratore: «La passione era al centro del suo mondo. In un certo senso, lui la dimorava come fosse una regione anziché una condizione. Così era nato. Nella sua lingua l’amore che gli agitava l’animo, al quale il suo animo soggiaceva, poteva meritarsi l’onore di quel termine, <em>passione</em>, il medesimo per sofferenza, il patimento fisico e spirituale. Sofferenza e desiderio, entrambi ardevano in Colombino».</p>
<p style="text-align: justify;">Alessandro Mari descrive le sterminate distese della campagna lombarda, la vita delle persone dell’epoca, un piccolo mondo rurale caratterizzato da una religiosità popolare: ad esempio ci sono credenze come la benedizione dello sterco per ottenere raccolti copiosi o il portare fazzoletti annodati al collo affinché San Biagio intervenga per placare il malanno.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo romanzo poi racconta le vicende di altri giovani. Quella del pittore Lisander, esponente del gruppo culturale dei Romantici Di Sbieco, il quale vorrebbe diventare callotipista, una specie di fotografo. Per mantenersi dipinge ritratti alle signore dell’alta borghesia milanese e per guadagnarci qualcosa diventa il loro amante. Quella di Leda, una monaca che vive intrappolata in un mondo ossessionato dai ricordi del suo ex fidanzato, Lorenzo. Insieme a una compagna riesce a scappare e diventa così una spia incaricata di pedinare Giuseppe Mazzini. Un altro filone del racconto è inoltre quello di Josè e Aninha, e ambientata in Brasile durante il conflitto dei <em>farrapos</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Alessandro Mari racconta un pezzo di storia italiana vissuta in prima persona dalla gente comuni: ci sono i grandi personaggi come Giuseppe Garibaldi, Anita, Mazzini, accanto però agli umili, i veri protagonisti degli accadimenti. Il giovane scrittore usa un linguaggio caratterizzato dal plurilinguismo. Ci conduce in vari luoghi, ad esempio in Brasile, Lombardia oppure a Genova. E utilizza parole brasiliane (come: capitão, Josè, farrapos, carpinteiro), o termini dialettali propri delle regioni descritte. Talvolta, il linguaggio è aulico e caratterizzato da termini arcaici per descrivere meglio l’epoca e i personaggi, e la costruzione del periodo complessa, con un frequente uso dell’ipotassi.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alessandro Mari</strong> è nato nel 1980 a Busto Arsizio. Si è laureato con una tesi su Thomas Pynchon. Ha cominciato giovanissimo a lavorare per l’editoria, come lettore, traduttore e ghostwriter. <em>Troppo umana speranza</em> è il suo primo romanzo.</p>
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		<title>Settanta acrilico, trenta lana, di Viola Di Grado</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2011 10:28:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione di Chiara Rea Settanta acrilico, trenta lana è la storia di Camelia che, in seguito alla tragica morte del padre, si trova imprigionata nella trappola di silenzio e dolore che la madre costruisce intorno a sé. Camelia e la madre abitano a Leeds, una città grigia e piovosa dove l’inverno sembra non avere mai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>recensione di <strong>Chiara Rea</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignleft" src="http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcSo27Lu9psP5TvO0AMRTavDpfv134QdWVJNXmGJpudEOEtw7gmM" alt="" width="160" height="256" /><a href="http://www.edizionieo.it/catalogo_visualizza.php?Id=803">Settanta acrilico, trenta lana</a></em><a href="http://www.edizionieo.it/catalogo_visualizza.php?Id=803"> </a>è la storia di Camelia che, in seguito alla tragica morte del padre, si trova imprigionata nella trappola di silenzio e dolore che la madre costruisce intorno a sé. Camelia e la madre abitano a Leeds, una città grigia e piovosa dove l’inverno sembra non avere mai fine («l’inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c’era prima») e le condizioni atmosferiche trasformano il tempo in una spirale senza uscita. La madre, elegante e bellissima flautista, si rinchiude in un mutismo malato, si riduce allo stato brado, smettendo di lavarsi e di prendersi cura di sé, e passa il tempo a fotografare buchi con una polaroid. Comunica con la figlia solo attraverso lo sguardo. Camelia – che prima della morte del padre stava per cominciare l’università e trasferirsi in un appartamento tutto suo – abdica alla propria vita, costretta a prendersi cura della madre, e si lascia trascinare da lei in un pantano di emozioni strozzate e silenzi impenetrabili.</p>
<p style="text-align: justify;">La giovanissima Camelia, ormai assuefatta a questa vita ridotta ai minimi termini, traduce manuali di istruzione di lavatrici e raramente esce dalla casa «assediata dalla muffa accanto al cimitero». Decapita fiori e raccoglie vestiti difettosi nella spazzatura per poi sottoporli a operazioni chirurgiche al fine di migliorarli storpiandoli ancora di più. Un giorno però, viene risucchiata fuori dal suo buco nero e incontra Wen, un ragazzo cinese che lavora nel negozio da cui provengono gli abiti difettosi. Grazie alle lezioni di cinese di Wen, Camelia riemergerà piano piano dal suo baratro e tornerà a parlare imparando un’altra lingua, ricostruirà il suo mondo andato in pezzi attraverso la compiutezza degli simboli grafici cinesi, interpreterà la realtà grazie alle chiavi degli ideogrammi. E si innamorerà. Ma se tutto sembra volgere per il meglio e la primavera pare essere alle porte con la sua luce accecante, il lettore non deve farsi illusioni: la salvezza non arriverà e, anzi, alla ripresa della vita seguirà nuovamente la morte.