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	<description>il blog degli esordienti</description>
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		<title>Non dimenticare la rabbia, di Marco Capoccetti Boccia</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 08:14:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Trabalzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.luminol.it/luminol/wp-content/uploads/2010/03/198A.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-234" title="198A" src="http://www.luminol.it/luminol/wp-content/uploads/2010/03/198A.jpg" alt="" width="180" height="270" /></a><a href="http://www.agenziax.it/?pid=33&#038;sid=30">Non dimenticare la rabbia</a></em> solo in apparenza è un libro sul calcio: maleducato, aspro, urlato; istantanea di una realtà che continua ad offenderci, affronta un decennio, che va dall’89 al ’99, e che non è ancora stato raccontato del tutto, e Marco Capoccetti Boccia sa farlo con la vivacità di chi l’ha vissuto dall’interno.</p>
<p>Le dodici storie che compongono il libro, sono raccontate con un linguaggio che asseconda la materia: crudo, capace di donare al lettore il ritratto di un Paese spaccato e in perenne conflitto. Per la maggior parte ambientato nella periferia romana, margine confuso e ferito, da cui proviene il protagonista, un giovane diciassettenne ultras.</p>
<p>Ma per lui la curva è una dimensione di lotta e di contestazione, un mondo in cui per esistere bisogna essere sempre in prima linea. Tanto è vero che la trasferta a Milano avviene solo per vendicare Antonio De Falchi ucciso dai tifosi rossoneri nell’ ’89. Capoccetti Boccia, perciò, ci porta in un mondo in cui le città sono barricate e gli stadi trincee, e quella della battaglia rappresenta l’unica strada possibile per la sopravvivenza.<span id="more-233"></span></p>
<p>La componente politica è centrale e molti degli episodi riportano vicende realmente accadute, altre, invece, subiscono un trattamento romanzesco; tanto per fare due esempi: al primo tipo appartiene la protesta contro la svendita di Ocalan del governo D’Alema; a quello fantastico, gli agenti sparano agli “elfi” durante uno scontro avvenuto al cimitero del Verano – così come accadde nel 1980 durante il funerale di Valerio Verbano, ragazzo assassinato da tre estremisti di destra.</p>
<p>Eroe politicizzato, dunque, indignato per la progressiva “fascistizzazione” della curva Sud. Eroe sconfitto, che non sa assecondare il potere, eppure sempre pronto a combattere corpo a corpo contro tutto quanto rappresenti l’autorità e il potere, e la cui ribellione non è fine a se stessa: è rabbia sana, è azione utopica.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Marco Capoccetti Boccia</strong> è nato a Roma, dove vive e lavora. <em>Non dimenticare la rabbia</em> è il suo primo romanzo.</p>
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		<title>i Cariolanti, di Sacha Naspini</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 11:48:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Nicosia</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima guerra mondiale, Bastiano ha nove anni e si nasconde con la madre e il padre disertore dentro un buco scavato nel bosco della campagna toscana: «ce ne stiamo tutti e tre qui, al buio, in silenzio», racconta Bastiano, «durante il giorno parliamo poco, ci siamo abituati a farlo a fil di voce. Con te [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://lh3.ggpht.com/_tWhdkXCuSRU/SvRT2GgqoOI/AAAAAAAAAuo/QOi4413Y3vY/s512/icariolanti.jpg" alt="" width="330" height="512" />Prima guerra mondiale, Bastiano ha nove anni e si nasconde con la madre e il padre disertore dentro un buco scavato nel bosco della campagna toscana: «ce ne stiamo tutti e tre qui, al buio, in silenzio», racconta Bastiano, «durante il giorno parliamo poco, ci siamo abituati a farlo a fil di voce. Con te lo faccio da dentro, senza muovere la bocca, ma con loro non posso.» É lui il protagonista de <em><a href="http://www.elliotedizioni.com/catalog/title/title_card.php?title_id=98">i Cariolanti </a></em>di Sacha Naspini edito per la collana Heros di Elliot.</p>
<p>Dentro quel fosso non è facile sopravvivere, l’indigenza è così forte che, una volta, d’inverno è costretto a mangiare un pezzo della gamba della madre. Al termine della guerra, Bastiano e la sua famiglia cercano di rifarsi una vita, ricostruiscono una casa poco fuori il paese, prendono il cognome Cariolante: ma non basta per avere una dignità, in giro si dice «che mangiano i gatti». Bastiano cresce ma parla poco, sembra ritardato, trova lavoro come garzone dello stalliere e una ragazza si invaghisce di lui. Il peggio sembra passato, e invece arrivano altre atrocità sulla quale l’autore, in qualche punto della narrazione, indugia eccessivamante.</p>
<p><span id="more-226"></span>Sacha Naspini non racconta un mondo contadino, integro, buono, portatore di valori, ma descrive la brutalità dell’uomo al limite della condizione di dignità che agisce naturalmente verso la sopravvivenza.</p>
<p>Arriva anche la seconda guerra mondiale, i campi di concentramento nei quali Bastiano viene deportato: e allora si capisce che la crudeltà è anche della Storia, nessuno è al riparo, anzi, il miserabile è il più propenso a commetterla, ma forse il meno colpevole. Quasi fosse cominciato uno slittamento dell’uomo verso la bestia, anzi un sorpasso nel territorio dell’efferatezza: «Tanto lo sapevo che le bestie sono meglio delle persone» dice Bastiano.</p>
