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Radiazione, di Stefano Jorio

recen­sione di Sil­via Cas­sanelli

«L’Italia sta marcendo in un benessere che è ego­ismo, stu­pid­ità, incul­tura, pet­te­golezzo, moral­ismo, coazione, con­formismo: prestarsi in qualche modo a con­tribuire a questa marcescenza è ora il fas­cismo». Questa è una delle epi­grafi con cui si apre Radi­azione e forse quella che esplicita più chiara­mente i con­tenuti del libro.

Il primo romanzo di Ste­fano Jorio, rac­conta la sto­ria di un trentenne che nel luglio 2004 vince un con­corso per il min­is­tero e va a lavo­rare al Sopa: un luogo quasi fan­tas­tico e oppri­mente che uccide le emozioni umane e che lo scrit­tore definisce «sot­toscala». Il protagonista-narratore entra così in un mondo roves­ci­ato e carnevale­sco. Incon­tra una serie di per­sone che si sono con­for­mate al sis­tema, cioè che sono con­ta­giate dalla radi­azione. Esse sono come dei clown che agis­cono per com­piacere i potenti. Il lin­guag­gio con cui si esp­ri­mono sono urla e grida. Ad esem­pio Nicola, un alcol­iz­zato, una bes­tia con la barba incolta e le occhi­aie, è il lupo cat­tivo della sto­ria. Patti invece, che cam­mina con la gam­bona zoppa, incon­clu­dente, con lei il lavoro diventa «una matassa informe». Viene scher­nita da tutti ma sul suo viso defor­mato è pos­si­bile vedere l’effetto della radi­azione. Oppure Gian­nina la Pazza che porta: «i capelli legati sul cocuz­zolo a pera, a ricadere sulle spalle; le cia­bat­tine rosa, i jeans a tubo cor­tis­simi sulla cav­iglia. Il trucco pesante. È innega­bil­mente all’altezza della sua fama da scema del vil­lag­gio». Il Sopa sovrain­tende a una collezione di quadri di artisti con­tem­po­ranei. Mis­te­riosa­mente queste opere scom­paiono,  a volte anche per poco tempo, ad esem­pio quelle di Funi, Burri o L’Urlo di Munch.

Il pro­tag­o­nista è un osser­va­tore neu­tro e invis­i­bile di questa realtà, cerca di inda­gare e ritrovare i dip­inti scom­parsi, di sco­prire la ver­ità. Ma il traf­fico di opere d’arte è ricon­ducibile alla temi­bile figura di Esse Gi, il Seg­re­tario Gen­erale. Tutto questo groviglio che il per­son­ag­gio prin­ci­pale deve sbrogliare è descritto sullo sfondo degli eventi storici di quegli anni, eventi quali: la beat­i­fi­cazione di Madre Teresa, la morte del Papa, i pacs, Nas­sirya, i «mil­iti sfot­tuti», le bombe al fos­foro, il rapi­mento di Fab­rizio Quat­troc­chi. Tutti eventi che ven­gono vagliati con occhio critico dall’io narrante.

Radi­azione però non è solo un thriller; infatti si intrec­ciano in esso per­son­aggi e sto­rie diverse: il ricordo sem­pre pre­sente e osses­sivo di un amore per­duto e che non potrà mai più real­iz­zarsi, la sto­ria con Wibke e suo figlio Peter all’isola d’Elba, oppure l’amicizia tra­dita di Carl, il teol­ogo omoses­suale del Vat­i­cano, aspi­rante car­di­nale dalla vita davvero sre­go­lata. Anche lui per esem­pio è un’occasione per ass­es­tare qualche colpo alla Chiesa:  «I preti sono come gli attori, infi­lano nei loro dis­corsi brani che hanno imparato a memo­ria», così come lo sono i conoscenti: Gian­luigi il pit­tore che urla o il giap­ponese Carmela. Ci sono poi la bel­lis­sima Elena e “Daniela dei baci” e tante altre uman­ità che con­cor­rono ad anal­iz­zare i rap­porti tra le per­sone nella realtà con­tem­po­ranea, ridotti il più delle volte a uno stato bestiale.

