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	<title>luminol.it &#187; racconti</title>
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		<title>Caterina sulla soglia – Susanna Bissoli</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 17:05:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Nicosia</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.deastore.com/covers/978/886/189/batch3/9788861890879.jpg" alt="" width="200" height="293" />«Le vite delle persone non sono romanzi, sono raccolte di racconti» scrive Paolo Cognetti nella bandella di Caterina sulla soglia, prima prova letteraria di Susanna Bissoli per Terre di mezzo editore. Si può essere d’accordo o meno; riaprire una antica questione sulle possibilità di espressione delle storie brevi (peccato non si possa chiedere a Calvino), o rispolverare il vecchio pregiudizio della critica e dei lettori verso i racconti, ma questa di Susanna Bissoli è una raccolta di sedici storie che mira a cogliere, nell’accezione più ampia della parola, una vita.</p>
<p>Ci sono dentro i ricordi, gli abbandoni, le scoperte, di una donna che vive costantemente in quella zona di transizione, di confine, di congiunzione fra la scoperta di sé e del mondo. Perché questo è la soglia: un passaggio, un’idea di superamento del limite, un movimento “da” e “verso”. I racconti stessi potrebbero essere “le soglie” del titolo: spazi di passaggio, da percorrere o lasciarsi alle spalle, secondo che si entri o esca, si scappi o si ritorni, per stare dietro la protagonista e seguirla nella sua crescita, morale, sociale, psicologica, in una continua presa di coscienza della realtà.</p>
<p><span id="more-45"></span>Ma a volte la “soglia” il lettore non la varca e rimane ad osservare da lontano Caterina da bambina, nella cinquecento balzellante con sua madre che torna a casa dai genitori dopo aver litigato con il padre; da adolescente affrontare il primo bacio con il Fina, il ragazzo della pompa di benzina, scoprire il sesso con un uomo più grande in maniera distaccata e traumatica; da donna fare i conti con il dolore per la scomparsa della madre. La Bissoli racconta i frammenti della vita di Caterina con una scrittura innocente, a tratti quasi artificialmente involuta da sembrare come inconsistente. Il limite intrinseco al quale questo tipo di ricerca stilistica tende è proprio quello della noia, della trasparenza.</p>
<p>Quella lucentezza che raggiunge l’inconsistenza del diafano. Non ci sono dubbi riguardo al fatto che ci troviamo di fronte a una scrittrice vera, capace di manipolare il materiale dei ricordi, di descriverne la luce e la fragranza, ma a volte è proprio un’eccessiva forzatura stilistica, o un certo operare per sottrazione nel reperimento del materiale di racconto, ad impedire la riuscita di qualche storia: la Madre di Nikos, Diventare Lesbica su tutti. La Bissoli a volte, ci lascia soli con la voce di Caterina, una voce che non sempre riesce a dire a pieno. Matteo B. Bianchi, che ha scoperto questa autrice e pubblicato alcuni suoi racconti su ‘tina, ha scritto in copertina che è disposto anche a scommettere la propria reputazione sul di lei futuro letterario. E non posso che trovarmi d’accordo con lui, a patto che non si abbandoni a un certo manierismo, e ci porti dentro le storie, con forza e delicatezza come avviene in Cinquecento, sicuramente il racconto più riuscito. La Bissoli attualmente sta poi scrivendo un romanzo che verrà pubblicato sempre da Terre di mezzo editore. Viste le capacità espresse in questo esordio, ma soprattutto quelle lasciate intravedere, la aspettiamo a una prova ancor più convincente.</p>
<p><strong>Nota biografica</strong><br />
Susanna Bissoli (1965) vive a Verona, dove è tornata dopo i periodi trascorsi a Bologna e ad Atene. Ha pubblicato sulle riviste “Linus”, “Fernandel”, “‘tina” e nelle antologie Malacarne (Aliberti, 2002), Posa ‘sto libro e baciami (Zandegù, 2006), Quote Rosa (Fernandel, 2006) e Italia Ama (Edizioni dell’Arco, 2007). Si occupa di scrittura drammaturgica e di mediazione culturale, insegna italiano per stranieri e conduce laboratori di narrazione nelle scuole. Caterina sulla soglia è il suo primo libro. Al momento sta lavorando a un romanzo che verrà pubblicato da Terre di mezzo Editore.</p>
<p><strong>Nota editoriale</strong><br />
Terre di Mezzo 2009 (Narrativa)<br />
pp. 112<br />
€ 10,00<br />
ISBN: 978–88-61–89087-9</p>
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		<title>Nudo di famiglia – Gaia Manzini</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 16:31:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro De Santis</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi Argomenti]]></category>