<p>La scrittura algida fa da contrasto all’orrore delle scene. I tredici capitoli sono dei lunghi monologhi interiori, in cui Bastiano rivolge il suo racconto, di volta in volta, al lettore, a un maiale, alla madre , al suo babbo, che a volte è un «babbaccio infame».</p>
<p>Lo stile riproduce i calchi del parlato toscano, con una scrittura concreta e densa; con molte espressioni tipiche dell’oralità come il «che» polivalente, l’uso di «tipo» al posto di «come» per le similitudini o «e tutto» per terminare le elencazioni. Tuttavia, l’efficacia e l’unità dello stile non celano alcune forzature nella trama, soprattutto nei capitoli in cui Naspini utilizza altre fonti narrative come diari, o rapporti medici. Di grande impatto, invece, il finale, in cui il protagonista a cinquantadue anni ritorna nella foresta, dentro la buca in cui ha imparato la crudeltà implicita della vita, e chiude il cerchio della sua esistenza.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Sacha Naspini</strong>: autore versatile, i cui temi spaziano dall’ horror alla narrativa contemporanea (Il risultato, Never alone, Cento per cento). In alcuni casi ricorda in parte la scrittura di Carlo Cassola (L’ingrato), ma in altri lavori si avverte una certa ispirazione noir (I sassi) — quest’ultima opera citata, è stata spesso accostata ad alcune pubblicazioni di Giorgio Scerbanenco. Esordisce definitivamente nel panorama editoriale mainstream nell’ottobre 2009, con il romanzo<em> i Cariolanti</em>, per la Elliot edizioni.</p>
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		<title>Zoo col semaforo, di Paolo Piccirillo</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 11:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro De Santis</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[Paolo Piccirillo ambienta il suo romanzo di esordio per la collana Gog di Nutrimenti nella provincia di Caserta, nei luoghi dove è nato, e dove le vite di Carmine e di Salvatore fatalmente si incontrano.
Carmine ha settant’anni, è vedovo e gestisce quattro campi da calcetto. Da quando il figlio adolescente è stato ucciso da un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.luminol.it/luminol/wp-content/uploads/2010/02/zoo_cover.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-222" title="zoo_cover" src="http://www.luminol.it/luminol/wp-content/uploads/2010/02/zoo_cover-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" /></a>Paolo Piccirillo ambienta il suo romanzo di esordio per la collana Gog di Nutrimenti nella provincia di Caserta, nei luoghi dove è nato, e dove le vite di Carmine e di Salvatore fatalmente si incontrano.</p>
<p>Carmine ha settant’anni, è vedovo e gestisce quattro campi da calcetto. Da quando il figlio adolescente è stato ucciso da un pit bull, non fa altro che leggere un manoscritto opera del padrone del cane assassino. E poi ripulisce dagli animali che vengono investiti, il tratto della tangenziale Aversa-Napoli dove c’è la lapide del suo ragazzo.</p>
<p>Salvatore, invece, in realtà si chiama Slator, ed è un clandestino albanese. Lavora in un negozio di animali, e un giorno il suo pit bull ferisce il figlio di Ettore, un tipo assai poco raccomandabile. Senza alcuna colpa e altrettanta possibilità di passare inosservato – per via di una malattia che gli sfigura metà del volto – Salvatore andrà incontro alla vendetta di Ettore, con l’incredula remissione di chi è ingoiato dalle sabbie mobili dei complessi riti di una terra non sua.</p>
<p><span id="more-221"></span><em><a href="http://www.nutrimenti.net/">Zoo col semaforo</a></em> è una storia nelle cui pieghe risuona profonda la eco dell’umanità: «Il dolore non si sceglie o si conosce prima, arriva quando vuole. E si fanno tante cose nella sofferenza: si mangia, si beve, si piange, si spera, si pensa. Ma in realtà non si fa nulla. Tranne questo: obbedire al dolore stesso». A parlare però al posto dell’uomo sono gli animali, la loro forza arcaica e misteriosa: cani, gatti, pappagalli, cavalli, falchi, ma anche anatre, sogliole, zecche, polipi, granchi e acciughe.</p>
<p>Il ventitreenne Piccirillo movimenta una narrazione solo apparentemente frastagliata, attraverso un uso davvero efficace del flashback; e supera così ampliamente i rari passaggi in cui si lascia vincere dalla tentazione di dichiarare piuttosto che di raccontare. Una voce, la sua, che nei suoi migliori momenti, come quello dedicato al <em>falcopensiero</em>, può ricordare l’ostinato nitore di Dino Buzzati e che più volte riesce, nell’arco di poche parole, a parlare al lettore dei suoi istinti più profondi: «Il mare si calmò. La sabbia ritornò come sempre, compatta. La sogliola rossa si allontanò dallo scoglio e riprese a sfiorare la sabbia, ma a lei non bastava appiattirsi. Poco dopo riprese a scavarsi un posto».</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Paolo Piccirillo</strong> (1987) è nato a Santa Maria Capua Vetere in provincia di Caserta. Dopo aver studiato Filosofia a Firenze si è trasferito a Roma dove lavora nel campo del cinema. <em>Zoo col semaforo</em> è il suo primo romanzo.</p>
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		<title>Acciaio, di Silvia Avallone</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 09:25:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione di Flavio Santi, tratta dalla rubrica dei libri da Gli Altri, il nuovo settimanale diretto da Pietro Sansonetti, del 12 febbraio 2010.