Nel libro si citano inoltre opere ricer­cate come “I Dialoghi” di Pietro Aretino, che ser­vono anch’esse allo scrit­tore per descri­vere l’osceno come chi­ave di accesso alla ver­ità. Il lin­guag­gio infine ha come sua carat­ter­is­tica fon­dante il plurilin­guismo; i per­son­aggi si esp­ri­mono tal­volta in inglese, tedesco, spag­nolo, latino, in romanesco e ovvi­a­mente in ital­iano, e anche la costruzione del ritmo nar­ra­tivo priv­i­le­gia decisa­mente la paratassi, gra­zie alla quale anche le digres­sioni e le descrizioni  pre­senti nel testo finis­cono per rius­cire agili agli occhi del lettore.

Ste­fano Jorio è nato nel 1971. Ha lavo­rato e vis­suto in Italia, Inghilterra, Aus­tralia e Israele. Attual­mente vive e lavora in Germania.

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14

02 2011

Il figlio del figlio, di Marco Balzano

recen­sione di Cinzia Buono

Il figlio del figlio è Nicola, inseg­nante pre­cario ven­ti­sei­enne che si imbarca in viag­gio verso la terra natale dei suoi padri. C’è Ric­cardo, gen­i­tore bio­logico, e poi Leonardo, il nonno, chiam­ato “babbo” sia dal figlio che dal nipote. Ric­cardo è emi­grato a Milano dalla natia Bar­letta ancora ado­les­cente. All’età di Nicola era già padre, già uomo, e non sa come rap­por­tarsi con quel figlio che ancora stu­dia, che ancora non riesce a trovare un impiego sta­bile, che «appena si pre­senta un prob­lema si infila nei bar». Nonno Leonardo, con­tadino «grosso e forte come un guer­riero» invece riesce a vedere in lui non più Nicol­ino, il bam­bino cui con­cedeva di «andare lon­tano» con la bici­cletta, ma il pro­fes­sore Nicola Russo, con cui riesce a par­lare, a rac­con­tar­gli di come riesca a man­tenere viva la pas­sione per  la cam­pagna anche nella per­ife­ria milanese.

I tre partono alla volta della casa al mare, da anni fonte di dis­s­apori famil­iari. Babbo ha deciso di venderla, senza con­sid­er­are le oppo­sizioni dei famil­iari. Il con­flitto gen­er­azionale padre-figlio vive nel rap­porto tra Nicola e Ric­cardo, e in quello tra Ric­cardo e Leonardo, e com­porta una pesante inco­mu­ni­ca­bil­ità; il gio­vane aspi­rante pro­fes­sore è ben con­sapev­ole che «della mia estraneità, della mia soli­tu­dine, di tutto il pan­tano in cui mi sem­brava di cam­minare loro non sape­vano niente».

La voce dis­in­can­tata di Marco Balzano ci accom­pa­gna in questo viag­gio alla ricerca delle radici famil­iari, dei luoghi della giovinezza o dell’infanzia. La strut­tura del romanzo pre­senta infatti fre­quenti flash­back, che sca­v­ano nel pas­sato dei pro­tag­o­nisti: i ricordi di guerra di Leonardo, la gioventù di Ric­cardo, ven­tunenne e già padre, le estati di Nicola ragazz­ino nella casa al mare; tre mondi, tre epoche diverse.

