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Gli intervistatori, di Fabio Viola

recen­sione di Nancy Citro


Immag­i­nate che qual­cuno giri per la città orga­niz­zando dei rapi­menti tem­po­ranei, ma non per soldi, ma per qual­cosa di più mis­te­rioso e pro­fondo.
Immag­i­nate di essere sot­to­posti a delle domande che colpis­cono più delle minacce, domande poste con estrema edu­cazione ma esten­u­ante insis­tenza. Immag­i­nate anche che degli sconosciuti vi spi­at­tellino in fac­cia i seg­reti e le ver­ità sco­mode della vos­tra vita chieden­dovi spie­gazioni su impor­tanti scelte. Ecco cosa accade ne Gli inter­vis­ta­tori, romanzo d’esordio di Fabio Viola edito da Ponte alle Gra­zie. Gli inter­vis­ta­tori rapis­cono per fare domande, chiedono con­sapev­olezza a col­oro che sem­brano vivere la pro­pria vita senza inter­rog­a­tivi.
I due pro­tag­o­nisti di questa sto­ria sono Ivano e Clau­dio, due amici; il primo è un finanziere, il sec­ondo un poliziotto, e iniziano a inda­gare su alcuni rapi­menti. Quando si ren­der­anno conto di essere loro stessi pedine di un mis­te­rioso gioco sarà troppo tardi.
Il ritmo del rac­conto è incalzante: gli inter­vis­ta­tori diven­gono a tratti una sorta di coscienza esterna che rimane sem­pre sul filo del giudizio. Inqui­etante l’atteggiamento gen­tile ed edu­cato degli inter­vis­ta­tori, in netto con­trasto con la situ­azione di pri­gio­nia che acco­muna i per­son­aggi.
La mor­bosità di sapere cosa c’è dietro ogni per­son­ag­gio e ogni rapi­mento tiene vivo l’interesse. Inoltre l’autore muove la pun­teggiatura per imprimere ritmo e veloc­ità alla scrit­tura: nei dialoghi tra i per­son­aggi scom­pare quasi com­ple­ta­mente l’utilizzo della pun­teggiatura, ren­dendo il testo agev­ole  per una let­tura tutta d’un fiato.
Fabio Viola inoltre è attento alla costruzione dei per­son­aggi, riesce a dare una pre­cisa idea o comunque a trasmet­tere i tratti salienti e sotto indagine che vuole che il let­tore colga; e anche il giudizio viene quasi sospeso: il nar­ra­tore offre spunti di rif­les­sione senza sof­fer­marsi e senza mai essere netto nel giudizio, e questo porta il let­tore a inter­rog­a­rsi sui com­por­ta­menti dei per­son­aggi immedes­i­man­dosi nelle diverse situ­azioni. La nar­razione si muove attra­verso immag­ini nitide e def­i­nite, gra­zie ad una scrit­tura asciutta e diretta che non las­cia molto spazio alle divagazioni.
Inter­es­sante è poi quello che Viola fa con uno dei pro­tag­o­nisti, Ivano; lo muove in un modo tale da donar­gli alla fine del romanzo una fotografia dif­fer­ente: infatti da per­son­ag­gio gretto e vigli­acco (per delle scelte rel­a­tive al suo lavoro) finisce per diventare un po’ l’eroe del libro; alla fine ci si trova a fare il tifo per lui pre­oc­cu­pan­dosi solo della sua sorte.
E anche il finale/non finale del libro, tra inter­pre­tazioni dif­fer­enti che vanno anche oltre le parole dell’autore, non chi­ude in realtà nulla, anzi, spalanca nuove porte e infine l’unica sen­sazione che invade con deci­sione il let­tore rimane quella di un com­plotto, di un immenso e macchi­noso sis­tema che rinchi­ude tutti, indipen­den­te­mente dalla con­sapev­olezza di esserci finiti den­tro: sche­dati come delle sem­plici pratiche da archiviare.

 

Fabio Viola è nato a Roma nel 1975. Ha parte­ci­pato alle antolo­gie Sono come tu mi vuoi. Sto­rie di lavori (Lat­erza, 2009), Voi siete qui (min­i­mum fax, 2007) e Al di là del fegato (Coniglio, 2006). Ha curato l’antologia Effetti Col­lat­er­ali (Giulio Per­rone Edi­tore, 2006) e, insieme a Cris­tiano de Majo, ha scritto Italia 2. Viag­gio nel paese che abbi­amo inven­tato (min­i­mum fax, 2008). Ha pub­bli­cato rac­conti e reportage su Accat­tone e Il Maleppeg­gio. Gli inter­vis­ta­tori è il suo romanzo d’esordio.