Secondo noi un romanzo, per essere tale, deve superare la “prova treno”, cioè si deve far leggere di filato stando scalcagnati, la mattina presto o il pomeriggio tardi, in una carrozza di seconda, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://4.bp.blogspot.com/_PN0Ze3Iq6qQ/S2aKMzq8tXI/AAAAAAAACCk/HUFrL0OzKnA/s320/acciaio.jpg" alt="" width="186" height="320" /><strong>Recensione di Flavio Santi, tratta dalla rubrica dei libri da <em>Gli Altri</em>, il nuovo settimanale diretto da Pietro Sansonetti, del 12 febbraio 2010.</strong></p>
<p>Secondo noi un romanzo, per essere tale, deve superare la “prova treno”, cioè si deve far leggere di filato stando scalcagnati, la mattina presto o il pomeriggio tardi, in una carrozza di seconda, di quelle di cui Trenitalia va tanto fiera – avete presente, no? Ecco, in mezzo alla polvere, allo sporco, al freddo o al caldo sempre eccessivi, il libro diventa per incanto una magica couche, spalanca davanti a noi un mondo nuovo, diverso, non per forza migliore, ma altro.</p>
<p>Questa capacità di proiettare in una dimensione parallela viene messa a dura prova sullo scomodo sedile di un treno, nell’arco del respiro lavorativo di un pendolare. Silvia Avallone con <em><a href="http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/rizzoli/libro/3763_acciaio_avallone.html">Acciaio</a></em> (Rizzoli, Milano, 2010, pp. 368, € 18) ci pare superi questa prova. Da sempre siamo convinti che i poeti siano degli ottimi romanzieri, più fantasiosi, più sensibili, più abili con la lingua (e un romanzo cos’è se non un gioco sfrenato di fantasia e lingua?). Qualche esempio? Dal più noto Boris Pasternak al meno conosciuto ma altrettanto raffinato Cecil Day-Lewis, poeta laureato, padre dell’attore Daniel, e autore di avvincenti gialli con lo pseudonimo di Nicholas Blake (qualcosa si trova edito da Polillo e dai Gialli Mondadori).<span id="more-211"></span></p>
<p>Avallone nasce come poeta, autrice di un sanguinante libro di poesia, Il libro dei vent’anni (Edizioni della Meridiana, Firenze, 2007, pp. 96, € 10), e si vede: mette al servizio del racconto le sue doti di incantatrice di parole e di sensi, allestendo un universo ricco di colori, odori, sapori, situazioni ora quotidiane ora estreme. È la storia di due ragazzine di “tredici anni quasi quattordici”, Anna e Francesca, delle loro famiglie e amici, del microcosmo operaio di Piombino che vi ruota intorno, ed è anche la storia di una trasformazione, ambientato com’è nel 2001 con le Twin Towers a fare da spartiacque. Si apre cinematograficamente con una zoomata sull’estate dei bagni e delle scoperte dei corpi, e il racconto procede a ondate, pochi, fondamentali mesi in cui si cresce, si cambia dolorosamente, magari per non crescere e non cambiare.</p>
<p>Nonostante qualche acerbità e lungaggine – è pur sempre il primo romanzo –, la storia appassiona e commuove, non si fa fatica a identificarsi nei personaggi, la trama fila via veloce e coinvolgente come il nostro treno dei pendolari, e arrivati a destinazione chiudiamo il libro soddisfatti di aver conosciuto e vissuto una nuova porzione di mondo, resa con chiarezza e precisione. È nata una scrittrice.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Silvia Avallone</strong> è nata a Biella nel 1984 e vive a Bologna, dove si è laureata in filosofia.  <em>Acciaio</em> è il suo primo romanzo.</p>
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		<title>Sono comuni le cose degli amici, di Matteo Nucci</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 09:20:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[Chissà se nel titolo del suo romanzo d’esordio (un proverbio greco tratto dal Fedro di Platone), Matteo Nucci include anche le donne nelle cose che sono comuni agli amici? Socrate, la voce di Platone nella Repubblica, sappiamo che era di questo parere. E sappiamo anche per certo che Nucci, studioso di filosofia antica, non ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://lh3.ggpht.com/_tWhdkXCuSRU/SwUitMW1VZI/AAAAAAAABcY/CN5RSJfS3EI/sonocomunilecosedegliamici.jpg" alt="" width="280" height="395" />Chissà se nel titolo del suo romanzo d’esordio (un proverbio greco tratto dal <em>Fedro</em> di Platone), <a href="http://www.ponteallegrazie.it/scheda.asp?editore=Ponte%20alle%20Grazie&amp;idlibro=6784&amp;titolo=SONO+COMUNI+LE+COSE+DEGLI+AMICI">Matteo Nucci</a> include anche le donne nelle cose che sono comuni agli amici? Socrate, la voce di Platone nella <em>Repubblica</em>, sappiamo che era di questo parere. E sappiamo anche per certo che Nucci, studioso di filosofia antica, non ha scomodato a caso il grande pensatore.</p>
<p>Come da manuale, il romanzo inizia fin dalle prime righe con il dramma che mette sotto pressione il protagonista e allo stesso tempo svela i suoi punti nevralgici, le sue vecchie ferite. Il padre giace senza vita nella stanza da letto vegliato da amici e parenti e Lorenzo, il protagonista, solo e sperduto, benché circondato dalle donne della sua vita, sente la mancanza della persona che più vorrebbe accanto in quel momento, il suo migliore amico, con cui qualche tempo prima aveva pensato bene di condividere la stessa donna. Ma Marco, di idee evidentemente non platoniche, aveva interrotto bruscamente l’amicizia.<span id="more-205"></span></p>
