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Menami, mamma, di Gianpiero Milanetti
recensione di Milena Aquilanti
Sullo scenario della periferia romana, alla fine degli anni Settanta, trascorre la vita di Carletto, il protagonista di Menami, mamma.
Ultimogenito di una famiglia numerosa, il bambino racconta in maniera schietta, a volte anche un po’ cruda, una sua giornata, facendo intuire al lettore la costante ripetizione di eventi ed emozioni.
I primi approcci con il sesso, il confronto con i compagni di scuola e dell’oratorio, sono lo sfondo nel quale si muove l’intero racconto; ma il vero cuore del romanzo sta nella vita familiare e nelle relazioni affettive.
Carletto cerca disperatamente l’approvazione della madre, donna furiosa e malmaritata, che riversa con vessazioni e punizioni, anche corporali, il disgusto e l’insoddisfazione per la propria vita. La donna si lamenta costantemente del marito, criticandolo aspramente davanti ai figli e minacciando di ucciderlo con il «coltello che taglia», tuttavia la notte ne subisce, senza ribellarsi, gli approcci, incurante del fatto che il piccolo protagonista dorma nella loro stessa stanza.
Oscurato da due fratelli maggiori che lo vessano con i loro dispetti, ignorato dalla sorella, che trascorre le sue giornate mangiando per sopperire alla mancanza di affetto, Carletto vive con il solo scopo di aggiudicarsi il favore della madre, imitando anche il fratello maggiore nell’implorare di essere frustato per espiare le sue colpe, e arrivando addirittura a pensare di poter uccidere il padre pur di compiacerla.
Un romanzo avvincente Menami, mamma, scritto con un linguaggio semplice e colorito, e che sa ben mostrare tra le sue pieghe, il disagio delle famiglie della piccola borghesia romana sul finire degli anni Settanta.
Gianpiero Milanetti ha scritto per Il Messaggero, Il Tempo, Il Gazzettino di Venezia e Il Giornale, di cultura, spettacolo e cronaca. Insegna inoltre lettere in una scuola media di Roma. Menami, Mamma è il suo romanzo d’esordio.
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20
01 2011
Nel cemento, di Mascia Di Marco
recensione di Tamara Baris

Quella di Mascia Di Marco è una scrittura precisa che restituisce una realtà sociale fedele. Nel cemento racconta infatti una storia ambientata in un posto di provincia che è unico ma uguale a tanti, in cui vivono personaggi ordinari che galleggiano in un’atmosfera di abbandono esistenziale e indifferenza (il «sonno ipnotico» del cognato; la sorella che «si parla addosso»; «l’effetto narcotico» che si respira a casa loro ), ormai disillusi dall’amore e dalla vita, cliché imprigionati in falsi equilibri, sempre in bilico, precari su esistenze inesistenti.
La narrazione comincia con la morte (un suicidio, sembrerebbe) del padre, finito in una storia di usura. Da qui, il ritorno di Giulia a quello che era il suo mondo che ritroverà sempre uguale, fisso nella sua immobilità familiare.
Accanto alla protagonista – macchia di vita su uno sfondo grigio come i palazzi seminati lungo la costa dalla speculazione edilizia – coi feticci della sua generazione («canto a squarciagola Rosemary Plexiglass degli Scisma»; «inserisco un vecchio cd di David Bowie»), ci sono, infatti, uomini e donne a metà: personaggi presenti ma mancanti, tra il loro non-essere e il loro apparire. Tra questi, Bindi: marito con la voglia banale di tradire e poliziotto diviso tra la difesa della legge e quella inerziale dell’equilibrio del potente di turno. Poi, Laura, sorella di Giulia e moglie del «deficiente» («il deficiente non ha nome»), col desiderio di poter essere madre e la maschera dell’essere moglie. E, ancora: la madre della protagonista, imprigionata nella sua ripetitività di moglie tradita (poi vedova) tra azioni sempre uguali in cui neanche una virgola riesce a entrare («non faceva altro che spostare sistemare rappezzare stirare ripulire detergere ricamare sferruzzare»).