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13

04 2011

Scelgo la notte, di Carlo Virgilio

recen­sione di Francesca Di Belardino

 

Scelgo la notte è una dichiarazione d’intenti, non solo nel titolo.

La sto­ria dell’antiquario ital­iano cap­i­tato ad Amburgo e coin­volto suo mal­grado in un traf­fico di opere d’arte che lo ricon­duce mis­te­riosa­mente alle sue orig­ini, non è che un pretesto per anal­iz­zare, com­pren­dere e gius­ti­fi­care la parte oscura dell’essere umano. Sullo sfondo di una Ger­ma­nia già caduta nella grande ipnosi col­let­tiva del nazismo, il nos­tro pro­tag­o­nista, di cui non viene mai fatto il nome, decide di scri­vere delle let­tere alla fan­tomat­ica Elena, nome invece di eco omer­ica non casuale: in questi lunghi appunti rac­conta i suoi con­tatti lavo­ra­tivi con un conte decaduto, che muore poco dopo mis­te­riosa­mente, e con il suo servi­tore. Al cen­tro della sto­ria c’è un cam­meo di epoca romana, che l’antiquario vor­rebbe acquistare ma che sco­pre essere con­teso da più per­sone, alcune delle quali pronte a tutto per averlo, anche a uccidere.

Inseguendo il cam­meo, l’antiquario viene in con­tatto con le gesta di un suo par­ente, che non ha mai conosci­uto ma che indica come il motivo della sua scelta di vita verso l’arte antica. Le sto­rie si intrec­ciano e si col­legano, ma l’autore sceglie di las­cia­rle incom­piute: non spiega mai il col­lega­mento fra la Luna, sug­ges­tiva immag­ine ricor­rente, l’eroe greco Alcib­i­ade, il suo scom­parso zio e il cam­meo che infine riesce a strin­gere fra le mani, sep­pure pagan­done un costo ele­vato. Le trame restano abboz­zate, men­tre a delin­earsi sem­pre più niti­da­mente è la per­son­al­ità del nar­ra­tore: si intu­isce che ha las­ci­ato l’Italia per­ché perse­gui­tato dal rimorso per aver las­ci­ato morire un amico davanti ai suoi occhi, si mostra sem­pre più attratto e affas­ci­nato dalla vio­lenza e dalla tor­tura, fino alla resa finale, la con­fes­sione ad Elena che la morte dell’amico non fu casuale, e la deci­sione di non farle mai avere le let­tere. Da quel momento, l’antiquario ital­iano che in aper­tura di romanzo ave­vamo giu­di­cato cor­ag­gioso e mite sceglie la notte: il lato oscuro della sua per­son­al­ità, il cono d’ombra che lo las­cia impas­si­bile men­tre quat­tro per­sone pes­tano a sangue un vec­chio col­lega. Tutto, pur di strin­gere fra le mani il cam­meo, che per effetto ottico o illu­sione ner­vosa, gli sporca le mani di sangue.

Carlo Vir­gilio sceglie uno stile barocco, gen­eroso di citazioni e i suoi dialoghi ten­dono al lirico più che al real­is­tico: ma una volta che si è entrati nello spir­ito e nell’andamento del suo rac­conto, le atmos­fere cupe della Ger­ma­nia nazista fanno cor­rere più di qualche briv­ido dietro la schiena. Per­ché il nar­ra­tore è, alla fine, uno sconosci­uto, e la sto­ria che ci ha rac­con­tato soltanto un pretesto per mostrarci la sua parte peggiore.

 

Carlo Vir­glio, da trent’anni anti­quario e gal­lerista romano di rifer­i­mento, col­lab­ora con i prin­ci­pali crit­ici e storici dell’arte. Cura­tore di numerose mostre è autore ed edi­tore di cat­a­loghi d’arte. Scelgo la notte è il suo romanzo d’esordio.