<p>Lorenzo chiede ai presenti se Marco sia stato informato del suo lutto: la morte spesso appiana i rancori e ci si rende conto che tutto è meno importante e definitivo di essa, come può esserlo una donna rubata. Ma Marco non si fa vedere e allora un’altra vecchia ferita viene alla luce: perché Lorenzo ha lasciato Carolina (sua moglie) per Sara, la ragazza di Marco? Ha perso in un colpo solo la donna amata e il suo migliore amico. Perché? Forse la risposta giace supina nella stanza da letto?</p>
<p>Marco non c’è, del padre ci sono solo le spoglie mortali e allora Lorenzo si getta su Carolina (Sara, con cui è ancora fidanzato, non è presente proprio perché c’è lei). Ma Carolina non cede alle timide avances di Lorenzo per non commettere gli stessi errori del passato. Il giorno dopo, al funerale, la chiesa è vuota. Per Lorenzo è un sofferenza quasi pari alla morte del padre, un uomo brillante e circondato, in vita, sempre da tanti amici.</p>
<p>Lorenzo è solo, il padre, come intuisce dalla scarsa affluenza al funerale, in fondo era solo anche lui. I due faranno la stessa fine? Certo, lasciando la moglie e tradendo il suo migliore amico, Lorenzo ce la sta già mettendo tutta.</p>
<p>L’esordio di Nucci è un buono romanzo, che racconta la storia di un uomo che scopre se stesso. Gli accadimenti vengono raccontati per lo più attraverso continui flashback che dovrebbero aiutare il protagonista nella sua ricerca interiore. Lo stile è semplice e piano, e le descrizioni, a volte anche molto minuziose, rallentano in alcuni casi la narrazione, così che il lettore possa soffermarsi a pensare, a riflettere, per trovare le risposte alle molte domande che il protagonista si pone.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Matteo Nucci</strong> è nato a Roma nel 1970. Ha pubblicato saggi su Empedocle e Platone e ha curato una nuova edizione del <em>Simposio</em> di Platone (Einaudi, 2009). Collabora con <em>Il Venerdì</em> e con la <em>Repubblica XL</em>. Suoi racconti sono apparsi sul <em>Caffè illustrato</em> e su <em>Nuovi Argomenti</em>.</p>
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		<title>Il tartufo e la polvere, di Stefano Quaglia</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 09:10:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giammarco Raponi</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[Il bel libro d’esordio del quarantaseienne piemontese Stefano Quaglia, Il tartufo e la polvere, Marcos y Marcos, è un giallo atipico, benché ci siano gli ingredienti classici del genere: il morto, il poliziotto e le inevitabili indagini.
La prima e anche ultima volta che vediamo Bosko Sadik, è in giro per Milano a bordo di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.marcosymarcos.com/Il_tartufo_e_la_polvere/immagine/il-tartufo-e-la-polvere8.png" alt="" width="240" height="360" />Il bel libro d’esordio del quarantaseienne piemontese Stefano Quaglia, <em><a href="http://www.marcosymarcos.com/Il_tartufo_e_la_polvere/Esporta1.htm">Il tartufo e la polvere</a></em>, Marcos y Marcos, è un giallo atipico, benché ci siano gli ingredienti classici del genere: il morto, il poliziotto e le inevitabili indagini.</p>
<p>La prima e anche ultima volta che vediamo Bosko Sadik, è in giro per Milano a bordo di una vecchia Mercedes e con una valigetta assicurata al polso da un paio di manette. Deve consegnare il contenuto della valigetta, naturalmente, ma ha tutto il tempo per concedersi una pausa; diciamo un diversivo dalla routine del lavoro. La prima volta, dunque, che Bosko Sadik incontra il commissario Arnaboldi della polizia di Milano, è morto in piazza Duomo; la seconda volta che i due personaggi si incontrano è all’obitorio.</p>
<p>Atipica è, innanzitutto, l’arma del delitto, un tartufo: «Il tartufo è un fungo ipogeo conosciuto fino dall’antichità, i babilonesi nel 3000 a.C. già li raccoglievano, poi i greci e i romani […] In Italia si raccolgono una decina di specie di tartufi, la più pregiata è il <em>Tuber magnatum Pico</em> (tartufo bianco d’Alba o d’Acqualagna, nelle Marche)».<span id="more-200"></span></p>
<p>Viene fuori che Bosko Sadik è residente proprio ad Alba. Passiamo dunque ad un altro tratto (fortunatamente) atipico di questo giallo: l’ambientazione, che adesso scaraventa il commissario Arnaboldi a «Cassinasco, seicento anime in gran parte aggrappate in termini residenziali a una collina piena di vigneti che domina altre colline piene di vigneti».</p>
<p>È tra queste colline, le strade sinuose, la niebbia e tra mangiate memorabili che il commissario dovrà sdipanare un imbroglio apparentemente inestricabile che finisce per coinvolgere un paese intero che per poco non mette a rischio la sua maggiore fonte di reddito: il tartufo.</p>
