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	<title>luminol.it &#187; abbandono</title>
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	<description>il blog degli esordienti</description>
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		<title>Sono io che me ne vado – Violetta Bellocchio</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 13:58:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Grassi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La copertina curata da Manuele Scalia fa buona eco a quanto precisato già dal titolo e rilancia l’avvertimento: è lei ad andarsene, a decidere, a impugnare saldo il forcone, a mantenere il possesso dell’ultima parola. È Layla, protagonista del romanzo d’esordio di Violetta Bellocchio, a fissare subito la prima regola della sua storia, a scegliere come e quando raccontarla. Lo fa in prima persona, rivolta ad un tu indefinito, interlocutore muto, lettore al di qua delle pagine e destinatario opaco, quasi fino alla conclusione, di una lettera che vale come confessione, a patto d’intenderla al netto di qualsiasi pentimento o richiesta di redenzione. Compiuti 28 anni, la ragazza abbandona la metropoli, slaccia ogni contatto e si trasferisce in una frazione defilata della Versilia, nella casa ereditata dal nonno e presto tradotta in bed &amp; breakfast.<span id="more-41"></span> Qui s’imbatte in Sean, ingaggiato prima come web designer, poi accolto come riferimento costante, tuttofare, gregario, contraltare di una dialettica tra servo e padrona condotta principalmente sul piano verbale, in dialoghi urticanti da battuta pronta, al massimo dell’amara tensione ironica che li avvicina, a poco a poco, irrimediabilmente. Layla si professa cattiva, con 32 vite rovinate alle spalle e particolari passatempi, fra cui il poligono di tiro pare il più innocuo, sviluppando il racconto sulla doppia traccia del passato, tra un collegio per ragazze difficili, un trauma, alcune amicizie, conflitti familiari, spasimanti puniti, e del presente, abitato dagli ospiti bislacchi del bed &amp; breakfast, lungo un intero anno, con ipotesi di vampiri, un metodo anti-adulteri e la ricostruzione storica di finti delitti insieme a Sean. A una trama minimale, quasi priva di intreccio, danno vera polpa le infinite immagini evocate durante il racconto, sempre sul procinto di lasciarci intendere chi sia davvero Layla, quale la sua vera natura, prima di smentirci al capitolo successivo. Un dedalo di false piste che incalza la curiosità, suggerendo un’opera prima noir, poi gotica, a tratti romantica, infine pop. Della violenza che ci aspettiamo ad esempio, sulla scia di una cattiveria tanto annunciata, resta solo una blanda simulazione, un ammicco. Come sullo sfondo geografico dal sapore di una Rimini post-cannibalesca, rintracciamo niente più della noia provinciale, perfino gradevole, di una Versilia vampiresca, caricaturale, kietsch, come la maggior parte delle sue comparse. Ogni riferimento esoterico, criminale o cruento, finisce col ridursi a innocente opera esposta in un museo della tortura per turisti, ogni minaccia si rivela battuta caustica o poco altro di più. E tra la passione per attrici meteore di decenni ormai sepolti, popolari serie televisive e sotto-cultura di serie B, come compressi in una cornice vistosa, riescono comunque ad emergere con efficacia i veri temi del libro. Vera costante è la storia come tale, cui la protagonista spesso allude quasi per rassicurare il lettore, invitarlo a non perdere di vista il punto. Come insiste sull’importanza di raccontare la stessa storia secondo una ricetta precisa, così da risultare credibile. Violetta Bellocchio è fedele alla regola, distribuisce a dovere suggestioni, dettagli, citazioni, senza mai scendere nel profondo, mantenendo il contenuto sull’accenno provocatorio, più che sulle sue possibili ed estreme conseguenze. Scrive solo ciò che occorre, decidendo ritmo e cadenza, convincendoci a seguirla senza alcuna irritazione, tradotto ormai anche il pubblico in servo consenziente del suo gioco, premiato da un finale dove il cerchio si chiude bene, funziona. Una scrittura asciutta e paratattica, visiva, capace di agganciare l’attenzione del lettore veloce, neo-enciclopedico, aneddotico dai consumi rapidi e subito incisivi, più a suo agio con un blog da scorrere sullo schermo che alla carta da decantare. Altra chiave non trascurabile sta nella musica del libro, dove tra millantati country, goth, speed-metal e altri generi fortunatamente di nicchia, la colonna sonora dominante assegna il primato al rock melense e «da quindicenni romantiche» degli Stone Roses. Bellocchio racconta una storia che diverte e stuzzica, senza cedere un istante alla tentazione, consueta a molta della giovane narrativa italiana, di delegare al protagonista in prima singolare il compito di sciogliere i nodi del proprio biografismo, e di questo le siamo infinitamente grati.</p>
<p><strong>Nota biografica</strong><br />
<strong>Violetta Bellocchio</strong> è nata nel 1977, ha lavorato per “Rolling Stone”, Radio 2, “Grazia”, “Marie Claire”, “Link” e la Mostra del Cinema di Venezia. Autrice di alcuni blog (tra cui Rimozione da Tiffany) e della voce “Alligatore” per il “Dizionario affettivo della lingua italiana” (Fandango, 2008), il suo programma televisivo preferito è Pimp my ride, e al momento sta lavorando al secondo romanzo. Alcuni dei suoi racconti figurano nelle antologie “Ho visto cose…” (Rizzoli, 2008), “I confini della realtà” (Mondadori, 2008) e “Voi non ci sarete – Cronache della fine del mondo” (Agenzia X, 2009).</p>
<p><strong>Nota editoriale</strong><br />
Mondadori 2009 (Strade blu)<br />
pp. 352<br />
€ 18,00<br />
ISBN: 978–88-04–58157-4</p>
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