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13

04 2011

Come vendere un milione di copie e vivere felici, di Antonio D’Orrico

recen­sione di Marco Can­dida

 

Ecco la trama di  Come vendere un mil­ione di copie e vivere felici: nel salotto della bella Sel­vaggia Venanzi, il più esclu­sivo di Roma, il gio­vane, promet­tente ed emozion­atis­simo comme­dio­grafo Vit­to­rio Cam­pari sta per dare let­tura del suo nuovo lavoro quando Kash­mir Pao­lazzi, il famoso gior­nal­ista, gli ruba la scena. Quest’ultimo illus­tra ai pre­senti il suo ennes­imo, for­mi­da­bile scoop: l’invenzione della bomba atom­ica por­tatile (come il tele­fonino) da parte di uno scien­zi­ato ital­iano costretto a emi­grare all’estero a causa del dep­re­ca­bile fenom­eno della fuga dei cervelli. Deluso dall’esito di quella che avrebbe dovuto essere la sua serta, scip­patagli dal cele­bre invi­ato, Vit­to­rio Cam­pari ritorna nel suo modesto bilo­cale in per­ife­ria deciso a dire addio ai suoi sogni di glo­ria let­ter­aria e mon­dana. Eppure pro­prio quella notte in cui tutto sem­bra per­duto, nella vita di Vit­to­rio si ver­i­fica una inat­tesa doppia svolta, pro­fes­sion­ale e sen­ti­men­tale, che lo cat­a­pulta in una serie di avven­ture comiche, dram­matiche, sconce, roman­tiche, hol­ly­wood­i­ane, paler­mi­tane, pazze e criminali.

Ogni esor­dio con­tiene uno scan­dalo e un esor­dio senza scan­dalo non può esserci: e se non è pos­si­bile che si ver­i­fichi un esor­dio che non sia uno scan­dalo allora queste due parole, “scan­dalo” ed “esor­dio”, sono sinon­ime. Un “esor­dio atteso” è un ossi­moro che si auto­di­vora: chi è atteso ha già esor­dito presso col­oro che dicono di atten­derlo: e poi non può esserci “scan­dalo atteso”. L’esordio è sem­pre inat­teso, è nuovo ed è scan­daloso. Anche nel caso di Anto­nio D’Orrico è cosí: e dove saremo in grado di vedere lo scan­dalo lí vedremo l’esordio ossia l’elemento di novità. Questo ele­mento sta forse soprat­tutto nel fatto che a esor­dire sia un critico let­ter­ario di fama leggendaria.

Io stesso nello scri­vere questa recen­sione sento di provare ter­rore (quel ter­rore che solo si prova davanti allo scan­dalo vero: ossia quel ter­rore che viene dal sapere che le pro­prie parole potranno tornarci indi­etro facen­doci del male) e questo ter­rore ai miei occhi altro non fa che con­fer­mare l’esordio-che-è-scandalo di D’Orrico. Per par­lare dello scan­dalo è nec­es­sario curarsi delle parole: e il ter­rore ori­enta la cura. M’accorgo di par­lare di D’Orrico come di un dae­mon greco: ma in effetti trovan­domi io nella con­dizione di autore (e per di più pic­colo) non riesco a non farlo.

Inter­es­sante forse notare in questo senso come l’autore che viene recen­sito dal critico è pic­cola crea­tura nelle sue mani: il critico può plas­marlo o farlo pol­vere e a nulla vale protestare; ma se il critico viene recen­sito dall’autore è di nuovo l’autore a essere crea­tura pic­cola e a sen­tirsi di nuovo nelle sue mani. Dunque siamo di fronte a un roves­ci­a­mento dei ruoli solo appar­ente: lo scrit­tore che diventi critico non acquista alcun potere e il critico che diventi scrit­tore non perde alcun potere. Non avviene nes­sun cam­bi­a­mento di con­dizione, ma se è cosí allora il critico che diventi scrit­tore in realtà resta critico e non diventa affatto uno scrittore.

Se non c’è meno potere e se non c’è più potere (diventare scrit­tore in quanto con­dizione non aggiunge certo di per se stesso potere a nes­suno) allora la con­dizione resta tale e quale: cam­bia solo il nome. Lo dici­amo scrit­tore, ma è un critico. D’altra parte se uno scrit­tore diven­tasse critico in quanto con­dizione ci sarebbe in quel caso cer­ta­mente un muta­mento di con­dizione: lo scrit­tore in quanto nella con­dizione di critico avrebbe potere (il potere della sua con­dizione) ma cesserebbe allora di essere scrit­tore (in quanto la con­dizione di scrit­tore non deter­mina di per se stessa nes­sun muta­mento e nem­meno chiede di per stessa nes­sun mutamento).