<p>Infine, l’ultima atipicità da segnalare, e forse la più sorpredente e la più apprezzabile, è la qualità della scrittura, in altre parole lo stile: sebbene non riproduca affatto il dialetto di quelle terre, a parte qualche breve escursione nei tratti tipici, riesce però a riprodurne il ritmo; e non è poco, anzi, da solo riesce già a tirare fuori il meglio dell’ambientazione.</p>
<p>Uno stile che non rinuncia mai a una certa delicatezza (anche dal punto di vista grafico non usa virgolette o trattini, come se ci fosse una sorta di rispetto nei confronti delle parole) e che ricorda certi esperimenti linguistici in cui si impastava il dialetto alla cosiddetta lingua letteraria o alla lingua standard.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Stefano Quaglia</strong> nasce a Novi Ligure nel 1963 e dopo una giovinezza felice si spinge fino a Genova per studiare il modo di diventare un letterato: non si sa come si ritrova a Milano a fare il pubblicitario e persino il produttore di film. Quando non è impegnato a tirar su figli riesce anche a fare il regista e a scrivere qualcosa.</p>
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		<title>Non resterà la notte, di Giacomo Lopez</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 12:23:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Di Vittorio</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[Roma, pomeriggio del 24 dicembre. Sabina – romana, ventisette anni, al quarto mese di gravidanza – esce di casa senza meta: è furiosa perché ha appena saputo che Stefano, il suo compagno, la sera dovrà coprire un turno di lavoro e quindi non potrà passare la Vigilia di Natale insieme a lei. Ha bisogno di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.deastore.com/covers/978/883/179/batch3/9788831798273.jpg" alt="" width="250" height="391" />Roma, pomeriggio del 24 dicembre. Sabina – romana, ventisette anni, al quarto mese di gravidanza – esce di casa senza meta: è furiosa perché ha appena saputo che Stefano, il suo compagno, la sera dovrà coprire un turno di lavoro e quindi non potrà passare la Vigilia di Natale insieme a lei. Ha bisogno di aria fresca per sbollire la rabbia e si dirige verso Villa Pamphili. Si inoltra fra i viali, fra riflessioni sulla sua vita attuale e ricordi del passato. Comincia a fare buio e, contro ogni logica o buon senso, non si decide a tornare verso casa. Anzi, sente il bisogno di riposare e si sdraia su una riparata radura erbosa, e si addormenta. Questo è l’antefatto di <em><a href="http://www.marsilioeditori.it/component/marsilio/libro/3179827-non-restera-la-notte">Non resterà la notte</a></em> di Giacomo Lopez edito da Marsilio.</p>
<p>Al risveglio, il dramma: Sabina non vede più. Comincia così la sua lotta contro i limiti psichici e fisici: oltre alla vista, Sabina ha perso la voce in seguito a un urlo animale che segna l’inizio della sua reazione allo smarrimento iniziale. Sabina dovrà affrontare prove estenuanti. Passa la notte, fra fantasmi della memoria e minacce reali. Quando ormai è giunto il mattino, Sabina cade nel laghetto della villa: siamo al culmine del dramma e della disperazione, ma per fortuna villa Pamphili comincia a ripopolarsi e qualcuno finalmente la soccorre. È la rinascita: «Li perdonava tutti, sua madre, suo padre, Stefano, anche Martino che sei mesi prima l’aveva lasciata sola. Non ce l’aveva più con loro. Li perdonava per sempre.»<span id="more-190"></span></p>
<p>Romanzo intimista di autocoscienza e rinascita, dunque. Attraverso lo svolgimento del dramma che culmina nella catarsi segnata dal bagno purificatore, viene fuori il tema centrale nel superamento dei propri limiti e delle proprie paure, dei fantasmi del passato e dei freni che ne derivano. La rinascita di Sabina trova il suo corrispondente nella nuova vita che porta in grembo.</p>
<p> Sabina è la protagonista assoluta, l’unica dei personaggi principali a stare in scena. Gli altri le fanno da contorno e noi li conosciamo attraverso il filtro dei suoi ricordi e delle sue riflessioni. Sabina è una ragazza forte, determinata, una ragazza come tante che vive del suo lavoro come tanti. «Prima di lavorare in palestra era stata centralinista nei call center, commessa in un negozio di scarpe, hostess nei convegni, intervistatrice negli aeroporti» e che da poco ha messo su casa insieme al suo compagno. Sabina ha un mondo interiore forte, fatto di rimorsi, slanci ed esigenze: «Si vedeva come un proiettile, sparata in aria il giorno che era nata, senza un involucro che la proteggesse, nuda, sola, in attesa di schiantarsi contro un bersaglio oppure finire a terra». Sabina ha piena coscienza di tutte le cose che non vanno nella sua vita, ma non si abbatte e va avanti: «Basta visite guidate nei recessi della memoria, dimenticabili, come le stanze minori di un museo di provincia. Metteva l’avviso alle porte di quelle stanze: chiuso. C’erano altri lavori in corso, più importanti». Di fatto, il romanzo si chiude con le sue parole in risposta a uno dei soccorritori: «Ce la faccio».</p>