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Settanta acrilico, trenta lana</em> è il romanzo di esordio di Viola Di Grado, ventitreenne catanese dai lunghi capelli biondi e dalle labbra dipinte di nero, che ha riscosso finora critiche entusiastiche. Paragonata nella quarta di copertina ad Amélie Nothomb e Elena Ferrante, la Di Grado ricorda di più gli esordi di Isabella Santacroce: atmosfere cupe al limite del morboso, un certo desiderio di scioccare il lettore, una scrittura evocativa e tesa alla ricerca del termine giusto, della combinazione di parole insolita. Ma se la Santacroce, seppur in maniera marginale e con le debite distinzioni, si inseriva nella vivace scia dei Cannibali e quindi in un contesto letterario più ampio, la Di Grado sembra piuttosto sbocciare da quella sottocultura adolescenziale che ha portato alla nascita del fenomeno “emo”, da quella generazione cresciuta con i film di Tim Burton e con un gusto un po’ morboso e un po’ giocoso del cupo, del dark, della negazione di sé attraverso il martoriamento del proprio corpo, di un dolore che spesso non trova mezzi profondi per esprimersi rimanendo così – almeno in apparenza – poco più che una ferita superficiale. E così appare anche il romanzo della Di Grado: una scia di dolore che si ferma spesso in superficie e non sempre va a fondo. Allo stesso modo anche la ricerca linguistica che opera la giovane scrittrice troppo spesso risulta poco più che un esercizio di stile, lo sforzo di ottenere l’effetto a tutti costi, di scardinare l’impianto solido della lingua italiana forzandone le regole, le immagini, la tradizione: la Di Grado gioca con la lingua, cerca nuovi modi per combinare le parole, nuove strade per ricomporre la sintassi, e lo fa con esiti talvolta interessanti, ma spesso anche non troppo felici, creando immagini a volte poetiche, a volte disturbanti, talvolta forzate. Certo, la voce della Di Grado si distingue nettamente da molti altri giovani scrittori italiani, ma non basta questa maniacale attenzione per la lingua a creare uno stile vero e proprio: una certa debolezza della scrittura della Di Grado si rivela infatti proprio nei dialoghi, dove i giochi di parole sono assenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre alla lingua, e più che la storia, ciò che colpisce è una sorta di coerenza interna al testo, fatta di rimandi e corrispondenze, di elementi che ritornano sotto mentite spoglie, che riecheggiano e si ripetono: la vita vista attraverso i buchi, le riflessioni sul linguaggio e la sua assenza, sull’espressione e il silenzio, sull’incomunicabilità. Il tutto però è intriso di riferimenti alla cultura pop del nostro tempo (musica, cinema, immaginario) che in un certo senso banalizzano anche le suggestioni più incisive.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Viola Di Grado</strong> è nata a Catania ventitré anni  fa, è laureata in lingue orientali a Torino e studia a Londra.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La vita accanto, di Mariapia Veladiano</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2011 22:12:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.luminol.it/luminol/?p=502</guid>
		<description><![CDATA[recensione di Milena Aquilanti   L’arrivo di un figlio è da sempre considerato una benedizione, per qualsiasi famiglia. Un bambino riempe di gioia i genitori che lo hanno atteso e fantasticato su di lui, che rimarrebbero per ore a guardarlo dormire, come estasiati. Che succederebbe però se il tanto atteso pargolo, fosse brutto, di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>recensione di <strong>Milena Aquilanti</strong></p>
<p> </p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://t2.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQ3R_j7vwWYAqPNnmaqUy7VziYV_RnZnlcVzkgektMKu--PXjCy" alt="" width="104" height="163" />L’arrivo di un figlio è da sempre considerato una benedizione, per qualsiasi famiglia. Un bambino riempe di gioia i genitori che lo hanno atteso e fantasticato su di lui, che rimarrebbero per ore a guardarlo dormire, come estasiati. Che succederebbe però se il tanto atteso pargolo, fosse brutto, di una bruttezza tale da far pensare a una punizione divina?<br />
Il romanzo di Mariapia Veladiano, <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/mariapia-veladiano/la-vita-accanto/978880620598"><em>La vita accanto</em></a>,  pone fin dalle sue prime righe questa domanda.<br />
La nascita della bambina tanto desiderata, getta nell’oscurità la vita di una benestante famiglia vicentina, a causa della sua enorme e irreparabile bruttezza.<br />
La protagonista, che rivelerà di chiamarsi Rebecca solo dopo alcuni capitoli, vive la sua vita in punta di piedi, consapevole che il suo aspetto esteriore è il motivo per il quale non riceve amore dai genitori. La madre, una donna bellissima, si è chiusa in un fortissima depressione post partum, che le impedisce di accudire la figlia e la fa vivere in una sorta di esistenza parallela, e il padre, anche lui un uomo bellissimo, nonché stimato ginecologo, non si affatto prodigato per sbloccare la situazione familiare, ma ha compensato le sue assenze e la sua povertà di affetto con l’assunzione di una tata, Maddalena.<br />