Le descrizioni dei personaggi sono efficaci: il tipo-Bindi, il «barista alla Willy»; quelle dei luoghi del romanzo attente, anche agli odori degli ambienti: l’«odore nauseante di incenso e profumo alla vaniglia»; il «tanfo di sudore vecchio e di polvere seccata al sole», «l’odore della domenica». I flashback che spezzano il fluire del racconto sono brevi ma precisi.
Le sue immagini chiare, foto ad alta sensibilità, scattate in un’atmosfera buia, sono la vera forza di questa scrittura: delle macro scrupolose che colgono ogni microdettaglio: «la carne saltella sulla ghisa e le verdure sfrigolano, schizzettando il loro sugo oleoso sulle mattonelle di ceramica». Zoomate tra le pagine di una storia che dura il tempo di un’estate asfissiante che toglie il respiro come l’aria di indifferenza in cui tutti sono immersi: a nuotare sono in pochi, forse solo Giulia (che è un po’ l’impotente «Major Tom» della canzone Space Oddity posta in esergo al romanzo) e il giornalista Mimmo Marchesi, una figura fulminea che compare poco ma che è importante, nella storia di Giulia e di suo padre, soprattutto.
Il ritmo (veloce) è dato da una sintassi che predilige la coordinazione; dagli attacchi che si ripetono identici (quell’«io odio le chiese» nelle prime pagine, tra gli altri); da un andamento che ricalca spesso le movenze del parlato e ne riproduce i moduli («oggi ho voglia di prepararla io, la colazione»); da una punteggiatura prosodica ed essenziale che si spezza in frasi brevi fino a contenere un unico elemento separato da tutto, inciso nello spazio tra due punti fermi («Piove»).
Efficaci, poi, le similitudini che compaiono nel testo: «il golfo si chiude come il gomito di un ubriaco»; i rapporti si sgretolano «come l’intonaco d’una vecchia stanza che perde un pezzetto di calce al giorno». Qualche frase a effetto cattura il lettore che si ferma un attimo: «i segreti non esistono, siamo noi che non vogliamo vedere le cose come stanno»; «la paura del rimpianto deve essere più forte del dubbio di commettere una pazzia».
Il senso della misura mitiga qualche imperizia (forse falsa) perché, se in qualche punto lo stile e la storia toccano qualche punta di banalità, l’autrice rientra nel suo modo di impacchettare il reale: taglia bruscamente, come fa dopo la tirata nostalgica sulla sua passata storia d’amore, interrompendo con un secco «fa male, l’amore, quando non si ama più».
Mascia Di Marco dunque col suo stile volutamente medio e con uno sguardo sensibile, senza fronzoli, riesce a catturare il lettore e si fa leggere dall’inizio della sua storia breve fino a una fine che in fondo è una fine a metà.
Mascia Di Marco ha trentasette anni e vive in Abruzzo, a Vasto, dove lavora in un negozio e fa la dj di musica elettronica. È presente nell’antologia Quote rosa. Donne, politica e società nei racconti delle ragazze italiane (Fernandel, 2007). Nel cemento è il suo primo romanzo.
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10
01 2011
Sangue di cane, di Veronica Tomassini
Quando nasce una nuova casa editrice (Laurana) e con lei una collana (Rimmel), il primo libro è in un certo senso un libro magico, e proprio per questo sempre il benvenuto. Ma poi ci deve essere anche il libro. E nel caso di Sangue di cane, romanzo d’esordio di Veronica Tomassini, il libro c’è eccome.
Una giovane di Siracusa, la protagonista, si innamora di un polacco, l’alcolizzato Slawek, che per sopravvivere mendica ai semafori. Tra la ragazza e l’uomo, con un passato in patria fatto di violenze e di un matrimonio andato a male, si incuba un amore viscerale, totalizzante, che ha come scenari quotidiani il parco pubblico, tra risse e retate, la Caritas cittadina, grotte maleodoranti, case occupate, vagoni morti e il bar dei polacchi. Nel futuro però c’è anche la luce grezza della nascita del piccolo Grzegorz, occasione forse per Slawek, nel frattempo entrato in una comunità di recupero, per poter smettere di essere solo un «sangue di cane», distillato di dolore, vodka e orgoglio polacco.