<p>Forse è proprio grazie alla buona caratterizzazione dei personaggi che anche l’ambientazione può dirsi riuscita. In qualche modo ci ritroviamo nella vita di Sabina, riusciamo a condividerne arrabbiature e delusioni. Questo invece, accade decisamente meno per quel che riguarda la vicenda: l’idea di un romanzo psicologico imperniato su un’avventura metropolitana ai limiti del thriller e del noir non sembra essere riuscita a pieno. L’avventura in sé si svolge lungo una sequenza di situazioni spesso artificiose e meccaniche; funzionali, ma non complementari e che non riusciamo a condividere. Il senso delle decisioni che portano Sabina a vivere la sua tragica avventura non si ritrova se non nell’esigenza dell’autore di architettare un’atmosfera. Talvolta il simbolismo, di cui il romanzo è denso, arriva a pesare più dell’intreccio e la narrazione si fa quasi una sequenza didascalica di episodi di identico significato che poco aggiungono alla sua sostanza. Un’impostazione verticale, e non orizzontale, avrebbe certamente arricchito il personaggio e creato una tensione maggiore. Il climax emotivo, invece, finisce per diluirsi fra le larghe maglie della trama approdando ad una situazione di stallo che a volte distrae il lettore piuttosto che coinvolgerlo.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Giacomo Lopez</strong> (1970) vive e lavora a Roma. Ha pubblicato studi di linguistica italiana nei volumi collettivi dell’Accademia degli Scrausi. In alcuni saggi e articoli si è occupato di cinema. <em>Non resterà la notte</em> è il suo primo romanzo.</p>
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		<title>Il Nemico, di Emanuele Tonon</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 11:49:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Grassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[A comporre la matura prova d’esordio di Emanuele Tonon sono due racconti: l’agonia di un padre che muore di fabbrica, lo strazio di una coppia incapace di avere un bambino.
Il padre e il figlio, in sintesi. Le prime due parti dell’unico volume entro cui, in origine, avrebbe dovuto convergere anche un terzo racconto, così da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://mondobalordo.files.wordpress.com/2009/12/il-nemico1.jpg" alt="" width="396" height="603" />A comporre la matura prova d’esordio di Emanuele Tonon sono due racconti: l’agonia di un padre che muore di fabbrica, lo strazio di una coppia incapace di avere un bambino.</p>
<p>Il padre e il figlio, in sintesi. Le prime due parti dell’unico volume entro cui, in origine, avrebbe dovuto convergere anche un terzo racconto, così da replicare pienamente lo statuto trinitario.</p>
<p>Sfondo caustico e alienante è il nordest operaio delle fabbriche, dei padroni cui si regalano mezzore e vite non dovute, dove a logorare la carne sono i nastri abrasivi, le polveri e le segature industriali, il vino al veleno. Dove la ricerca della felicità non è che una timida tensione, già in partenza disillusa, votata a coincidere con un fallimento annunciato. La rivelazione è l’assenza, il vuoto. Del divino quanto del morale. Ogni moto di aggressione, di rivalsa, di vitalità, finisce per scemare nell’inutilità di un grido senza eco. Sterile, morto.</p>
<p>Libro del dolore <a href="http://isbnedizioni.it/isbnblog/2009/06/17/127/"><em>Il nemico</em></a>, condanna aperta a dio, alla sua irrevocabile latitanza, o meglio inesistenza: la classe operaia non va in paradiso.<span id="more-184"></span></p>
<p>Già stigmatizzato come eretico, blasfemo, il romanzo è sorretto da una prosa originale, potente, visionaria e asfissiante. Un flusso paratattico, l’incessante incalzare di immagini ed esperienze che finiscono per cedere la propria straziante intensità alla freddezza siderale di categorie di pensiero, sentenze senza appello, aporie.</p>
<p>È già pronta una prima versione del prossimo libro, l’atto conclusivo di un’opera che al momento possiamo recepire esclusivamente nella forma di trittico incompiuto, consapevoli che esiste ancora un atto dialettico da consumare, forse il decisivo.</p>
<p><strong>Emanuele Tonon</strong> è nato a Napoli nel 1970. Friulano, vive sulle colline della provincia goriziana. A diciannove anni entra in convento e per sei anni è frate francescano, prima di abbandonare il saio e lavorare in una biblioteca, poi come portiere di notte, corriere espresso, operaio in una fabbrica di nastri bi-adesivi, in una di mobili per ragazzini e infine come programmatore web. <em>Il nemico</em> è il suo primo romanzo.</p>
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		<title>Intervista a Gianfranco Franchi</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 14:35:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Nicosia</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[