La piccola Rebecca vive la sua infanzia quasi murata dentro casa, non le è permesso di uscire se non la sera e ben coperta, in compagnia della bella zia Erminia, gemella del padre e concertista. Proprio dalla zia Erminia arrivano i primi gesti di affetto e considerazione, ai quali la piccola Rebecca si attacca con disperazione, e sempre dalla zia la piccola inizia ad apprendere lo studio del pianoforte, sua consolazione nei momenti più tristi.<br />
Gli anni trascorrono in fretta e, raggiunta l’età scolare, la bambina deve affrontare per la prima volta il mondo esterno. L’ aspetto fisico di Rebecca terrorizza tutti i suoi compagni di classe, tranne una bambina, Lucilla, che diventerà la sua unica amica; è a lei che Rebecca racconta il suo sogno di diventare una concertista.<br />
La vita della piccola protagonista però viene improvvisamente sconvolta dal suicidio materno. Solo Maddalena, la maestra Albertina e Lucilla le saranno di conforto; nessuno, nemmeno il padre, avrà un gesto d’amore nei suoi confronti.<br />
Se gli anni delle elementari trascorro con una certa serenità, con le scuole medie, e ancor di più con le superiori, tutto cambia. Emarginata dai compagni, non solo per la sua bruttezza ma anche per la sua bravura a scuola, Rebecca trova sollievo solo quando può suonare il pianoforte.<br />
Superato l’esame di ammissione del conservatorio, inizia a prendere lezioni dal maestro De Lellis, e in casa sua fa conoscenza della signora De Lellis, madre del suo maestro e, in passato, grande concertista. La donna che di primo impatto sembra un po’ svitata, in realtà dimostra di conoscere molte cose su Rebecca e su sua madre.<br />
Spinta dalla signora De Lellis, la ragazza decide di entrare finalmente nella stanza materna, fatta chiudere dal padre subito dopo il suicidio. In questa stanza trova i diari della madre, e nel leggerli capisce di essere stata amata dalla donna, la quale però non è mai riuscita ad esternare il suo affetto. E’ sempre dai diari che  Rebecca viene a sapere che la  madre ogni notte, fino al suo suicidio, parlava con una signora in riva al fiume, che altri non è che la signora De Lollis.  Quando tutto sembra andare per il meglio, ecco di nuovo una seconda svolta nel romanzo. La ragazza subisce un atto di violenza dai suoi compagni di classe che la denudano e la umiliano , cospargendola di succo d’arancia.<br />
Rebecca cerca di parlare con il padre, per ottenere giustizia, ma non viene creduta.  Solo molti anni dopo, quando ormai sarà un’affermata concertista, riuscirà di nuovo a parlare della violenza subita con l’amica Lucilla.<br />
<em>La vita accanto </em>è dunque un profondo excursus sulla vita della protagonista, Rebecca, che crede di non meritarsi l’amore degli altri per via del suo aspetto orribile. Con uno stile fresco, leggero, Mariapia Veladiano racconta il dramma di questa donna dell’ombra come si potrebbe raccontare una favola, inserendo qua e là anche dei personaggi buffi che non riescono a fare a meno di strapparci un discreto sorriso.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mariapia Veladiano</strong>, vicentina, è laureata in filosofia e teologia ed insegna Lettere. “La vita accanto”, pubblicato da Einaudi, è il suo primo romanzo, ed è il vincitore del premio Calvino 2010.</p>
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		<title>Gli intervistatori, di Fabio Viola</title>
		<link>http://www.luminol.it/luminol/2011/04/gli-intervistatori-di-fabio-viola/</link>
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		<pubDate>Wed, 13 Apr 2011 10:20:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione di Nancy Citro Immaginate che qualcuno giri per la città organizzando dei rapimenti temporanei, ma non per soldi, ma per qualcosa di più misterioso e profondo. Immaginate di essere sottoposti a delle domande che colpiscono più delle minacce, domande poste con estrema educazione ma estenuante insistenza. Immaginate anche che degli sconosciuti vi spiattellino in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>recensione di <strong>Nancy Citro</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><img class="alignleft" src="http://t2.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRqy4xwzu9dBkSqyetI4w_K9yw4_VuDT-GNEz4qiRPARBiOfoxS" alt="" width="160" height="236" /></p>
<p>Immaginate che qualcuno giri per la città organizzando dei rapimenti temporanei, ma non per soldi, ma per qualcosa di più misterioso e profondo.<br />
Immaginate di essere sottoposti a delle domande che colpiscono più delle minacce, domande poste con estrema educazione ma estenuante insistenza. Immaginate anche che degli sconosciuti vi spiattellino in faccia i segreti e le verità scomode della vostra vita chiedendovi spiegazioni su importanti scelte. Ecco cosa accade ne <a href="http://www.ponteallegrazie.it/scheda.asp?editore=Ponte%20alle%20Grazie&amp;idlibro=7054&amp;titolo=GLI+INTERVISTATORI"><em>Gli intervistatori</em></a><strong>, </strong>romanzo d’esordio di Fabio Viola edito da Ponte alle Grazie. Gli intervistatori rapiscono per fare domande, chiedono consapevolezza a coloro che sembrano vivere la propria vita senza interrogativi.<br />
I due protagonisti di questa storia sono Ivano e Claudio, due amici; il primo è un finanziere, il secondo un poliziotto, e iniziano a indagare su alcuni rapimenti. Quando si renderanno conto di essere loro stessi pedine di un misterioso gioco sarà troppo tardi.<br />
Il ritmo del racconto è incalzante: gli intervistatori divengono a tratti una sorta di coscienza esterna che rimane sempre sul filo del giudizio. Inquietante l’atteggiamento gentile ed educato degli intervistatori, in netto contrasto con la situazione di prigionia che accomuna i personaggi.<br />