La materia del romanzo, sin dalle prime righe, è sempre prossima a un nucleo incandescente di Eros e Morte; non esiste una periferia, sia nei vari personaggi che nelle loro storie. E questo si rende possibile attraverso le scelte di taglio che la Tomassini fa per il suo romanzo, a partire dai tempi verbali che usa e alterna con maestria per dare una sensazione di continuum narrativo anche quando ritorna nel passato e fa uso del flashback, per poi continuare con la decisione di scrivere tutto il libro assecondando un io narrante, che poi è la protagonista femminile; un io mai ingombrante, anche se sempre presente, un vero miracolo di misura del raccontare, un io forte, coraggioso, ma anche o forse proprio per questo dilaniato e instabile, triste per sua natura e aggredito dalle proprie manie, dall’ansia, dal panico e dai sedativi.
«[…] Pecchiamo per amore, davvero. Pure gli avventori dei centri commerciali peccano per amore. Vanno in overdose di tonno in scatola tre per due, di impianti hi-fi e iPod ultima generazione, per consolarsi e allettare, postulando così, né più né meno di Klauss, di Ula o Tereza, attenzione, commiserazione, una qualsiasi empatia utile a racimolare un derivato dell’amore. Postulare amore, rendersi appetibili per l’amore. E anche l’alcol per te lo era amore. Scaldava le tue mortificazioni, trasformando in levità ogni bruttezza».
Veronica Tomassini, siciliana di origini umbre, scrive sul quotidiano «La Sicilia» dal 1996. Sangue di cane è il suo primo romanzo.
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03
01 2011
Il sole negli occhi, di Daniela De Prato

recensione di Daniela De Simoni
«Ho capito che non è la felicità l’obiettivo, sai Viola? Non per niente il viaggio è una delle metafore più abusate per riferirsi alla vita. Spesso si dice che del viaggio non è importante la meta, quanto la strada percorsa per raggiungerla. Qualche volta, oppure spesso, bisogna rinunciare alla felicità perché l’obiettivo è seguire il nostro percorso». Il percorso è quello raccontato da Ariele, protagonista de Il sole negli occhi, romanzo d’esordio dell’udinese Daniela De Prato.
Ariele, scrittrice affermata, vive a Bologna. La promozione del suo ultimo libro la porta nella sua città natale, dove studia e vive la figlia Viola. Ma è proprio lì che Ariele si trova di fronte a un fatto inaspettato, Viola è scomparsa senza lasciare traccia. Nelle stanze vuote dell’appartamento di Viola Ariele, con incessante determinazione, inizia un lungo viaggio interiore, in cui i ricordi riaffiorano con determinata lucidità e con l’esigenza di una risposta a quanto accaduto.
Ariele ripercorre gli ultimi venti anni della sua vita, scandaglia le proprie scelte, quello che è stato e quello che poteva essere, cercando di individuare in quelle scelte le possibili cause della crisi che ha sconvolto Viola a tal punto da farle desiderare di allontanarsi da tutto e da tutti.
Quello che poteva essere e non è stato è in realtà il rapporto di Ariele con Pietro, il padre di Viola, a cui la protagonista è legata dal ricordo di un profondo amore che si è interrotto prima ancora che Viola nascesse. Cosa sarebbe successo se l’amore con Pietro fosse continuato? Ariele racconta alla figlia assente i fatti accaduti con un linguaggio nuovo, parlandole col cuore e la mente aperti, cercando un suo riscontro o forse un’assoluzione.
Il tono serrato, la lucidità nell’esaminare gli avvenimenti, lo stupore delle scoperte, l’assenza palpabile di Viola e le presenze degli altri tengono il lettore col fiato sospeso fino alla fine, quando l’esito inaspettato fornirà la risposta risolutiva.
Daniela De Prato è nata a Udine dove lavora in ambito museale e collabora alla realizzazione di video-documentari con l’Associazione Officine Visive di Tolmezzo. Scrive sul periodico del Comitato Tina Modotti «Perimmagine». Con alcuni racconti brevi ha vinto il premio «Leggimontagna» e il «Maddaloni — Città degli Angeli».
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