Marco Balzano pone con garbo l’accento sugli effetti di quell’emigrazione che ha seg­nato le vite di migli­aia di ital­iani. Il modo di vedere la vita muta di gen­er­azione in gen­er­azione: il mondo con­tadino della giovinezza di Leonardo già per suo figlio Ric­cardo non esiste più, cat­a­pul­tato fin da ado­les­cente nella grande città. Alla terza gen­er­azione  Bar­letta non è più nient’altro che un’atmosfera, un vago ricordo raf­forzato dai rac­conti in dialetto del padre e del nonno. Il dialetto nel testo si intravede appena, in qualche topon­imo o nei sopran­nomi, a tes­ti­mo­ni­are la com­pe­tenza pas­siva di Nicola, «ultimo tes­ti­mone di questo bilin­guismo». La nuova gen­er­azione non conoscerà quel mondo, avrà perso il con­tatto con quelle radici lon­tane; per­ciò Nicola si ritrova a «tradurre per capire  quello che ancora mi appar­tiene. Quello che è mio nonos­tante sia soltanto un rif­lesso», per poter costru­ire il suo futuro, senza però dimen­ti­care il passato.

Marco Balzano vive e insegna a Milano. Scrive su riv­iste di let­ter­atura, poe­sia e cul­tura gen­erale. Ha pub­bli­cato nel 2007 per Lieto­Colle la rac­colta di poe­sie Par­ti­co­lari in con­trosenso (Pre­mio Goz­zano 2007 e seg­nalazione Pre­mio Mon­tano 2008). Per Mar­silio il sag­gio I con­fini del sole. Leop­ardi e il Nuovo Mondo (già Pre­mio “Tesi di lau­rea” per il Cnsl di Reca­nati nel 2005).

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08

02 2011

Il farmaco, di Gilda Policastro

recen­sione di Maria Murante

«Si torna da lag­giù come dall’inferno, l’aria di fuori, dei vivi, sem­bra irres­pirabile: si fat­ica a cam­minare, ci si è por­tati dietro qual­cosa che non si capisce, che ricapiterà prima o dopo. A te».

Sem­bra di imbat­tersi nell’Inferno dan­tesco, di cat­a­pul­tarsi in un uni­verso dom­i­nato dalle osses­sioni e dall’odore della morte leggendo Il far­maco, romanzo d’esordio di Gilda Poli­cas­tro. Un clima claus­tro­fo­bico, al quale è dif­fi­cile trovare una via d’uscita che non sia appunto il far­maco, soluzione nec­es­saria per lib­er­arsi di quell’odore, della paura, delle cor­sie d’ospedale, degli sguardi attoniti e pieni di sper­anza dei familiari.

Enza, una sem­plice infer­miera di provin­cia, diventa – per la sua con­tur­bante bellezza – l’ossessione di Bar­damu – pri­mario dell’ospedale. La vita di questi due per­son­aggi si intrec­cia con quella dei pazi­enti, di Mario – mar­ito vio­lento e abi­tu­di­nario di Enza, e con quella dei famil­iari. La rou­tine di entrambi sarà rotta in modo quasi inevitabile dalla per­ver­sione: i due mostr­eranno la dol­cezza e la vio­lenza, la bontà e la crudeltà, la pietà e la cat­tive­ria fine a sé stessa nella ricerca della cura, del far­maco che potrebbe aiu­tarli ma che invece li farà soccombere.

Il susseguirsi degli eventi dunque, così come i per­son­aggi che reg­nano i gironi di questo nuovo inferno si muovono in maniera osses­siva, senza un ordine pre­ciso e il let­tore si sente insp­ie­ga­bil­mente coin­volto, divo­rato dall’angoscia nar­ra­tiva del testo.

Il far­maco è quindi  assieme rime­dio e veleno: «Quello che la salva è quello che l’ammazza», si legge nel testo quasi a voler affer­mare che non esiste una via d’uscita che possa con­durre alla seren­ità, a quell’anelata tran­quil­lità che tutti i per­son­aggi rin­cor­rono senza sosta senza mai raggiungerla.

Il ritmo della nar­razione – con­tin­u­a­mente seg­nata da flash­back – diventa per il let­tore una sorta di discesa agli inferi alla quale pro­prio non riesce ad opporsi. La let­tura rap­p­re­senta la pos­si­bil­ità o la neces­sità di met­tersi a nudo con le pro­prie osses­sioni, le manie, le per­ver­sioni e le paure che gov­er­nano l’animo umano.