La morbosità di sapere cosa c’è dietro ogni personaggio e ogni rapimento tiene vivo l’interesse. Inoltre l’autore muove la punteggiatura per imprimere ritmo e velocità alla scrittura: nei dialoghi tra i personaggi scompare quasi completamente l’utilizzo della punteggiatura, rendendo il testo agevole  per una lettura tutta d’un fiato.<br />
Fabio Viola inoltre è attento alla costruzione dei personaggi, riesce a dare una precisa idea o comunque a trasmettere i tratti salienti e sotto indagine che vuole che il lettore colga; e anche il giudizio viene quasi sospeso: il narratore offre spunti di riflessione senza soffermarsi e senza mai essere netto nel giudizio, e questo porta il lettore a interrogarsi sui comportamenti dei personaggi immedesimandosi nelle diverse situazioni. La narrazione si muove attraverso immagini nitide e definite, grazie ad una scrittura asciutta e diretta che non lascia molto spazio alle divagazioni.<br />
Interessante è poi quello che Viola fa con uno dei protagonisti, Ivano; lo muove in un modo tale da donargli alla fine del romanzo una fotografia differente: infatti da personaggio gretto e vigliacco (per delle scelte relative al suo lavoro) finisce per diventare un po’ l’eroe del libro; alla fine ci si trova a fare il tifo per lui preoccupandosi solo della sua sorte.<br />
E anche il finale/non finale del libro, tra interpretazioni differenti che vanno anche oltre le parole dell’autore, non chiude in realtà nulla, anzi, spalanca nuove porte e infine l’unica sensazione che invade con decisione il lettore rimane quella di un complotto, di un immenso e macchinoso sistema che rinchiude tutti, indipendentemente dalla consapevolezza di esserci finiti dentro: schedati come delle semplici pratiche da archiviare.</p>
<p> </p>
<p><strong>Fabio Viola</strong> è nato a Roma nel 1975. Ha partecipato alle antologie <em>Sono come tu mi vuoi. Storie di lavori</em> (Laterza, 2009), <em>Voi siete qui</em> (minimum fax, 2007) e <em>Al di là del fegato</em> (Coniglio, 2006). Ha curato l’antologia <em>Effetti Collaterali</em> (Giulio Perrone Editore, 2006) e, insieme a Cristiano de Majo, ha scritto <em>Italia 2. Viaggio nel paese che abbiamo inventato</em> (minimum fax, 2008). Ha pubblicato racconti e reportage su <em>Accattone</em> e <em>Il Maleppeggio</em>.<em> Gli intervistatori </em>è il suo romanzo d’esordio.</p>
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		<title>Scelgo la notte, di Carlo Virgilio</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Apr 2011 10:02:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione di Francesca Di Belardino   Scelgo la notte è una dichiarazione d’intenti, non solo nel titolo. La storia dell’antiquario italiano capitato ad Amburgo e coinvolto suo malgrado in un traffico di opere d’arte che lo riconduce misteriosamente alle sue origini, non è che un pretesto per analizzare, comprendere e giustificare la parte oscura dell’essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>recensione di <strong>Francesca Di Belardino</strong></p>
<p> </p>
<p><img class="alignleft" src="http://t2.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRklumFA9x6I9HmwbACwyWMbikXKmgUXWkXu1il_zj8eGhshsOX" alt="" width="147" height="223" /></p>
<p><a href="http://www.mattioli1885.com/libri/scelgo-la-notte.html"><em>Scelgo la notte</em></a> è una dichiarazione d’intenti, non solo nel titolo.</p>
<p>La storia dell’antiquario italiano capitato ad Amburgo e coinvolto suo malgrado in un traffico di opere d’arte che lo riconduce misteriosamente alle sue origini, non è che un pretesto per analizzare, comprendere e giustificare la parte oscura dell’essere umano. Sullo sfondo di una Germania già caduta nella grande ipnosi collettiva del nazismo, il nostro protagonista, di cui non viene mai fatto il nome, decide di scrivere delle lettere alla fantomatica Elena, nome invece di eco omerica non casuale: in questi lunghi appunti racconta i suoi contatti lavorativi con un conte decaduto, che muore poco dopo misteriosamente, e con il suo servitore. Al centro della storia c’è un cammeo di epoca romana, che l’antiquario vorrebbe acquistare ma che scopre essere conteso da più persone, alcune delle quali pronte a tutto per averlo, anche a uccidere.</p>
<p>Inseguendo il cammeo, l’antiquario viene in contatto con le gesta di un suo parente, che non ha mai conosciuto ma che indica come il motivo della sua scelta di vita verso l’arte antica. Le storie si intrecciano e si collegano, ma l’autore sceglie di lasciarle incompiute: non spiega mai il collegamento fra la Luna, suggestiva immagine ricorrente, l’eroe greco Alcibiade, il suo scomparso zio e il cammeo che infine riesce a stringere fra le mani, seppure pagandone un costo elevato. Le trame restano abbozzate, mentre a delinearsi sempre più nitidamente è la personalità del narratore: si intuisce che ha lasciato l’Italia perché perseguitato dal rimorso per aver lasciato morire un amico davanti ai suoi occhi, si mostra sempre più attratto e affascinato dalla violenza e dalla tortura, fino alla resa finale, la confessione ad Elena che la morte dell’amico non fu casuale, e la decisione di non farle mai avere le lettere. Da quel momento, l’antiquario italiano che in apertura di romanzo avevamo giudicato coraggioso e mite sceglie la notte: il lato oscuro della sua personalità, il cono d’ombra che lo lascia impassibile mentre quattro persone pestano a sangue un vecchio collega. Tutto, pur di stringere fra le mani il cammeo, che per effetto ottico o illusione nervosa, gli sporca le mani di sangue.</p>