		<category><![CDATA[raccolta]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.pavaglionelugo.net/immagini21/nudo_di_famiglia_small.jpg" alt="" width="200" height="250" />Galleria, la nuova collana di Fandango libri, curata dall’attento Mario Desiati, fa il suo esordio con una sorprendente e coraggiosa raccolta di racconti dell’autrice milanese Gaia Manzini, un’assoluta esordiente, che aveva avuto modo di farsi leggere per la prima volta proprio dalle pagine della rivista letteraria Nuovi Argomenti.</p>
<p>Formidabile è, innanzitutto, come il titolo del libro riesca a restituire profondamente quella che è l’intima ossessione che nutre ciascuna delle parole dell’autrice. Si apre col racconto “Ada”, una storia accogliente e un personaggio che è una folgorazione, inchiodato al suo letto di mogano, quindi “Dietro il vetro” uno squarcio inquietante, crudele e vibrante, in cui ci sembra di galleggiare nella storia e poi “La manovra di Heimlich” una sorta di partita a scacchi, nella quale ogni mossa ha un suo perché, non sempre immediato, ma con ricadute anche incredibili.</p>
<p><span id="more-29"></span>Si continua con “Salmoni”, racconto in apparenza corale, ma che è anche una matrioska di solitudini e di esistenze a tenuta stagna, “La cassapanca” in cui ritorna il tema dell’immobilismo mentale nella sua variante legata alle sicurezze esistenziali e “Carne della carne”, forse il racconto meno riuscito, una storia che vorrebbe essere ruvida, con la sua climax cinematografica e il suo finale americano.</p>
<p>C’è poi, a mio parere, il miglior racconto del libro, e cioè “Bergson”, una storia che emoziona come poche, calibrata, un pasto completo, un vero nudo di famiglia, intimo e sensuale come sa esserlo solo la morte. Quindi ancora “La mano destra”, storia rarefatta sulla privazione, sull’assenza e “Come una casa vuota”, riflessione familiare e raggelante al tempo stesso sull’abitare e sull’abitarsi. “Prime volte” poi è uno sguardo inusuale: il punto di vista di una dodicenne e un incesto che emerge con naturalezza, quasi inevitabile, l’ottimo “Lividi”, un frammento secco, molto a fuoco («Figli che hanno debolezza da vendere a pareggiare la forza dei padri») e con una notevole chiusura sul perdono; quindi “Pulizia” racconto sull’igiene della memoria e dal finale palpitante e immobile assieme, poi “Il gioco della torre” metafora di un uomo, un padre, sempre di profilo, con la sua posizione compatta da mantenere e l’ottimo “Senza pieghe”, dall’atmosfera magica, una sorta di gotico impressionista con questa bambina senza pieghe e sua madre, e la sua lucida e immacolata follia. Infine il libro sfocia in “Paura” racconto gelido, disarmante, immobile e lancinante come tutto un inverno senza fuoco. Nudo di famiglia di Gaia Manzini si presenta dunque come un potente affresco delle ossessioni e delle dinamiche occulte della famiglia contemporanea. Una famiglia raggelante, che di racconto in racconto si scopre sempre più ruvida ed estranea.</p>
<p>I racconti della Manzini, col loro tono quasi da zen familiare, sembrano avvinti da una forza secolare, di sequoia; hanno un potere di fascinazione, un ritmo interno che, apparentemente inoffensivo, invece dove tocca brucia. Un ritmo tutto personale, intimo, fatto di misurate cesure e di opportune zoomate. Nel gorgo di una scrittura densa, trafitta da continue riflessioni naturali ed esistenziali, ritornano pure alcune costanti; non solo la famiglia, o il camion dei pompieri, ma anche, ad esempio, un mare che porta una morte inattesa ma docile, e poi il tema della macchia, del difetto, della piega/piaga e di una “normalità” che sta davvero stretta. Anche i personaggi hanno un’aura sospesa, musicale; capita spesso di perdere di vista o di ignorare il sesso delle voci di cui si racconta, e, da questa misteriosa apnea, si rimerge quasi sempre con in seno dei personaggi di donna, dei corpi femminili come anestetizzati, menomati, privati sempre di qualcosa. La lingua di Gaia Manzini è inoltre rigorosa («afrore», «aggettante»), puntuta («le sbarre lucenti delle ciglia»), resa vibrante da una scrittura attenta e che esige a sua volta grande attenzione. Con questo suo Nudo di famiglia dunque – nel quale, proprio a voler trovare anche qualche forzatura (solo in rari tratti finali di alcuni racconti) l’autrice tende a perdere lievemente il pieno controllo della scrittura, diventando talvolta eccessivamente esplicativa – la giovane narratrice milanese scrive un esordio letterario certamente prezioso, da tenere bene a mente per il futuro.</p>
<p><strong>Note biografiche</strong><br />
Gaia Manzini è nata nel 1974 a Milano, dove vive. Suoi racconti sono apparsi su Nuovi Argomenti.</p>
<p><strong>Note editoriali</strong><br />
Fandango 2009 (Galleria)<br />
pp. 189<br />
€ 14,00<br />
ISBN: 978–88-6044–112-6</p>