A questo punto s’impone una definizione di scrit­tore. Diremo scrit­tore chi dirige il suo sguardo e la sua parola dal basso verso l’alto. Questi è uno scrit­tore. Scri­vere è ques­tione di direzione della parola. Questa direzione è però una direzione nat­u­rale che nat­u­ral­mente si ori­enta dal basso verso l’alto. La parola non può essere direzion­ata. La parola segue la sua direzione nat­u­rale che nel caso di colui che poi chi­amer­emo scrit­tore è dal basso verso l’alto. In questo senso o si è den­tro o si è fuori fin da prin­ci­pio. Non c’entrano più tal­ento e intel­li­genza, astuzia, per­vi­ca­cia, potere, sedut­tiv­ità. Chi si accorge che la sua parola segue nat­u­ral­mente (senza che lui possa davvero inter­venire) la direzione dal basso verso l’alto quegli definiremo scrittore.

Scri­vere non è mai ques­tione di potere. L’uomo di pen­siero non è cos­ti­tu­ti­va­mente con­tro al potere o a suo favore: è solo la direzione delle sue parole che si ori­enta da se stessa dal basso verso l’alto. L’uomo di pen­siero può anche salire più in alto, ma la direzione della parola che da lui fluisce nat­u­ral­mente rimane sem­pre dal basso verso l’alto.

Allora pos­si­amo dire questo: che se il let­tore incon­tr­erà nelle pagine del romanzo d’esordio di Anto­nio D’Orrico una parola che si dirige dal basso verso l’alto allora sarà difronte a un esor­dio e a uno scan­dalo ben supe­ri­ore all’esordio-scandalo che abbi­amo fino a qui trat­teggiato: ossia di un critico let­ter­ario che sia diven­tato per davvero scrit­tore e che anzi lo fosse da sempre.

 

 

Anto­nio D’Orrico (Cosenza, Firenze, Milano), cinquan­ta­sei anni, acquario, gior­nal­ista, dal 1994 tiene su “Sette” — il mag­a­zine del “Cor­riere della Sera” — la più dis­cussa, dis­cutibile, indis­cussa e indis­cutibile rubrica let­ter­aria ital­iana, in cui cerca di instil­lare nei let­tori il gusto di par­lare di libri e scrit­tori con la stessa com­pe­tenza e pas­sione con le quali di solito si parla di par­tite e gio­ca­tori di cal­cio. Come vendere un mil­ione di copie e vivere felici è il suo primo romanzo.

 

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08

03 2011

L’eroe dei due mari, di Giuliano Pavone

recen­sione di Luca Salsone

Con­sid­er­ata la popo­lar­ità (mostru­osa) di cui il cal­cio ha sem­pre goduto in Italia, è abbas­tanza curioso come la nos­tra let­ter­atura e il nos­tro cin­ema abbiano rara­mente pescato da questo fenom­eno sociale e sportivo. Pochi i romanzi e i film sul tema. L’eroe dei due mari, romanzo d’esordio del gior­nal­ista Giu­liano Pavone è ben­venuto anche per questo. Pavone rac­conta, in maniera diver­tita e diver­tente, il cal­cio; ci parla di una squadra e di una città: Taranto, «due mari con due­cen­tomila abi­tanti in mezzo».

A Luìs Cristaldi, attac­cante brasil­iano dell’Inter, «il gio­ca­tore più forte del mondo», viene diag­nos­ti­cato un male incur­abile, ma Fratello Egidio, san­tone tele­vi­sivo pugliese, riesce mira­colosa­mente a guarirlo. In rispetto a un voto fatto a quest’ultimo, Cristaldi sceglie di gio­care la suc­ces­siva sta­gione calcis­tica nel Taranto, squadra di terza serie appena ripescata in B. Gra­zie ai gol di Cristaldi, anche i tifosi si sentono “mira­co­lati”, con  il Taranto lan­ci­ato verso la serie A e una città che in questa impresa sem­bra trovare il pro­prio riscatto; ma alcune strane inter­cettazioni tele­foniche iniziano a far sospettare che, anche sta­volta, possa finire tutto «a fis­chi e per­nac­chie».  I mira­coli forse non esistono e allora meglio rim­boc­carsi le maniche.