<p>Carlo Virgilio sceglie uno stile barocco, generoso di citazioni e i suoi dialoghi tendono al lirico più che al realistico: ma una volta che si è entrati nello spirito e nell’andamento del suo racconto, le atmosfere cupe della Germania nazista fanno correre più di qualche brivido dietro la schiena. Perché il narratore è, alla fine, uno sconosciuto, e la storia che ci ha raccontato soltanto un pretesto per mostrarci la sua parte peggiore.</p>
<p> </p>
<p><strong>Carlo Virglio</strong>, da trent’anni antiquario e gallerista romano di riferimento, collabora con i principali critici e storici dell’arte. Curatore di numerose mostre è autore ed editore di cataloghi d’arte. <em>Scelgo la notte </em>è il suo romanzo d’esordio.</p>
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		<title>Come vendere un milione di copie e vivere felici, di Antonio D’Orrico</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2011 17:57:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione di Marco Candida   Ecco la trama di  Come vendere un milione di copie e vivere felici: nel salotto della bella Selvaggia Venanzi, il più esclusivo di Roma, il giovane, promettente ed emozionatissimo commediografo Vittorio Campari sta per dare lettura del suo nuovo lavoro quando Kashmir Paolazzi, il famoso giornalista, gli ruba la scena. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>recensione di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p> </p>
<p><img class="alignleft" src="http://t1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcS5xTc7bteNkHp0a08HYWQsk4TT7ZHH7PYq9J2nXeORUFPcIe5yfg" alt="" width="160" height="246" /> Ecco la trama di  <a href="http://www.librimondadori.it/web/mondadori/scheda-libro?isbn=978880459831"><em>Come vendere un milione di copie e vivere felici: </em></a> nel salotto della bella Selvaggia Venanzi, il più esclusivo di Roma, il giovane, promettente ed emozionatissimo commediografo Vittorio Campari sta per dare lettura del suo nuovo lavoro quando Kashmir Paolazzi, il famoso giornalista, gli ruba la scena. Quest’ultimo illustra ai presenti il suo ennesimo, formidabile scoop: l’invenzione della bomba atomica portatile (come il telefonino) da parte di uno scienziato italiano costretto a emigrare all’estero a causa del deprecabile fenomeno della fuga dei cervelli. Deluso dall’esito di quella che avrebbe dovuto essere la sua serta, scippatagli dal celebre inviato, Vittorio Campari ritorna nel suo modesto bilocale in periferia deciso a dire addio ai suoi sogni di gloria letteraria e mondana. Eppure proprio quella notte in cui tutto sembra perduto, nella vita di Vittorio si verifica una inattesa doppia svolta, professionale e sentimentale, che lo catapulta in una serie di avventure comiche, drammatiche, sconce, romantiche, hollywoodiane, palermitane, pazze e criminali.</p>
<p>Ogni esordio contiene uno scandalo e un esordio senza scandalo non può esserci: e se non è possibile che si verifichi un esordio che non sia uno scandalo allora queste due parole, “scandalo” ed “esordio”, sono sinonime. Un “esordio atteso” è un ossimoro che si autodivora: chi è atteso ha già esordito presso coloro che dicono di attenderlo: e poi non può esserci “scandalo atteso”. L’esordio è sempre inatteso, è nuovo ed è scandaloso. Anche nel caso di Antonio D’Orrico è cosí: e dove saremo in grado di vedere lo scandalo lí vedremo l’esordio ossia l’elemento di novità. Questo elemento sta forse soprattutto nel fatto che a esordire sia un critico letterario di fama leggendaria.</p>
<p>Io stesso nello scrivere questa recensione sento di provare terrore (quel terrore che solo si prova davanti allo scandalo vero: ossia quel terrore che viene dal sapere che le proprie parole potranno tornarci indietro facendoci del male) e questo terrore ai miei occhi altro non fa che confermare l’esordio-che-è-scandalo di D’Orrico. Per parlare dello scandalo è necessario curarsi delle parole: e il terrore orienta la cura. M’accorgo di parlare di D’Orrico come di un <em>daemon</em> greco: ma in effetti trovandomi io nella condizione di autore (e per di più piccolo) non riesco a non farlo.</p>
<p>Interessante forse notare in questo senso come l’autore che viene recensito dal critico è piccola creatura nelle sue mani: il critico può plasmarlo o farlo polvere e a nulla vale protestare; ma se il critico viene recensito dall’autore è di nuovo l’autore a essere creatura piccola e a sentirsi di nuovo nelle sue mani. Dunque siamo di fronte a un rovesciamento dei ruoli solo apparente: lo scrittore che diventi critico non acquista alcun potere e il critico che diventi scrittore non perde alcun potere. Non avviene nessun cambiamento di condizione, ma se è cosí allora il critico che diventi scrittore in realtà resta critico e non diventa affatto uno scrittore.</p>
<p>Se non c’è meno potere e se non c’è più potere (diventare scrittore in quanto condizione non aggiunge certo di per se stesso potere a nessuno) allora la condizione resta tale e quale: cambia solo il nome. Lo diciamo scrittore, ma è un critico. D’altra parte se uno scrittore diventasse critico in quanto condizione ci sarebbe in quel caso certamente un mutamento di condizione: lo scrittore in quanto nella condizione di critico avrebbe potere (il potere della sua condizione) ma cesserebbe allora di essere scrittore (in quanto la condizione di scrittore non determina di per se stessa nessun mutamento e nemmeno chiede di per stessa nessun mutamento).</p>