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		<title>[THE SLEEPERS] – racconti tra sogno e veglia – AA.VV.</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2009 16:41:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Nicosia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[sogno]]></category>
		<category><![CDATA[sonno]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Devo dire che mi sono avvicinato a questa raccolta con notevoli aspettative. D’altronde quando ho letto in quarta di copertina “diciannove autori affrontano a occhi aperti il viaggio che normalmente ci vede addormentati” come avrei potuto non entusiasmarmi? In effetti è un progetto ambizioso, nato da un blog, che ha una visione obliqua, trasversale, che abbraccia una certa varietà di sfumature e di stili. Dalla lettura si evince che il sonno non è tempo perso, buttato, dimenticato, ma una soglia da varcare per entrare nel dominio di una coscienza che non perde consistenza e ne fa un luogo creativo: scandaloso perché segreto, dolce perché intimo, inesplorato e per questo pericoloso. Il libro ricalcando la struttura su basi scientifiche del sonno è diviso in due Fasi: la prima comprende i quattro stadi NREM (sonno inattivo o ortodosso) sospensione, perdita, immersione, profondità. <span id="more-35"></span>La seconda Fase comprende la fase REM (sonno attivo o paradosso) che si intermpone fra le fasi del sogno NREM e l’ultimo stadio che è lo stadio W (veglia) presenza. Anche se la disposizione dei racconti ricalca il topos letterario classico del viaggio, in questo caso dal sonno alla veglia, la scelta strutturale appare artificiosa, meglio sarebbe stato, forse, non dividerli affatto, vista la premessa che la veglia è uno stadio del sonno che rivela la ricerca di un dualismo diverso. L’impressione complessiva è che la grande varietà finisce per far perdere talvolta compattezza alla raccolta, e, in questa direzione, la scelta di qualche racconto appare un poco forzata. Questo non entra chiaramente nel merito della qualità dei racconti di cui tenterò un analisi ricognitiva post-sveglia, cercando di recuperarne le sensazioni emotive e stilistiche come fossero delle reminescenze del sogno. Uno fra i più riusciti è senza dubbio quello di Irene Chias, Fimmina Sturduta. La Chias ha una lingua che crea immagini forti, e dei personaggi credibili, con un finale che, in sole due righe, toglie il fiato. Angolo D’ombra, la storia di Sophie, ragazza uscita dal coma, che solo in sonno riesce a rivivere i momenti del giorno dell’incidente, è invece il racconto di Luca Artioli. Molta paratassi, frasi brevi, frequenti andate a capo, dialoghi scarni, una tenuta narrativa costante. Un passato di lotta politica si riaffaccia poi improvviso nella vita del protagonista del racconto di Mario Capello, La qualità del sonno, a togliergli il piacere di chiudere gli occhi. Gianluca Morozzi è ancora una volta, arguto e divertente. Mescola divertito alto e basso, immagini e registri; il suo Uno di due si legge con un sorriso costante stampato sulla faccia. In Dormono senza saperlo di Eleonora Lombardo si racconta la forzata resistenza al sonno di una veglia funebre. L’univero delle possibilità inespresse, in un paesaggio circostante che si distrugge è disegnato in Altrove di Simona Sparaco; un monologo interiore dal linguaggio ricercatamente involuto. Gabriele Dadati è dotato di una lingua raffinata. Densa di immagini, la sua scrittura a volte non è particolarmente musicale; il suo Stazione di cambio tuttavia è davvero ben scritto. Una solitudine vissuta come incapacità di liberarsi, è invece quella che vive il protagonista del racconto di Giuseppe Signorin, Senza Uscita. Il senso d’angoscia è dato da una punteggiatura frequentissima: soprattutto virgole che spezzano le frasi in gruppi di una o due parole. Qui siamo tutti svegli scritto da Ilaria l. Silvuni, una delle curatrici della raccolta, testimonia poi un rapporto morboso di due gemelli, legati dalla paura di chiudere gli occhi, di abbandonarsi al buio. La narrazione principale viene punteggiata da alcuni corsivi di consulti medici della madre dei gemelli, che forse spiegano troppo. Leggerlo senza di questi, potrebbe anche essere una prova curiosa da fare. Teso e centrato, davvero originale infine, il racconto di Misia Donati, La strategia del sonno, racconta l’azione di lotta svolta da un gruppo di anarchici, autofilmatisi, che viene inserita in una piattaforma web, con tanto di specifiche tecniche. Un ottimo modo per finire la raccolta che userò, non me ne voglia la Donati, anche per chiudere questo testo.</p>
<p><strong>Note editoriali<br />
</strong>Azimut 2008 (Ex-aggero)<br />
pp. 217<br />
€ 12,50<br />
ISBN: 978–88-60–03081-8</p>
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