Incontro Gianfranco Franchi a Monteverde, nel quartiere che dà il nome al suo libro. Non mi aspettavo il ragazzo robusto, che mi ritrovo davanti: spalle larghe, viso ben squadrato, pelle chiara, occhi acuti e mai evasivi, il sigaro inforcato fra le dita. Mi spiega che ha cominciato col sigaro da pochi giorni, perché con le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://passaggiperilbosco.files.wordpress.com/2009/06/fr.jpg" alt="" width="340" height="500" /></p>
<p>Incontro <a href="http://www.lankelot.eu/letteratura/franchi-gianfranco-monteverde-12.html">Gianfranco Franchi </a>a Monteverde, nel quartiere che dà il nome al suo libro. Non mi aspettavo il ragazzo robusto, che mi ritrovo davanti: spalle larghe, viso ben squadrato, pelle chiara, occhi acuti e mai evasivi, il sigaro inforcato fra le dita. Mi spiega che ha cominciato col sigaro da pochi giorni, perché con le sigarette ci andava giù pesante. Camminiamo un po’ per il quartiere, è domenica pomeriggio: serrande abbassate, strade quasi deserte e un solo bar aperto nel quale ci sediamo.</p>
<p><strong>Cos’ha di speciale Monteverde?</strong></p>
<p>Sicuramente la storia. Questo è l’ottavo colle, extramoenia, si facevano dei riti che a Roma non erano permessi. Qui combatté Garibaldi. Geograficamente è un posto strategico perché è vicino al Vaticano, ma gli volta le spalle. E poi questo è il quartiere degli artisti, degli scrittori: Pasolini, per citarne uno soltanto. Monteverde è dentro la città, ma allo stesso tempo è distinto, confinante. La sua particolarità è la natura di frontiera.</p>
<p><strong>È una natura che appartiene anche a te?</strong></p>
<p>Credo di aver interiorizzato la frontiera. Non è un caso che sia la mia origine istriana, che la mia residenza romana, siano due espressioni di questa condizione. Non avere una sola residenza ti predispone all’apprendimento. Diciamo che io ho imparato, appunto, a fare mio qualcosa che non mi apparteneva, ma di cui adesso mi sento espressione. In fondo il paesaggio e il territorio raccontano la storia delle persone.<span id="more-175"></span></p>
<p><strong>Di cosa parla il tuo libro?</strong></p>
<p>Monteverde è la storia di un letterato di circa trent’anni che vive a Roma, precisamente in questo quartiere, ai nostri giorni. È la storia, attraverso racconti, del suo precariato. Non solo lavorativo e affettivo, ma anche geografico, potremmo definirlo «un precariato di tutto».</p>
<p><strong>Il protagonista, Guido Orsini, è il tuo alter ego. Quant’è difficile scrivere di qualcuno che ci assomiglia, che quasi coincide con noi? Non c’è il rischio di finire in quel tipo di narrazione «ombelicale»?</strong></p>
<p>Innanzitutto un racconto parte sempre della memoria, che come diceva Dürrenmat è invenzione e trasfigurazione. Dunque, come vedi, non c’è il rischio che si finisca sul personale, perché ogni elemento o caratteristica è trasfigurazione letteraria; subito racconto fuori dalla realtà. Per quel che riguarda Guido Orsini, mi accompagna ormai da tre libri. All’inizio era molto più di me, mi serviva per essere più libero e radicale. Poi sono venuto fuori io, ho avuto la mia evoluzione identitaria e adesso credo che io e Guido parliamo a una sola voce.</p>
<p><strong>Guido rappresenta una generazione?</strong></p>
<p>Non lo so. Il linguaggio mi ha insegnato che il <em>Noi</em> è una menzogna. Però se riesci a scrivere qualcosa che concorre alla formazione di un <em>Noi</em>, ben venga. Non so se è quello che succede con Monteverde. Sicuramente c’è una tensione a comunicare, a dialogare con gli altri. Il linguaggio prevede la comprensione come miracolo necessario, dunque, la dialettica è importante, le parole hanno significati diversi in contesti diversi. La strada dell’onestà e della semplicità possono costruire un patrimonio estetico e culturale condiviso.</p>
<p><strong>Qual è il compito che spetta ai giovani scrittori?</strong></p>
<p>Restituire dignità, senso, peso alla vita letteraria contemporanea. La nostra seconda generazione di letterati si è formata sulle traduzioni dall’inglese e dal francese. Questo ha semplificato la lingua, ridotto il lessico, sganciato la letteratura italiana dalla sua tradizione. Io credo che bisogna guardare alla tradizione. Abbiamo un obbligo di riconoscenza verso i nostri scrittori. Un giovane dovrebbe cominciare a riappropriarsi della lingua.</p>
<p><strong>Cito dal tuo libro: « Io dico che bisogna pretendere creazione, creazione e basta. Altro che essere assolutamente contemporanei. Essere altro. Essere avanti. Essere lingua nuova, scrittura viva. Nuova». Che cos’è per te la «lingua nuova?»</strong></p>
<p>Una lingua nuova è una lingua che interpreta il nostro tempo. Per farlo bisogna tornare al territorio, sentirsi espressione di esso, e del suo quotidiano, della sua tradizione.</p>
<p><strong>Sulla stampa il tuo libro è stato, di volta in volta, definito in modo diverso: chi lo ha letto come un romanzo, chi come una raccolta di racconti. Chi ha visto meglio?</strong></p>