<p>A questo punto s’impone una definizione di scrittore. Diremo scrittore chi dirige il suo sguardo e la sua parola dal basso verso l’alto. Questi è uno scrittore. Scrivere è questione di direzione della parola. Questa direzione è però una direzione naturale che naturalmente si orienta dal basso verso l’alto. La parola non può essere direzionata. La parola segue la sua direzione naturale che nel caso di colui che poi chiameremo scrittore è dal basso verso l’alto. In questo senso o si è dentro o si è fuori fin da principio. Non c’entrano più talento e intelligenza, astuzia, pervicacia, potere, seduttività. Chi si accorge che la sua parola segue naturalmente (senza che lui possa davvero intervenire) la direzione dal basso verso l’alto quegli definiremo scrittore.</p>
<p>Scrivere non è mai questione di potere. L’uomo di pensiero non è costitutivamente contro al potere o a suo favore: è solo la direzione delle sue parole che si orienta da se stessa dal basso verso l’alto. L’uomo di pensiero può anche salire più in alto, ma la direzione della parola che da lui fluisce naturalmente rimane sempre dal basso verso l’alto.</p>
<p>Allora possiamo dire questo: che se il lettore incontrerà nelle pagine del romanzo d’esordio di Antonio D’Orrico una parola che si dirige dal basso verso l’alto allora sarà difronte a un esordio e a uno scandalo ben superiore all’esordio-scandalo che abbiamo fino a qui tratteggiato: ossia di un critico letterario che sia diventato per davvero scrittore e che anzi lo fosse da sempre.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><strong>Antonio D’Orrico</strong> (Cosenza, Firenze, Milano), cinquantasei anni, acquario, giornalista, dal 1994 tiene su “Sette” — il magazine del “Corriere della Sera” — la più discussa, discutibile, indiscussa e indiscutibile rubrica letteraria italiana, in cui cerca di instillare nei lettori il gusto di parlare di libri e scrittori con la stessa competenza e passione con le quali di solito si parla di partite e giocatori di calcio. <em>Come vendere un milione di copie e vivere felici</em> è il suo primo romanzo.</p>
<p> </p>
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		<title>L’eroe dei due mari, di Giuliano Pavone</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Feb 2011 10:27:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione di Luca Salsone Considerata la popolarità (mostruosa) di cui il calcio ha sempre goduto in Italia, è abbastanza curioso come la nostra letteratura e il nostro cinema abbiano raramente pescato da questo fenomeno sociale e sportivo. Pochi i romanzi e i film sul tema. L’eroe dei due mari, romanzo d’esordio del giornalista Giuliano Pavone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>recensione di<strong> Luca Salsone</strong></p>
<p><img class="alignleft" src="http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcR1R32cC2qOkgsMWfe07isvV9BV6yuUh3wahijajZtJ7MYDw8siMA" alt="" width="182" height="277" /> Considerata la popolarità (mostruosa) di cui il calcio ha sempre goduto in Italia, è abbastanza curioso come la nostra letteratura e il nostro cinema abbiano raramente pescato da questo fenomeno sociale e sportivo. Pochi i romanzi e i film sul tema.<strong></strong><strong><em> </em></strong><em> </em><em><a href="http://www.marsilioeditori.it/catalogo/libro/3170686-leroe-dei-due-mari">L’eroe dei due mari</a>, </em>romanzo d’esordio del giornalista Giuliano Pavone è benvenuto anche per questo. Pavone racconta, in maniera divertita e divertente, il calcio; ci parla di una squadra e di una città: Taranto, «due mari con duecentomila abitanti in mezzo».</p>
<p>A Luìs Cristaldi, attaccante brasiliano dell’Inter, «il giocatore più forte del mondo», viene diagnosticato un male incurabile, ma Fratello Egidio, santone televisivo pugliese, riesce miracolosamente a guarirlo. In rispetto a un voto fatto a quest’ultimo, Cristaldi sceglie di giocare la successiva stagione calcistica nel Taranto, squadra di terza serie appena ripescata in B. Grazie ai gol di Cristaldi, anche i tifosi si sentono “miracolati”, con  il Taranto lanciato verso la serie A e una città che in questa impresa sembra trovare il proprio riscatto; ma alcune strane intercettazioni telefoniche iniziano a far sospettare che, anche stavolta, possa finire tutto «a fischi e pernacchie».  I miracoli forse non esistono e allora meglio rimboccarsi le maniche.</p>
<p>Si parla dunque di calcio minore, provinciale, ma il baraccone è il medesimo – televisioni, giornali, <em>sgub</em>, soldi, sponsor, eccessi, volgarità, raggiri – , una “confusione” (etica e mediatica)  attraverso cui il romanzo si muove senza timore, puntando anche il dito (facile indovinare chi ci sia dietro i fratelli Pierotti, imprenditori baresi e dirigenti sportivi).  Non bisogna però pensare ad un libro <em>contro</em>. Anche se qualcuno ha parlato di “perfidia”, <em><a href="http://www.marsilioeditori.it/component/marsilio/libro/3170686-leroe-dei-due-mari">L’eroe dei due mari</a></em> non è mai veramente cattivo, non morde il sistema. Il tono è piuttosto quello della favola, lieve e ironica, è più che alla caustica commedia all’italiana, il romanzo sembra rimandare a un certo (fiducioso) neorealismo rosa.</p>