Il sesso, la malat­tia, la morte, la vio­lenza sem­brano quasi coin­cidere in un’unica dimen­sione in cui è dif­fi­cile fare chiarezza: mondo onirico e mondo reale si fon­dono in una sola realtà spi­az­zando il let­tore e al tempo stesso cat­a­pul­tan­dolo in un vor­tice di emozioni che stordisce, angos­cia. Non a caso, la Poli­cas­tro intro­duce alla let­tura con una citazione da Grod­deck: amare è al con­tempo cura e sof­ferenza, per sé e per l’amato. E allora che si capisce che la vita è un loop che ci incatena, in cui regna l’impossibilità di un cam­bi­a­mento, un’inettitudine che attanaglia i per­son­aggi e il let­tore. Un viag­gio nelle zone d’ombra dell’umano, nelle sue ambivalenze, nelle debolezze. La vita e la morte, la salute e la malat­tia non sono altro che stereotipi, il con­fine che le divide è labile, impercettibile.

A liv­ello stilis­tico poi il testo pre­senta un’alternanza di lirico – che rimanda alla let­ter­atura clas­sica, e pro­saico che a volte ricorda la modal­ità nar­ra­tiva tipica di Chuck Palah­niuk. E anche la strut­tura nar­ra­tiva è molto com­p­lessa, quasi a voler rispec­chiare la cor­rispet­tiva com­p­lessità della mate­ria. Il libro, infatti, è diviso in dieci sezioni, cias­cuna delle quali, a sua volta, divisa in para­grafi numerati pro­gres­si­va­mente: Intro (cos­ti­tuita da tre para­grafi), Bar­damu (quindici para­grafi), Il cieco (sette para­grafi), Enza (sette para­grafi), Inter­mezzo (tre para­grafi), Mario (otto para­grafi), Enza più Mario (dod­ici para­grafi), La dot­toressa (otto para­grafi), Bar­damu più Emma (dod­ici para­grafi), Epi­l­ogo (sei para­grafi). Con­siderando l’Intermezzo e l’Epilogo sono sette capi­toli, pro­prio come i libri della Recherche di Proust.

Gilda Poli­cas­tro è asseg­nista di ricerca presso l’Università di Peru­gia. È redat­trice della riv­ista «Alle­go­ria» e col­lab­ora con «Alias», «Lib­er­azione», «L’Indice dei Libri del mese», «l’immaginazione». Ha pub­bli­cato i volumi In luoghi ulte­ri­ori. Catabasi e par­o­dia da Leop­ardi al Nove­cento (Gia­r­dini, Roma-Pisa 2005) e San­guineti (Palumbo, Palermo 2009), oltre ad arti­coli su Dante, Leop­ardi, Piran­dello, Man­ganelli, Pasolini, Leonetti, Balestrini. Ha esor­dito come poet­essa a Romapoe­sia e Ricer­caBo 2007. È stata final­ista del Pre­mio Delfini 2009, la sua sil­loge Sta­gioni e altre è edita nel Dec­imo Quaderno di Poe­sia di Mar­cos y Mar­cos (2010). Di prossima pub­bli­cazione per le edi­zioni d’if il poemetto La famiglia felice, vinci­tore dell’edizione 2009 del Pre­mio Mazzacurati-Russo. Il far­maco è il suo romanzo d’esordio.

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03

02 2011

Flavio Santi e Luminol a Fahrenheit

Oggi alle ore 17 sin­toniz­za­t­evi su Rai Radio 3: la trasmis­sione Fahren­heit con­dotta da Loredana Lip­perini ospiterà Flavio Santi per par­lare del suo “Aspetta pri­mav­era, Lucky” (col­lana Lumi­nol — Edi­zioni Socrates)


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02

02 2011

esce “Aspetta primavera, Lucky” di Flavio Santi, romanzo breve che inaugura la collana Luminol delle Edizioni Socrates

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26

01 2011