Si parla dunque di cal­cio minore, provin­ciale, ma il barac­cone è il medes­imo – tele­vi­sioni, gior­nali, sgub, soldi, spon­sor, eccessi, vol­gar­ità, rag­giri – , una “con­fu­sione” (etica e medi­at­ica)  attra­verso cui il romanzo si muove senza tim­ore, pun­tando anche il dito (facile indov­inare chi ci sia dietro i fratelli Pierotti, impren­di­tori baresi e diri­genti sportivi).  Non bisogna però pen­sare ad un libro con­tro. Anche se qual­cuno ha par­lato di “per­fidia”, L’eroe dei due mari non è mai vera­mente cat­tivo, non morde il sis­tema. Il tono è piut­tosto quello della favola, lieve e iron­ica, è più che alla caus­tica com­me­dia all’italiana, il romanzo sem­bra riman­dare a un certo (fiducioso) neo­re­al­ismo rosa.

Pavone d’altronde ama spu­do­rata­mente il cal­cio, e l’amore è sem­pre più forte di tutto. In questo senso L’eroe dei due mari è un atto d’amore, verso il cal­cio nonos­tante il cal­cio (o almeno quello che è diven­tato). È soprat­tutto ai tifosi che Pavone pensa, ed è a loro che è ded­i­cato il libro: ai «tifosi buoni» (e questo sig­nifica che nel libro non trovano spazio né ultras né vio­lenza). Tifosi rossoblù, anche qui, “minori”, provin­ciali, quelli per cui è sem­pre una ques­tione di salvezza e mai di vit­to­ria, nel cal­cio come nella vita, ma che comunque con­tin­u­ano a tifare, e a (troppo) credere. Più che Luìs Cristaldi, sono loro i pro­tag­o­nisti: Carla, imp­ie­gata pub­blica e fidan­zata poco con­vinta; Armando, ex cal­ci­a­tore ama­to­ri­ale e ora bam­boc­cione dis­oc­cu­pato e depresso; Pino, padre silen­zioso e pre­oc­cu­pato; Max, amico fedelis­simo in fuga verso il Nord; San­tino, usciere e “seg­re­tario par­ti­co­lare” (per le fac­cende di cal­cio) del sin­daco ide­al­ista ma snob Fil­ippo Panìco. È in questa coral­ità sociale per­ifer­ica e nelle pic­cole (dif­fi­cili) sto­rie pri­vate di ognuno, rac­con­tate in par­al­lelo (ma con vari intrecci), che il libro offre i suoi momenti migliori. Il tutto sullo sfondo di una Taranto che è a sua volta per­son­ag­gio.  La Taranto non solo dello Iacov­one (degli spalti), ma dell’Italsider e delle morti bianche, dell’inquinamento, della dis­oc­cu­pazione,  della dif­fi­cile ammin­is­trazione, della rasseg­nazione e dell’orgoglio, della gen­erosità e dell’apatia, di Porto Pir­rone e della Birra Raffo.

Pavone ha il grande pre­gio di una scrit­tura che fa sul serio senza pren­dersi sul serio, che non si guarda mai allo spec­chio, priva di nar­ci­sismi, sem­pre attenta alla trama e ai per­son­aggi, capace di grande umorismo e di una poe­sia del­i­cata. E anche se non tutto fun­ziona (la prima parte risulta un po’ fram­men­tata nel ritmo, men­tre il finale non con­vince appieno, con il “giallo” intorno al trasfer­i­mento di Cristaldi risolto in maniera non par­ti­co­lar­mente plau­si­bile), con questo suo primo romanzo Pavone va in rete. L’eroe dei due mari non è il gol di Maradona con­tro l’Inghilterra, ma nem­meno un gol­lonzo. È un bel gol, di quelli che ti fanno felice e ti danno speranza.

Giu­liano Pavone è nato a Taranto nel 1970 e vive a Milano. Gior­nal­ista, ha pub­bli­cato libri sul cal­cio, sul cin­ema e umoris­tici. L’eroe dei due mari è il suo romanzo d’esordio.

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24

02 2011

Radiazione, di Stefano Jorio

recen­sione di Sil­via Cas­sanelli

«L’Italia sta marcendo in un benessere che è ego­ismo, stu­pid­ità, incul­tura, pet­te­golezzo, moral­ismo, coazione, con­formismo: prestarsi in qualche modo a con­tribuire a questa marcescenza è ora il fas­cismo». Questa è una delle epi­grafi con cui si apre Radi­azione e forse quella che esplicita più chiara­mente i con­tenuti del libro.