<p>Pavone d’altronde ama spudoratamente il calcio, e l’amore è sempre più forte di tutto. In questo senso <em>L’eroe dei due mari</em> è un atto d’amore, verso il calcio <em>nonostante</em> il calcio (o almeno quello che è diventato). È soprattutto ai tifosi che Pavone pensa, ed è a loro che è dedicato il libro: ai «tifosi buoni» (e questo significa che nel libro non trovano spazio né ultras né violenza). Tifosi rossoblù, anche qui, “minori”, provinciali, quelli per cui è sempre una questione di salvezza e mai di vittoria, nel calcio come nella vita, ma che comunque continuano a tifare, e a (troppo) credere. Più che Luìs Cristaldi, sono loro i protagonisti: Carla, impiegata pubblica e fidanzata poco convinta; Armando, ex calciatore amatoriale e ora <em>bamboccione</em> disoccupato e depresso; Pino, padre silenzioso e preoccupato; Max, amico fedelissimo in fuga verso il Nord; Santino, usciere e “segretario particolare” (per le faccende di calcio) del sindaco idealista ma snob Filippo Panìco. È in questa coralità sociale periferica e nelle piccole (difficili) storie private di ognuno, raccontate in parallelo (ma con vari intrecci), che il libro offre i suoi momenti migliori. Il tutto sullo sfondo di una Taranto che è a sua volta personaggio.  La Taranto non solo dello Iacovone (degli spalti), ma dell’Italsider e delle morti bianche, dell’inquinamento, della disoccupazione,  della difficile amministrazione, della rassegnazione e dell’orgoglio, della generosità e dell’apatia, di Porto Pirrone e della Birra Raffo.</p>
<p>Pavone ha il grande pregio di una scrittura che fa sul serio senza prendersi sul serio, che non si guarda mai allo specchio, priva di narcisismi, sempre attenta alla trama e ai personaggi, capace di grande umorismo e di una poesia delicata. E anche se non tutto funziona (la prima parte risulta un po’ frammentata nel ritmo, mentre il finale non convince appieno, con il “giallo” intorno al trasferimento di Cristaldi risolto in maniera non particolarmente plausibile), con questo suo primo romanzo Pavone va in rete. <em>L’eroe dei due mari</em> non è il gol di Maradona contro l’Inghilterra, ma nemmeno un gollonzo. È un bel gol, di quelli che ti fanno felice e ti danno speranza.</p>
<p><strong>Giuliano Pavone</strong> è nato a Taranto nel 1970 e vive a Milano. Giornalista, ha pubblicato libri sul calcio, sul cinema e umoristici. <em>L’eroe dei due mari </em>è il suo romanzo d’esordio.</p>
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		<title>Radiazione, di Stefano Jorio</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Feb 2011 21:12:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione di Silvia Cassanelli «L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è ora il fascismo». Questa è una delle epigrafi con cui si apre Radiazione e forse quella che esplicita più chiaramente i contenuti del libro. Il primo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>recensione di <strong>Silvia Cassanelli<br />
</strong></p>
<p><img class="alignleft" src="http://www.lacompagniadellibro.tv2000.it/tv2000/allegati/1515/radiazione.jpg" alt="" width="250" height="340" /> «L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è ora il fascismo». Questa è una delle epigrafi con cui si apre<a href="http://www.minimumfax.com/libri/scheda_libro/472"><em><strong> </strong><strong>Radiazione</strong></em></a> e forse quella che esplicita più chiaramente i contenuti del libro.</p>
<p>Il primo romanzo di Stefano Jorio, racconta la storia di un trentenne che nel luglio 2004 vince un concorso per il ministero e va a lavorare al Sopa: un luogo quasi fantastico e opprimente che uccide le emozioni umane e che lo scrittore definisce «sottoscala». Il protagonista-narratore entra così in un mondo rovesciato e carnevalesco. Incontra una serie di persone che si sono conformate al sistema, cioè che sono contagiate dalla radiazione. Esse sono come dei clown che agiscono per compiacere i potenti. Il linguaggio con cui si esprimono sono urla e grida. Ad esempio Nicola, un alcolizzato, una bestia con la barba incolta e le occhiaie, è il lupo cattivo della storia. Patti invece, che cammina con la gambona zoppa, inconcludente, con lei il lavoro diventa «una matassa informe». Viene schernita da tutti ma sul suo viso deformato è possibile vedere l’effetto della radiazione. Oppure Giannina la  Pazza che porta: «i capelli legati sul cocuzzolo a pera, a ricadere sulle spalle; le ciabattine rosa, i jeans a tubo cortissimi sulla caviglia. Il trucco pesante. È innegabilmente all’altezza della sua fama da scema del villaggio». Il Sopa sovraintende a una collezione di quadri di artisti contemporanei. Misteriosamente queste opere scompaiono,  a volte anche per poco tempo, ad esempio quelle di Funi, Burri o L’Urlo di Munch.</p>
<p>Il protagonista è un osservatore neutro e invisibile di questa realtà, cerca di indagare e ritrovare i dipinti scomparsi, di scoprire la verità. Ma il traffico di opere d’arte è riconducibile alla temibile figura di Esse Gi, il Segretario Generale. Tutto questo groviglio che il personaggio principale deve sbrogliare è descritto sullo sfondo degli eventi storici di quegli anni, eventi quali: la beatificazione di Madre Teresa, la morte del Papa, i pacs, Nassirya, i «militi sfottuti», le bombe al fosforo, il rapimento di Fabrizio Quattrocchi. Tutti eventi che vengono vagliati con occhio critico dall’io narrante.</p>