<p>Sono rimasto sorpreso anch’io dalla varietà di impressioni che il libro ha suscitato. Ma si può dire senza errore che Monteverde è una raccolta di 47 racconti, suddivisi in 5 sezioni, inframmezzate da interludi.</p>
<p><strong>Questa è la tua terza raccolta di racconti. Hai scritto saggistica, poesia, narrativa, sei consulente editoriale, e fondatore di Lankelot.eu. Sei una figura dalle molte sfaccettature. Qual è il ruolo che senti più tuo?</strong></p>
<p>Oggi nel nostro contesto ti appiccicano le etichette. Quando sei qualcosa, scrittore, critico, editor, automaticamente non puoi più essere altro. Io credo, invece, che l’unica strada possibile sia la frammentarietà. Mi riferisco in particolar modo alle intelligenze medievali, che erano appunto, ricche e frammentarie. Per fare un esempio meno lontano, Pontiggia, oltre che scrittore e consulente editoriale, era un eccellente critico letterario.</p>
<p>Con umiltà e intelligenza il letterato può essere critico, narratore, poeta assieme.</p>
<p><strong>Oggi non è così? Cosa manca?</strong></p>
<p>Sicuramente manca originalità: il principio di libertà creativa. Oggi si tende a fare per il mercato prodotti ben riconoscibili. Non è un caso il boom dei gialli o i polizieschi. Non si rischia più niente. Invece, questo è un momento in cui non bisogna cedere ai generi. Il libro deve essere «anfibio»: muoversi tra terra e acqua.</p>
<p><strong>Che lavoro fai sullo stile?</strong></p>
<p>Cerco di far pensare sempre meno i personaggi. Ho trovato, in Monteverde, un equilibrio fra il pensiero e le azioni. Così pure, penso a una lingua letteraria, ma stratificata, quindi accessibile a tutti. Cerco di eliminare l’inglese che all’inizio era molto più presente.</p>
<p><strong>Un’ultima domanda. Cosa non deve mai fare la letteratura?</strong></p>
<p>Spacciarsi per verità.</p>
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		<title>Prima che sia giorno — Giulio Messina</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 12:33:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro De Santis</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[«Tua nonna sta morendo, verrai a vederla?». Comincia così il romanzo d’esordio di Giulio Messina, con una domanda, una perentoria mozione dei sentimenti.
L’io narrante è un diciannovenne della Roma bene che rimane anonimo per tutto corso del romanzo. Racconta un’estate che ha inizio tra le vie e i locali romani e si conclude poi tragicamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.deastore.com/covers/978/883/179/batch3/9788831798860.jpg" alt="" width="250" height="393" />«Tua nonna sta morendo, verrai a vederla?». Comincia così il romanzo d’esordio di <a href="http://www.marsilioeditori.it/autori/libro/3179886-prima-che-sia-giorno">Giulio Messina</a>, con una domanda, una perentoria mozione dei sentimenti.</p>
<p>L’io narrante è un diciannovenne della Roma bene che rimane anonimo per tutto corso del romanzo. Racconta un’estate che ha inizio tra le vie e i locali romani e si conclude poi tragicamente in Portogallo, dopo aver attraversato la Spagna. Insieme a lui, un piccolo gruppo di amici, tra i quali emerge la figura di Joseph, il suo migliore amico forse, e al quale è legato a filo doppio da un ambiguo sentimento di amore e odio.</p>
<p>Il protagonista attraversa le emozioni umane, le sente spesso vicinissime, senza che mai però queste riescano a riguardarlo o a colpirlo. È perennemente estraneo alla vita, inadatto ad agire, come separato dal mondo da qualche centimetro di vuoto formatosi intorno a lui. La sua routine costellata di strisce di coca, canne, alcool, scopate, inutili viaggi e azioni distruttive, si dissolve prima che sia giorno, e anche l’azione apparentemente più naturale, come quella di andare a rivedere la nonna un’ultima volta prima che questa muoia, si rivela un ostacolo insormontabile. E il più banale degli avvenimenti diventa allora il pretesto per farlo rinunciare al suo proposito.<span id="more-170"></span></p>
<p>Messina costruisce il suo romanzo sul modello neanche troppo implicito di <em>Meno di zero</em> di Bret Easton Ellis, con una scrittura marcatamente paratattica, spesso calibrata, che però perde ritmo nella parte conclusiva del racconto e sembra implodere distratta nel finale sospeso, dove un «pezzo di intonaco si stacca, un vetro va in frantumi giù in strada, la luce azzurra sfiora il volto della ragazza e mi coglie di sorpresa». Buon esordio, dunque, quello di Giulio Messina, sebbene ancora alla ricerca di una voce davvero personale, ma giovane com’è, ne avrà tempo e modo.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Giulio Messina</strong> (1987), nato a Caserta, vive da sempre a Roma, dove studia lingue e letterature straniere all’università La Sapienza. <em>Prima che sia giorno</em>, che ha vinto il Premio Palazzo al Bosco per l’inedito, è il suo primo romanzo.</p>
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