Il primo romanzo di Ste­fano Jorio, rac­conta la sto­ria di un trentenne che nel luglio 2004 vince un con­corso per il min­is­tero e va a lavo­rare al Sopa: un luogo quasi fan­tas­tico e oppri­mente che uccide le emozioni umane e che lo scrit­tore definisce «sot­toscala». Il protagonista-narratore entra così in un mondo roves­ci­ato e carnevale­sco. Incon­tra una serie di per­sone che si sono con­for­mate al sis­tema, cioè che sono con­ta­giate dalla radi­azione. Esse sono come dei clown che agis­cono per com­piacere i potenti. Il lin­guag­gio con cui si esp­ri­mono sono urla e grida. Ad esem­pio Nicola, un alcol­iz­zato, una bes­tia con la barba incolta e le occhi­aie, è il lupo cat­tivo della sto­ria. Patti invece, che cam­mina con la gam­bona zoppa, incon­clu­dente, con lei il lavoro diventa «una matassa informe». Viene scher­nita da tutti ma sul suo viso defor­mato è pos­si­bile vedere l’effetto della radi­azione. Oppure Gian­nina la Pazza che porta: «i capelli legati sul cocuz­zolo a pera, a ricadere sulle spalle; le cia­bat­tine rosa, i jeans a tubo cor­tis­simi sulla cav­iglia. Il trucco pesante. È innega­bil­mente all’altezza della sua fama da scema del vil­lag­gio». Il Sopa sovrain­tende a una collezione di quadri di artisti con­tem­po­ranei. Mis­te­riosa­mente queste opere scom­paiono,  a volte anche per poco tempo, ad esem­pio quelle di Funi, Burri o L’Urlo di Munch.

Il pro­tag­o­nista è un osser­va­tore neu­tro e invis­i­bile di questa realtà, cerca di inda­gare e ritrovare i dip­inti scom­parsi, di sco­prire la ver­ità. Ma il traf­fico di opere d’arte è ricon­ducibile alla temi­bile figura di Esse Gi, il Seg­re­tario Gen­erale. Tutto questo groviglio che il per­son­ag­gio prin­ci­pale deve sbrogliare è descritto sullo sfondo degli eventi storici di quegli anni, eventi quali: la beat­i­fi­cazione di Madre Teresa, la morte del Papa, i pacs, Nas­sirya, i «mil­iti sfot­tuti», le bombe al fos­foro, il rapi­mento di Fab­rizio Quat­troc­chi. Tutti eventi che ven­gono vagliati con occhio critico dall’io narrante.

Radi­azione però non è solo un thriller; infatti si intrec­ciano in esso per­son­aggi e sto­rie diverse: il ricordo sem­pre pre­sente e osses­sivo di un amore per­duto e che non potrà mai più real­iz­zarsi, la sto­ria con Wibke e suo figlio Peter all’isola d’Elba, oppure l’amicizia tra­dita di Carl, il teol­ogo omoses­suale del Vat­i­cano, aspi­rante car­di­nale dalla vita davvero sre­go­lata. Anche lui per esem­pio è un’occasione per ass­es­tare qualche colpo alla Chiesa:  «I preti sono come gli attori, infi­lano nei loro dis­corsi brani che hanno imparato a memo­ria», così come lo sono i conoscenti: Gian­luigi il pit­tore che urla o il giap­ponese Carmela. Ci sono poi la bel­lis­sima Elena e “Daniela dei baci” e tante altre uman­ità che con­cor­rono ad anal­iz­zare i rap­porti tra le per­sone nella realtà con­tem­po­ranea, ridotti il più delle volte a uno stato bestiale.

Nel libro si citano inoltre opere ricer­cate come “I Dialoghi” di Pietro Aretino, che ser­vono anch’esse allo scrit­tore per descri­vere l’osceno come chi­ave di accesso alla ver­ità. Il lin­guag­gio infine ha come sua carat­ter­is­tica fon­dante il plurilin­guismo; i per­son­aggi si esp­ri­mono tal­volta in inglese, tedesco, spag­nolo, latino, in romanesco e ovvi­a­mente in ital­iano, e anche la costruzione del ritmo nar­ra­tivo priv­i­le­gia decisa­mente la paratassi, gra­zie alla quale anche le digres­sioni e le descrizioni  pre­senti nel testo finis­cono per rius­cire agili agli occhi del lettore.

Ste­fano Jorio è nato nel 1971. Ha lavo­rato e vis­suto in Italia, Inghilterra, Aus­tralia e Israele. Attual­mente vive e lavora in Germania.

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14

02 2011