<p><em>Radiazione</em> però non è solo un thriller; infatti si intrecciano in esso personaggi e storie diverse: il ricordo sempre presente e ossessivo di un amore perduto e che non potrà mai più realizzarsi, la storia con Wibke e suo figlio Peter all’isola d’Elba, oppure l’amicizia tradita di Carl, il teologo omosessuale del Vaticano, aspirante cardinale dalla vita davvero sregolata. Anche lui per esempio è un’occasione per assestare qualche colpo alla Chiesa:  «I preti sono come gli attori, infilano nei loro discorsi brani che hanno imparato a memoria», così come lo sono i conoscenti: Gianluigi il pittore che urla o il giapponese Carmela. Ci sono poi la bellissima Elena e “Daniela dei baci” e tante altre umanità che concorrono ad analizzare i rapporti tra le persone nella realtà contemporanea, ridotti il più delle volte a uno stato bestiale.</p>
<p>Nel libro si citano inoltre opere ricercate come “I Dialoghi” di Pietro Aretino, che servono anch’esse allo scrittore per descrivere l’osceno come chiave di accesso alla verità. Il linguaggio infine ha come sua caratteristica fondante il plurilinguismo; i personaggi si esprimono talvolta in inglese, tedesco, spagnolo, latino, in romanesco e ovviamente in italiano, e anche la costruzione del ritmo narrativo privilegia decisamente la paratassi, grazie alla quale anche le digressioni e le descrizioni  presenti nel testo finiscono per riuscire agili agli occhi del lettore.</p>
<p><strong>Stefano Jorio</strong> è nato nel 1971. Ha lavorato e vissuto in Italia, Inghilterra, Australia e Israele. Attualmente vive e lavora in Germania.</p>
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		<title>Il figlio del figlio, di Marco Balzano</title>
		<link>http://www.luminol.it/luminol/2011/02/il-figlio-del-figlio-di-marco-balzano/</link>
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		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 10:41:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione di Cinzia Buono Il figlio del figlio è Nicola, insegnante precario ventiseienne che si imbarca in viaggio verso la terra natale dei suoi padri. C’è Riccardo, genitore biologico, e poi Leonardo, il nonno, chiamato “babbo” sia dal figlio che dal nipote. Riccardo è emigrato a Milano dalla natia Barletta ancora adolescente. All’età di Nicola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>recensione di <strong>Cinzia Buono</strong></p>
<p><img class="alignleft" src="http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQwUeF9TyInIMmsnhKY7jVaSLwlBvJZ0DbRasYqQ1GGi8moKmSxRQ" alt="" width="179" height="282" /></p>
<p><a href="http://www.avaglianoeditore.it/"><em>Il figlio del figlio</em></a> è Nicola, insegnante precario ventiseienne che si imbarca in viaggio verso la terra natale dei suoi padri. C’è Riccardo, genitore biologico, e poi Leonardo, il nonno, chiamato “babbo” sia dal figlio che dal nipote. Riccardo è emigrato a Milano dalla natia Barletta ancora adolescente. All’età di Nicola era già padre, già uomo, e non sa come rapportarsi con quel figlio che ancora studia, che ancora non riesce a trovare un impiego stabile, che «appena si presenta un problema si infila nei bar». Nonno Leonardo, contadino «grosso e forte come un guerriero» invece riesce a vedere in lui non più Nicolino, il bambino cui concedeva di «andare lontano» con la bicicletta, ma il professore Nicola Russo, con cui riesce a parlare, a raccontargli di come riesca a mantenere viva la passione per  la campagna anche nella periferia milanese.</p>
<p>I tre partono alla volta della casa al mare, da anni fonte di dissapori familiari. Babbo ha deciso di venderla, senza considerare le opposizioni dei familiari. Il conflitto generazionale padre-figlio vive nel rapporto tra Nicola e Riccardo, e in quello tra Riccardo e Leonardo, e comporta una pesante incomunicabilità; il giovane aspirante professore è ben consapevole che «della mia estraneità, della mia solitudine, di tutto il pantano in cui mi sembrava di camminare loro non sapevano niente».</p>
<p>La voce disincantata di Marco Balzano ci accompagna in questo viaggio alla ricerca delle radici familiari, dei luoghi della giovinezza o dell’infanzia. La struttura del romanzo presenta infatti frequenti flashback, che scavano nel passato dei protagonisti: i ricordi di guerra di Leonardo, la gioventù di Riccardo, ventunenne e già padre, le estati di Nicola ragazzino nella casa al mare; tre mondi, tre epoche diverse.</p>
<p>Marco Balzano pone con garbo l’accento sugli effetti di quell’emigrazione che ha segnato le vite di migliaia di italiani. Il modo di vedere la vita muta di generazione in generazione: il mondo contadino della giovinezza di Leonardo già per suo figlio Riccardo non esiste più, catapultato fin da adolescente nella grande città. Alla terza generazione  Barletta non è più nient’altro che un’atmosfera, un vago ricordo rafforzato dai racconti in dialetto del padre e del nonno. Il dialetto nel testo si intravede appena, in qualche toponimo o nei soprannomi, a testimoniare la competenza passiva di Nicola, «ultimo testimone di questo bilinguismo». La nuova generazione non conoscerà quel mondo, avrà perso il contatto con quelle radici lontane; perciò Nicola si ritrova a «tradurre per capire  quello che ancora mi appartiene. Quello che è mio nonostante sia soltanto un riflesso», per poter costruire il suo futuro, senza però dimenticare il passato.</p>
<p><strong>Marco Balzano</strong> vive e insegna a Milano. Scrive su riviste di letteratura, poesia e cultura generale. Ha pubblicato nel 2007 per LietoColle la raccolta di poesie Particolari in controsenso (Premio Gozzano 2007 e segnalazione Premio Montano 2008). Per Marsilio il saggio I confini del sole. Leopardi e il Nuovo Mondo (già Premio “Tesi di laurea” per il Cnsl di Recanati nel 2005).</p>
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